Di “Maternità marina” e dell’amore che “crepita nel nostro destino”.

Di “Maternità marina” e dell’amore che “crepita nel nostro destino”.

Intervista alle curatrici Silvia Rosa e Valeria Bianchi Mian

 

 

Perché “Maternità marina”, come nasce, quale il motivo propulsore? 

(S.R.) “Maternità marina” nasce da una suggestione, da un primo esperimento che mi ha visto alle prese con la macchina fotografica. Qualche anno fa mi trovavo in vacanza in una bellissima regione del Sud, che frequentavo ogni estate. Una mattina, mentre passeggiavo in riva al mare, nella luce abbacinante d’agosto, ho visto una poltrona rossa abbandonata sugli scogli, scolorita e malconcia. Mi sono fermata a osservarla, era ancora così accogliente, nonostante tutto, veniva voglia di addormentarsi poggiandosi sul suo dorso sdrucito. Poi all’improvviso ho avuto una visione, ho immaginato – come fosse reale – una giovane donna vestita di bianco, seduta sulla poltrona, e a questa immagine primigenia ne sono seguite altre, un racconto intero, una specie di fiaba, a cui ho sentito il bisogno di dare concretezza attraverso la fotografia. Adoro la fotografia, in particolare quella surreale, onirica, dalle atmosfere inquiete, che stravolge la visione usuale, spalancandola verso altre dimensioni, una fotografia costruita con scenografie fantastiche e personaggi improbabili. Spesso in passato ho collaborato con artisti e fotografi, scrivendo poesie per dare voce ai loro scatti. Con “Maternità marina” è successo il contrario. Per concretizzare quel racconto, fiorito nelle profondità del mio inconscio, mi sono dunque improvvisata fotografa: ho costruito di volta in volta un piccolo mondo, con gli strumenti rudimentali che avevo a disposizione. La cosa che ricordo con un certo affetto è l’aiuto che le persone del luogo (si è mobilitato un paesino intero o quasi!) mi hanno prestato per allestire e preparare le sessioni fotografiche, senza domandarmi mai nulla, nonostante le mie richieste fossero assai strane, a cominciare dal fatto che andavo in giro per spiagge, uliveti e campagne con una poltrona ingombrante al seguito. Nel libro compaiono due donne del posto, entrambe modelle per caso, una nonnina spiritosa e arzilla che è venuta a posare in abiti da lavoro nei campi, e una splendida ragazza che ha saputo interpretare con bravura da professionista le mie indicazioni. Il titolo “Maternità marina” è nato con la prima fotografia che ho scattato ed è sempre stata l’unica certezza che ho avuto in merito a questo lavoro, fin dall’inizio. Riassume gli elementi salienti della storia: il riferimento al mare, al principio materno, l’ambientazione nella natura, quel qualcosa di fiabesco che connota le immagini. Dicevo, l’unica certezza perché in effetti non sapevo bene che cosa fare delle fotografie, che sono state relegate in un file del pc per un decennio: nel corso degli anni ho tentato varie volte di riesumarle, mi sono consultata anche con amici fotografi con i quali mi è capitato di collaborare, ma nulla, ogni volta che provavo a mettere mano alle fotografie non riuscivo a progettare una modalità, una cornice, una prospettiva in cui poterle organizzare. Tra l’altro la serie integrale comprende centinaia di scatti, quindi il primo grande ostacolo è sempre stato sceglierne un numero congruo. Quando ormai non stavo più prendendo in considerazione l’idea di dare seguito al guizzo creativo iniziale, ne ho parlato per caso a Valeria Bianchi Mian, con cui curo il progetto di Poetry Therapy “Medicamenta – lingua di donna e altre scritture”, e insieme abbiamo iniziato a ragionarci su. La gestazione è durata parecchio: per più di due anni abbiamo discusso, vagliato e valutato tutti i dettagli, confrontandoci su ogni decisione da prendere. Solo quando ho sottratto la serie fotografica dall’oblio in cui l’avevo relegata e ho condiviso questa visione con Valeria e poi con le altre poete invitate a partecipare, solo in quel momento è stato davvero gettato il seme da cui l’opera “Maternità marina” è sbocciata: ecco in breve è la genesi di questa antologia poetica, di quest’opera corale, incentrata sul tema complesso del materno, che raccoglie i testi di trenta autrici italiane contemporanee, ispirati a ventotto scatti, e offre allo sguardo inserti grafici a ricamare le fotografie e illustrazioni a puntellare i versi, come una sorta di sottotesto che accompagna la narrazione poetica. Valeria ha ideato il racconto grafico, dedicandosi alle illustrazioni e realizzando la delicata trama di inserti che riscrivono le foto di significati ulteriori. Il libro contiene anche le nostre due introduzioni come curatrici (quella di Valeria con un taglio psicoanalitico) e due nostre poesie, che abbiamo volutamente lasciato a margine della narrazione, a cui invece hanno dato forma le altre autrici. A conclusione dell’opera appare la postfazione accurata dell’artista Sandra Baruzzi, che riflette sulla sintesi che linguaggio visivo e scritto producono. È grazie a questa fertile sinergia di voci e di prospettive diversificate che “Maternità marina” è diventato un libro composito, stratificato, multiforme, onirico, originale, conturbante e perturbante, che presenta una commistione di codici espressivi e si avventura nel territorio della maternità esplorandone anche le zone d’ombra, ponendo al centro della narrazione le paure, i limiti, la complessità, le aperture e le epifanie del femminile.

