DIO LI FA E POI LI ACCOPPA

DIO LI FA E POI LI ACCOPPA

A inizio millennio Antonio D’Orrico sentenziò sul Corsera che il romanziere “McLiam Wilson scrive come un dio”; anni dopo Wilson confidò in un’intervista al Corsera: “Comincio ad appassionarmi al giornalismo, mi dà disciplina. Sono diventato bravo”; anni dopo ancora l’intervistatore di allora, Stefano Montefiori, sempre sul Corsera presentò  “un pezzo strepitoso” di Wilson sulla Beat generation, che suona:

L’ automobile ci ha spogliato della magia e della potenza della strada. Può spegnere il desiderio e l’estasi che le strade sanno darci. In un certo senso, l’auto è il più spesso e desensibilizzante dei preservativi. L’auto ci tiene i piedi comodi, asciutti e lontani dalla polvere. Ma a non camminarci sopra, una strada non è più una strada, diventa un altro oggetto di consumo, un’accozzaglia di chilometri fast-food, da inghiottire in fretta. Tranne che nei Paesi veramente grandi. Nei Paesi veramente grandi le strade possono essere così incredibilmente lunghe da sfidare i fusi orari e nessuna automobile-preservativo può impedirci di sentire i sussurri, l’enorme vuoto e la fatica della strada. Le dimensioni forse non saranno tutto, ma quasi. [… Jack Kerouac] scrisse Sulla strada. Diventando così il primo genio casuale (e molto irritante) della letteratura. Sulla strada è uno dei più grandi brutti libri della storia. La sua stupida autoindulgenza e la promiscua vanità potrebbero stordire una mandria di buoi. La scrittura è pigra, quasi ubriaca, e il romanzo non ha struttura degna di nota. La mano di Kerouac è così visibile in ogni riga che si passa un sacco di tempo a chiedersi non tanto se sapesse scrivere un romanzo ma se sapesse almeno leggerne uno. E tuttavia resta senza ombra di dubbio un grande libro. Multiforme nella sua indisciplinata sovrabbondanza, trasmette momenti di grazia e vitalità indimenticabili. Superficiale ma profondo, sciatto ma fine, è unico nel suo genere. […] La mostra sulla Beat Generation al Centre Pompidou di Parigi è anch’essa stranamente speculare. È una mostra strampalata e dilettantesca su un movimento strampalato e dilettantesco. Volendo essere scortesi, si potrebbe dire che è una cazzata. Secondo me però il termine è perfetto. Perché i Beat erano i Re delle Cazzate. È perfetto anche che si svolga al Beaubourg (il nome che i parigini usano per il Centre Pompidou), quella sfrontata burla di edificio che si cala le braghe e con orgoglio mostra il didietro alle cosiddette norme architettoniche della Ville Lumière. La sua bucherellata e mal edificata imponenza è l’ambiente trasgressivo ideale per ospitare l’insipido spettacolo postumo dei Beat. […] quel che mi piace di più dei Beat è che, nel bene e nel male, non possono fare a meno di rivelarsi. Moltissime foto in mostra sono semplicemente delle istantanee che si scattavano a vicenda. Un po’ come dei selfie versione anni Cinquanta. È un fatto importante, e anche divertente, per un movimento il cui fascino dipende in gran parte dalla fotogenia. Sono tutti lì, Kerouac, Cassady e Gregory Corso, tutti belli – tranne Burroughs. C’ è persino una foto di Ginsberg da giovane in cui somiglia in tutto e per tutto a Jeff Goldblum. È il look Beat, elemento fondamentale della loro fama, lo stesso che ha ispirato migliaia di pubblicità dei Levi’s. Gli scrittori Beat sono ancora letti. Ma più di tutto sono guardati. Ci sono interviste filmate sui monitor, e proiezioni su parete di film pretenziosi e indisponenti fatti dagli stessi Beat, sempre lì a far baldoria e a mettersi in posa; nel complesso, una versione un po’ più noiosa di una ricerca casuale su YouTube.

Quanto alle immagini, dovrebbe bastare questa: http://ultimateclassicrock.com/bob-dylan-subterranean-homesick-blues/ . Quanto ai testi invece: mydearold Corrado Paina, volato da Toronto ad Arcavacata per una performance di etnopoesia https://www.youtube.com/watch?v=MGxjIBEZvx0 , è passato per Milano  la notte magica di Zaza&Pellé (Mondiali di calcio, 3 luglio 2016) e a tv spenta mi ha donato un librino prezioso: NewYoung German Poets,

La presentazione suona:

These poets are part of the generation that’s come of age over the ruins of Hitler’s psychotic Reich. Their emergence as a new avant garde (opposing the inherited dead world with a modern, visionary language) is a miracle beyond the economic hoaxes of a hundred Erhards. No set style or manifesto brings them together – only some sense of having come through and of having to come through again and again. And because they’ve seen it in the open, they’re quick to sense the darkness behind the current slogans (cold war, economic miracle, clean bomb, collectivism, thousand flowers). In a nation that buries the past from its children, the pain of their song is a thriumph.

I poeti antologizzati sono nell’ordine: K. Krolow, P. Celan, H. Heissenbüttel, W. Höllerer, K. Bremer, H. Piontek, I. Bachmann, G. Grass, E.J. Dreyer, H.M. Enzensberger. Il curatore è l’americano Jerome Rothenberg  https://it.wikipedia.org/wiki/Jerome_Rothenberg , la casa editrice è la City Lights Books https://it.wikipedia.org/wiki/City_Lights_Bookstore con sede a Frisco, la collana è “The Pocket Poets Series”,  la data di pubblicazione il 1959. Il primo titolo, del 1955, era stato L. FerlinghettiPictures of the Gone World, seguito da A GinsbergHowl and Other Poems (1956), W. C. WilliamsKora in Hell: Improvisations, 1957, G. CorsoGasoline (1958). A quell’ora, Grass non aveva ancora pubblicato Il tamburo di latta, Enzensberger aveva all’attivo un solo volumetto, Celan avrebbe atteso tredici anni ancora per venire tradotto in inglese. Capita l’antifona?

Il beatnik Jerome presentava Celan così:

regarded by many as the greatest of the post-war poets in Germany, perhaps in Europe. Because of his Jewich background, he grew up apart from the German world whose language he shared. Surviving he has transformed that language into a unique personal instrument for assaulting a reality that has wounded him but that he still desires to address as “Thou”.

Invece il paninaro Wilson:

Forse dovrei cercare di essere più formale, e comunque un’opinione è solo un’opinione, ma se pensate che Burroughs sia un bravo scrittore dovete subito correggere questa madornale idiozia. Subito! Il lavoro di Burroughs è roba da pataccari (quando non è posa adolescenziale).

Scommetto che un dio preferirebbe il bosco verticale al Beaubourg, e il secondo tragico Fantozzi alla corazzata Potëmkin.

Un modo – scrive Dario Borso di commemorare Celan nel centenario della nascita e cinquantenario della morte.

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