La bellezza: il sortilegio misterioso di un raro ingrediente divino infuso nell’essere

La bellezza: il sortilegio misterioso di un raro ingrediente divino infuso nell’essere

Gilles Sacksick, La fine del pomeriggio, French, 1942 DARIO
Gilles Sacksick, La fine del pomeriggio

nulla dies sine linea

 

Che la bellezza sia un incantesimo, un sentirsi sfiorati inspiegabilmente da una sensazione di piacere perforante, che par ora poesia, poiesis, orafattura” sulla propria anima e mente, è una realtà che dalla grecia platonistica e orfica, all’america hollywoodiana e sfarzosa, ha ispirato per sempre la storia di tutta la rappresentazione umana. La bellezza è come il tempo, esiste, ma non si può toccare, è come la musica, si sente, ora si ode, ma non si può toccare: ha sempre questo che di “privato”, dove la privazione è proprio nel tatto, in quel non poter toccarla pur toccandola, quand’anche si voless’essere feticisti e sarcofili – sì, intendo, dediti alla carne -, e possiede tutta la grazia e la religione di un istante “impressionante”, che si imprime nella sensazione dell’anima come lo scatto di una fotografia che sa già di unicità, perché si fa sinfonia, lunga e carezzevole, fatale, brusca, talvolta irrimediabile, suicida, uxoricida, omicida, venefica, guerrifica. Scoppia la guerra a Troia? Per via d’una Mela d’Oro? “Alla più bella”… Cosa succede tra le Esperidi? La bellezza causa la storia: Antonio, quell’Antonio dei quiriti, si volge ad oriente, e viene stregato: una regina, una dea, poliglotta, prodigiosa di memoria quanto Mitridate VI del Ponto, la Cleopatra irresistibile, che possiede, possiede proprio questa qualità divina dell’essere, intrinseca all’essere, che parla silenziosa, che scrive la storia, la rimodella, la scolpisce, con la stessa precisione e con lo stesso smarrimento che si respira in Bernini. La bellezza sa anche di transverberazione, perché trafigge, sconfigge. Con Lacan, insieme, potrei anche dire: piega l’Io, lo contorce, perché essa è esterna, e viene a stregare come un dardo cupidico chiunque, qualsiasi cosa. Una nuvola, un sole, un violaceo dell’ultimo istante del saluto del sole al crepuscolo, una pagina di libro scritta da Stendhal, un capolavoro di L. Alma Tadema: tutto questo è già bellezza? Mi si chiede sempre se essa sia soggettiva, e invero, tutti anche inconsciamente, si chideono cosa sia davvero la bellezza, e se è presente, e se è viva in qualcosa. L’anima si chiede continuamente durante una giornata dov’è la bellezza, passa tutto il tempo, a chiedersi: “è bello tutto questo? Quale destino si sta disegnado? Quale storia?”. La bellezza tocca ogni corda, anche se sembra intoccabile. Narciso, che rimirandosi sul riflesso delle acque si scopre bello, e si vede bello, vede la bellezza. La bellezza è nella riflessione, ma è anche in un non poter vedere questa riflessione. Ed è come avere una visione, che altri non possono vedere, un po’ come il fantasma di Banquo, che può vedere solo il testimone protagonista. Quando si sente la bellezza presente in un qualche cosa, quel qualcosa si veste di potere, e di passività. Una cosa bella, un libro, una creatura, un fiore, è potente quando emana bellezza, e nella sua bellezza si dichiara la sua passività, il suo essere là, là, là. La bellezza è desiderata, ma è là. La cosa bella è ferma, pronta per un agguato, ma è passiva, riesce a stregare solo con il suo semplice essere, da questo deriva tutto il suo potere. Esiste, poi ancora, una bellezza soggettiva, ma esiste anche una bellezza assoluta, cui nessuno riesce a fuggire, è una bellezza che trapassa la carne, la razionalità, la tecnica, la precisione, il tempo stesso umano, ha quel “che” che travia l’Io, fino a mutarlo. Forse, Osho, ne Il sutra del Cuore, direbbe: la bellezza è l’amore. Perché l’amore è divino. La bellezza è un ingrediente, è sensibile, si può sentire, ma può anche sfuggire, finché non si è abbastanza “sensuali” da poterla vedere anche nell’aspetto più truistico del quotidiano contingente. La bellezza, io dico: è consapevolezza, è “riuscire finalmente a vedere”, il penetrare la forma astrale degli oggetti, delle forme, è, quell’andare oltre, è quel sublime, è quel subliminale, e se continuassimo ancora a descriverla, potremmo pure smarrirla, come la verità. Perché fuori dalla parola, cosa esiste? Forse solo la bellezza. Al di là del bene e del male.

 

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