Come avete scelto le poetesse che lo animano? 

(S.R.) Della selezione delle poete mi sono occupata prevalentemente io, accogliendo qualche suggerimento di Valeria. Molte di più sarebbero state le voci poetiche che avrei voluto includere, ma purtroppo non è stato possibile farlo. Le autrici dei testi poetici sono: Franca Alaimo, Vera Bonaccini, Angela Bonanno, Claudia Brigato, Martina Campi, Paola Casulli, Mirella Ciprea Crapanzano, Flaminia Cruciani, Alessia D’Errigo, Lella De Marchi, Francesca Del Moro, Laura Di Corcia, Claudia Di Palma, Alba Gnazi, Ksenja Laginja, Anna Lamberti-Bocconi, Daìta Martinez, Silvia Maria Molesini, Gabriella Montanari, Renata Morresi, Daniela Pericone, Valeria Raimondi, Anna Ruotolo, Silvia Secco, Francesca Serragnoli, Enza Silvestrini, Claudia Sogno, Alma Spina, Antonella Taravella, Claudia Zironi. La scelta è ricaduta su di loro perché ne apprezzo la poetica, ma anche perché sapevo che qualcuna aveva già esperienza di scrittura a partire da uno stimolo fotografico, e molto spesso anche una poliedrica personalità di poeta e artista: si tratta dunque di autrici aduse a confrontarsi con molteplici codici espressivi. Alcune hanno alle spalle numerose pubblicazioni e una certa notorietà nel mondo poetico, altre sono inedite o hanno esordito da poco, tuttavia la qualità delle poesie di tutte è indiscutibile. Ho sentito più forte che mai il senso di responsabilità che accompagna il prendersi cura della produzione altrui, insomma, non è lo stesso che occuparsi solo di sé, perciò mi auguro che nonostante gli esiti perfettibili ognuna di loro sia felice quanto me di questa pubblicazione.

Pensando al connubio con le fotografie, domando: in che modo la vita diventa linguaggio?

