Due parole sul tempo perduto: Deleuze e Proust

Due parole sul tempo perduto: Deleuze e Proust

Alfio Giurato, Studio per Profilo
Alfio Giurato, Studio per Profilo



Lontano da Proust per epoca e stile e tuttavia vicino all’idea del recupero del tempo; lontano dai salotti che frequentava e odiava e tuttavia vicino al tentativo di superamento di un’epoca sbiadita, cui la nostra rimanda per superficialità e disimpegno, muovo da una contraddizione per chiarire.

Specifico allora che mi riferisco alla “Recherche” di Marcel Proust e al tempo perduto che tentava di scovare. Ma quale tempo? Non certo il tempo in cui ha vissuto, che utilizzava solo come “segno” che rimanda ad altro; né il tempo di una scrittura per me antica e poco leggibile; né quello che occorre appunto per leggere la sua opera. Quale, allora, il tempo? Per Deleuze la ricerca di Proust non riguarda il tempo della memoria soggettiva ma il tempo in cui l’essenza si specifica. Per me occorre esattamente il contrario: l’essenza (ammesso che se ne possa parlare) di per sé non è capace di alcuna specificazione: viene specificata. L’oggetto da ricercare non è allora un tempo eterno o, all’opposto, un semplice tempo del soggetto, ma il soggetto del tempo. Quello l’elemento mancante.

Posto che il tempo è astrazione pura che da ben prima dell’ipotesi del Big Bang ad oggi ci arrovella e che non è rappresentabile senza il concetto di spazio; e posto che lo spazio-tempo non esiste a meno di misurazioni soggettive, senza dimenticare che le stesse non offrono alcuna certezza assoluta, come ci ha rivelato la relatività generale; posto ancora che Proust non la conosceva e, sicuramente, aveva anche scarse se non nessuna cognizione di astrofisica o melodrammi metafisico-filosofici-spazio-temporali, il tempo che ricercava era per lo meno dubbio e certamente non un tempo del soggetto. Ma quale soggetto, e come diventare soggetto del tempo? Sono certo che a questo non avrebbe neppure pensato.

G. Deleuze, riferendosi alla costante ricerca dell’essenza che percorre tutta l’opera di Proust,  scrive che “Sotto questo aspetto Proust è un seguace di Leibniz: le essenze sono vere monadi, ognuna delle quali si definisce sotto il punto di vista dal quale esprime il mondo, mentre ogni punto di vista ci rimanda a una qualità ultima nel fondo della monade” (G. Deleuze, Marcel Proust e i segni, Einaudi, Torino, 1967, p. 42). E qui il soggetto del tempo si sperde nella trascendenza.

Apparentemente si ritorna nel tempo del mondo attraverso i segni, cioè gli eventi e gli incontri della vita che, per Proust, rappresentano il mezzo con cui l’uomo accosta il tempo perduto per recuperarlo. Il recupero del tempo – che comunque è per Proust sempre tempo di “verità”, tempo eterno, e dunque tempo dell’essenza che in sé comprende tutti i tempi – avviene attraverso l’arte. Deleuze specifica che in Proust l’arte è smaterializzazione, materia che si fa spirito grazie all’essenza che si cala nelle cose e le rende partecipi del tempo eterno. L’arte rimanda allora a un indefinito altro spirituale e smaterializzante, un uniforme informe, un ente vagante nell’altrove afferrabile soltanto attraverso i segni smaterializzati dell’arte. Ferma l’importanza fondamentale dell’arte e la sua capacità di prefigurare, grazie alla dimensione simbolica che le è propria,  linguaggi e tempi nuovi, ancora una volta il “tempo” sfugge. È inutile cercare in un’opera d’arte un ente astratto: non vi si troverà altro che l’essente, cioè l’artista stesso e il “suo” tempo. Non l’arte ma l’artista è il soggetto del tempo, il soggetto capace di attualizzare ed esprimere linguaggi diversi che definiamo arte, qualunque sia  il modo di espressione. In un quadro, una musica, un testo non troveremo che l’artista che l’ha immaginato e realizzato, la sua equazione personale, il soggetto appunto in un tempo che è suo e che, simbolicamente, apre a tempi che potremmo definire del “non ancora” che l’artista attraverso le sue opere ci permette di intravedere e pensare.

Deleuze scrive ancora, a proposito di Proust e del suo platonismo, “Non è il soggetto a esplicare l’essenza, ma piuttosto l’essenza a implicarsi, svilupparsi, riavvolgersi nel soggetto. Più ancora: è proprio l’essenza che, ravvolgendosi su se medesima, costituisce la soggettività. […] Questa distinzione tra essenza e soggetto è ancora più importante perché Proust vede in essa la sola prova possibile dell’immortalità dell’anima” (G. Deleuze, op. cit., p. 44).