(V.B.M.) Prendendolo tra le mani dopo un po’ di tempo, dimenticando per un attimo di essere stata co-curatrice e illustratrice di questo cofanetto multimediale, il libro mi appare ogni volta diverso, come un neonato che di giorno in giorno cresca, emetta vagiti, sorrida guardando la madre negli occhi. Un libro è, quando ci metti dentro l’anima, vivo: la tua vita continua a pulsare tra le righe, si diffonde come sangue nelle venature di carta. Generare un libro, soprattutto se l’oggetto in questione è contenitore archetipico come lo è questa fiaba di madre mare, partorire un’opera che non finisce con la sua pubblicazione. Se da un lato la vita diventa linguaggio lasciando che la parola poetica si esprima nel multiverso, voce del teatro interiore che siamo, dall’altro è il linguaggio vivo che ci parla attraverso i testi, e ci parla più facilmente se al nero su bianco dei brani si accompagna una narrazione visiva dell’essere. In questo caso, la storia è racconto di donne, di anziane e di giovani, di ventre e di feto, di pesce che muore e risorge. Le letture sono molteplici, tante quante le poete che hanno partecipato al progetto, alle quali vanno ad aggiungersi i nostri sguardi di curatrici – punti di osservazione differenti nel modo di intendere la maternità. La differenza nell’approccio ci ha permesso di scoprirci intensamente arricchite nel farci, appunto, traduttrici dei significati che il simbolo ci ha donato. Non è mai univoco il simbolo, pena la sua morte per unilateralità; il linguaggio che ne deriva è fatto di ambivalenza e paradosso, e l’operare una traduzione creativa dell’esperienza umana corrisponde al dargli voce: quando il nostro abitare il quotidiano e al contempo l’onirico si incontrano nella casa della poesia, il linguaggio può dirsi animico. La coscienza e l’inconscio possono operare una soddisfacente coniunctio: se ciò accade, l’intreccio si rivela fecondo. Lo capiamo subito, quando la lingua del simbolo si offre immediata ai nostri occhi, e credo di poter affermare che in “Maternità marina” le immagini del profondo parlino con voce antica e moderna delle luci e delle ombre della maternità, illuminando uno scenario che conosciamo tutte – madri carnali, in anima o spirituali – e che riconosciamo in quanto siamo tutte, inevitabilmente, figlie. Se leggiamo le poesie contenute nel libro, la danza con le fotografie di Silvia e i miei disegni, riconosciamo generatività nell’abbraccio, che è specchio di una relazione reale, quella che ha avuto bisogno di cuocersi al fuoco lento dell’alchimia tra noi due curatrici, prima di uscire allo scoperto come creatura covata da entrambe. Tuffandoci a fondo nel mare del progetto, scorgiamo un guizzo di scaglie che ci accompagna: è il simbolo del pesce, un elemento che Silvia ha coinvolto come attore dei suoi scatti recuperandolo in una di quelle belle cucine del Sud. Quando ho visto l’animale avvolto nel sangue, deposto nel grembo di quella fanciulla che ricopre più spesso il ruolo di protagonista della nostra fiaba poetica corale, ho sentito di volergli dare una seconda possibilità, offrendo nuovi scorci alla sua essenza, alla presenza-assenza, lasciando che la cura del simbolico lasciasse emergere nuovi pesci vivaci come i sogni. Credo sia stato proprio per via dell’animale-feto che ho deciso per un mio coinvolgimento attivo nell’opus. Lo stesso hanno fatto le poete, magari senza porre attenzione cosciente al piano di realtà, seguendo altri spunti nel Vas. Questo è solo un esempio di come un’immagine possa essere amplificata, ovvero aperta e rivitalizzata nell’intreccio tra poesia e materia concreta e, soprattutto, nell’incontro umano.

La poesia è tale se diventa portatrice di una visione che non è individuale (bensì sovraindividuale); qual è la tua opinione in merito? 

(V.B.M.) Credo sinceramente che possa dirsi poesia non tanto la forma perfetta del verso quanto la forma viva, la creatura poetica che supera la soglia della coscienza individuale per toccare le corde dell’inconscio collettivo, il profondo cuore dell’umanità. Universale è la poesia che ci fa sentire vicini nel sentimento ma anche nel pensiero, tra sensazione e intuizione, quella che apre una comunanza di luoghi familiari e sociali, di vissuti amorosi, amicali, civili. In un’ottica junghiana, le immagini poetiche sono proprie della psiche che ci parla attraverso i simboli ma, per emergere, occorre che l’Io si faccia contenitore attento. Gli antichi alchimisti trasformavano la Prima Materia proiettando sull’elemento personale l’anima viva, in un percorso che era individuale così come è personale il verso del poeta, ma anche collettivo, perché il piano simbolico del Sé profondo è voce specie specifica, sì, e porta dell’Anima Mundi. Concordo con la visione junghiana, dunque: gli alchimisti dei nostri giorni sono proprio scrittori, poeti e pittori; il poeta che in ognuno di noi crea immagini e sogni. Tutti coloro che hanno a che fare con l’opera di transustanziazione della prospettiva materiale in anima attraverso l’arte agiscono con parole colori e simboli collettivi, operano una trasformazione che unisce i piani dell’essere umano nella cura dell’uovo che diventa il nuovo. 

La realtà stessa è un mondo intermedio che, appunto, può essere espresso in modo sufficiente per mezzo del simbolo. La rivelazione nella poesia è proprio questa risonanza, i versi come luogo della metamorfosi e dello sposalizio tra i piani, lo spazio in cui non tutto certamente diventa oro grazie all’opera contra naturam del poeta, ma nell’alambicco la creazione è sempre in atto. Se al lettore arriva un guizzo di scaglie che lo sveglia dal sonno nel mare, allora c’è poesia, c’è ricongiungimento. Se tutto tace, se dal verso non si solleva alcun soffio d’anima, può darsi che non ci sia vita ma anche semplicemente che la cottura non sia ultimata, o forse il tuffo non è stato sufficientemente profondo dall’inconscio non era ancora emerso il pesce d’oro, la perla, la luna, oppure l’Io non è abbastanza accogliente.

In “Maternità marina” c’è il perturbante, c’è la maternità buona e crudele, c’è luce e buio. Nell’introduzione ho citato La speranza di Gustav Klimt (1903), sogno di colei che contiene il suo stesso essere luna piena. Non è detto che la maternità sia sempre compimento e che la realizzazione sia figlia di carne, figlio di occhi e ossa; le ombre si addensano dietro la luce e noi abbiamo cercato di lasciarle emergere, dando spazio a ipotesi contemporanee di madri mare.

Per concludere, vi invito, per salutare i nostri lettori, a riportare dal libro tre poesie e tre fotografie.

Anna Ruotolo
Ksenja Laginja

 

Alma Spina

 

Notizie Biografiche

Silvia Rosa nasce a Torino, dove vive e insegna. Laureata in Scienze dell’Educazione, ha frequentato il Corso di Storytelling della Scuola Holden. Suoi testi poetici e in prosa sono presenti in diversi volumi antologici, sono apparsi in riviste, siti e blog letterari e sono stati tradotti in spagnolo, romeno e turco. Tra le sue pubblicazioni: l’antologia foto-poetica Maternità marina (Terra d’ulivi 2020), di cui è curatrice e autrice delle foto; le raccolte poetiche Tempo di riserva (Giuliano Ladolfi Editore 2018), Genealogia imperfetta (La Vita Felice 2014), SoloMinuscolaScrittura (La vita Felice 2012), Di sole voci (LietoColle Editore 2010 -II ediz. 2012); il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke Edizioni 2013); il libro di racconti Del suo essere un corpo (Montedit Edizioni 2010). È vicedirettrice del lit-blog “Poesia del nostro tempo”, redattrice della testata online “NiedernGasse”, collabora con il blog di letteratura “Margutte”, con la rivista «Argo» e con il quotidiano «Il Manifesto». È tra le ideatrici di “Medicamenta- lingua di donna e altre scritture”, progetto di Poetry Therapy che propone una serie di letture, eventi e laboratori rivolti a donne italiane e straniere, lavorando in una prospettiva psicopedagogica e di genere con le loro narrazioni e le loro storie di vita. Si è occupata del progetto di traduzione poetica e interviste di alcuni autori argentini, dal titolo Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici, pubblicato nel 2017 in e-book (edizioni Versante Ripido e La Recherche). Biobibliografia completa http://www.larecherche.it/biografia.asp?Tabella=Biografie&Utente=silviarosa

Silvia Rosa

Valeria Bianchi Mian psicoterapeuta, psicodrammatista junghiana, tarotdrammatista (intreccio di Psicodramma e immagini archetipiche). Coach in Life Skills con diverse utenze. Tra i corsi, Storie Arcane. La pratica immaginale e narrativa con i Tarocchi per IPA Istituto di Psicologia Applicata. Socia Sipsiol, la Socierà Italiana di Psicologia Online, e di Apragip Psicodramma. Organizza la Rassegna Nazionale di Psicodramma “L’Io e l’Altro” a partire dai temi caldi della contemporaneità. Con Silvia Rosa è co-conduttrice di “Medicamenta- lingua di donna e altre scritture”, progetto di Poetry Therapy. Speaker per Radio Morpheus: www.radiormorpheus.it, conduce L’Altro in noi. Psicologia viva in Anima Mundi. Redattrice per Psiconline.it dal 2017. Su Oubliette Magazine cura la rubrica La Casa dei Tarocchi, intrecciando all’iconografia delle carte elementi di psicologia, arte, letteratura. I suoi blog sono Poesie Aeree, nel quale ospita poesie e recensioni, e Favolesvelte. Sito: www.tarotdramma.it. Ha pubblicato e illustrato libri di narrativa, poesia, e saggi: Favolesvelte (Golem Edizioni 2015); Non è colpa mia (romanzo noir con Golem Edizioni, 2016), Una casa tutta per lei (racconti con Golem Edizioni, 2017), Vit(amor)te. Poesie per arcani maggiori (44 poesie e 22 carte, con Miraggi Edizioni, 2020). Ha partecipato ai saggi: Utero in anima (a sua cura, con Putti S., Ceresa S.G., Lithos Edizioni, 2016), Psicosociologia della genitorialità (Golem Edizioni, 2017), Amori 4.0 (Alpes Edizioni, 2019), Voci di donna. Il complesso intreccio tra psicologia e femminismo (Underground Edizioni, 2020) e un saggio sul Coronavirus (Alpes Italia, 2021). 

Valeria Bianchi Mian 

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