E ancora, l’arte esprime “temi incoscienti, gli archetipi involontari da cui non soltanto le parole, ma anche i colori e i suoni prendono senso e vita. L’arte è una vera trasformazione della materia. La materia viene spiritualizzata; i mezzi fisici, privati dì ogni materialità, rifrangono l’essenza, vale a dire la qualità di un mondo originario” (G. Deleuze, op. cit., pp. 47-48).

Da questi passaggi deriva che pensare l’arte, e attraverso essa e i segni significativi ritrovare il tempo dell’essenza, non riguarda il soggetto; è l’essenza che radunandosi nel soggetto lo rende tale e, pensando se stessa, pensa anche il soggetto. Con ciò il soggetto è definitivamente perduto. Per me, l’arte è mezzo, non causa; per Proust è vero il contrario. Quanto agli archetipi, nella visione cui aderisco essi rappresentano strutture psichiche, ovvero le forme originarie del pensare, immaginare, percepire. Detto semplicemente, il modo umano (con tutti i suoi limiti strutturali) di intendere il mondo, come Jung ha precisato più di una volta, a dispetto delle accuse di misticismo. In pratica, noi possiamo pensare e interpretare il mondo soltanto attraverso le nostre categorie interpretative e di pensiero; non potremmo mai farlo, ad esempio, come lo farebbe un marziano o un ipotetico ente iperuranico. Tuttavia, Proust lo fa; sarebbe interessante chiedersi quale struttura profonda era attiva in lui mentre pensava e scriveva la sua “Recherche” (lo so ma non lo dico).

La dimensione dell’essenza che pensa se stessa è, secondo la lettura di Proust fatta da Deleuze, ciò che costringe l’uomo a pensare e quindi, risalendo nei segni attraverso la memoria involontaria, gli permette di conferire senso. Se si spinge la lettura alle sue conseguenze inevitabili, questo senso è tuttavia sempre senso dell’essenza, mai del soggetto. In questo esito rintraccio un ulteriore elemento di lontananza da Proust. A mio avviso, la “costrizione” a pensare non può essere imputata a una specie di “incarnazione” di una essenza trascendente in cui si ricalca il rapporto Brahman-Atman delle filosofie indiane. È la riflessione che permette di conferire senso ed essa, se permettete, ci appartiene, è elemento che connota il soggetto, una sua funzione. Un qualsiasi ente può avere soltanto il senso che il soggetto gli attribuisce (se gliene attribuisce): di per sé non ne ha alcuno. Comunque, anche volendo aderire alla costruzione proustiana nella lettura di Deleuze, resta il fatto che l’essenza senza un soggetto non potrebbe comunque pensarsi e dunque attribuirsi un senso. Per farlo, deve incarnarsi. Sinceramente, questa mi sembra una trascendentalità fasulla: l’uomo è comunque solo involucro.

L’“involontarismo” proustiano in qualche modo sembra aprire alla dimensione di un soggetto “altro” che può ricordare il così detto soggetto dell’inconscio. In questo modo si potrebbe favorire la relativizzazione di certi estremismi della coscienza che, nella sua hybris, tende a identificare e spiegare tutto con se stessa. Tuttavia, la visione “involontaristica” toglie ogni responsabilità e intenzione al soggetto cosciente e questo, per quel che mi riguarda, scava un baratro incolmabile con il platonismo di Proust o qualsiasi altra visione metafisica che limita il soggetto a mezzo di esplicazione dell’ente. Che l’ente, quale che sia, per essere debba essere “qui” presente ed essente nella coscienza soggettiva è fuor di discussione; che debba necessariamente esserci un ente è altra questione, tanto più se il soggetto è semplice schermo di giustificazione dell’essere del niente (Heidegger). La metafisica è nata come difesa dall’angoscia dell’esistere, come Kierkegaard e Nietzsche, tra gli altri, hanno ampiamente dimostrato. Spero si consolidi un “tempo” in cui il soggetto non abbia più bisogno di difendersi.

La mia breve ricerca negli spazi metafisici della “Recherche” sembra aver dato scarsi esiti: del soggetto del tempo non si trova traccia. Tuttavia, forse un chiarimento c’è stato e se, per certi aspetti la frattura da cui mi sono mosso è sembrata attenuarsi (essenzialità dell’arte e rimando indiretto ad un soggetto dell’inconscio), sul piano del soggetto essa si divarica all’infinito e appare davvero insanabile. Certamente, questo non costituisce un problema: solo una precisazione. D’altronde, a ciascuno il suo e così è se vi pare.

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