Enrico Galiano, l’arte di sbagliare (alla grande) e la felicità inscindibile dal coraggio.

Enrico Galiano, l’arte di sbagliare (alla grande) e la felicità inscindibile dal coraggio.

 

“Ognuno ha il suo errore/Quello che ripete per una vita intera” scrive Enrico Galiano nella prima pagina del suo ultimo libro, L’arte di sbagliare alla grande. Enrico prende per mano il lettore e lo porta con sé in un viaggio tra i suoi sbagli, alla ricerca della risposta alla domanda “qual è il mio errore?”

Spoiler n.1. Alla fine del viaggio Enrico trova il suo errore e chi legge lo trova con lui. Così, ai ragazzi Enrico insegna l’importanza del coraggio. L’importanza del coraggio. Del coraggio di sbagliare, di essere sé stessi, di trovarsi nel mondo. Insegnare d’altronde è il mestiere di Enrico, uno dei motivi per cui è tanto amato.

Altro spoiler. Col suo viaggio Enrico insegna le stesse cose, le suggerisce, anche a chi non è più un ragazzo. Forse non con il senno del poi, ma con il senno dell’è ancora, Enrico insegna come sia ancora possibile cambiare la propria vita, ascoltarsi e ritrovarsi nel mondo.

Un brevissimo viaggio nel viaggio, tramite cinque domande ad Enrico.

 

In questo libro ti poni coraggiosamente delle domande. E la prima domanda che ti pongo, è una domanda che tu stesso ti sei posto. “Perché quando siamo ad un centimetro dalla felicità, a volte scappiamo via che più lontani non si può?”

La felicità richiede coraggio, la felicità non è scindibile dal coraggio. Non puoi essere felice senza che questa felicità non comporti dei sacrifici, delle decisioni difficili, senza che la felicità non comporti la paura della stessa felicità. C’è un prezzo da pagare per essere felici: tu sai che se entri dentro quel teatro meraviglioso che è la felicità e hai il biglietto da pagare. E dentro quel biglietto c’è anche la paura che da quel bellissimo teatro ti buttino fuori. Ti svegli e lei non ti ama più o si innamora di un altro e te lo dice. Il libro su cui hai investito tutto, non piace a nessuno, nessuno lo legge. Insomma c’è un prezzo. E questo è il motivo per cui, alcuni, proprio all’ultimo momento, prima di entrare in quel teatro, scappano. “E se mi buttano fuori? E se poi, e se poi, e se poi?” È una decisione tanto difficile quella di entrare, richiede coraggio. Tanti rinunciano perché, umanamente, non hanno tutto il coraggio che serve.

Nel tuo libro ti cerchi e aiuti anche il lettore, cercandoti, a trovarsi. Tra le tante e belle immagini a me ha colpito quella del bambino che resta in noi. Ad un certo punto scrivi infatti che, quando siamo bambino, scorgiamo chiaramente il fondale del mare, riusciamo a vederci chi siamo, chi vogliamo diventare. Succede che però cresciamo e ci allontaniamo sempre di più da quella riva. Tuttavia quel bambino resta, voce, dentro di noi. Come si fa ad ascoltare quella voce e perché smettiamo di sentirla?

I greci erano convinti che ognuno di noi avesse un demone. Un demone sempre vicino a noi, che continuamente ci suggerisce, ci parla, ci dice chi dobbiamo essere, cosa dobbiamo diventare. Per i greci la felicità si misura proprio dalla capacità di saperlo riconoscere, di saperlo ascoltare e assecondare. Chi lo asseconda ottiene l’eudaimonia, chi non lo ascolta, invece, viaggia nel senso opposto. Io sono convinto che il demone ci parli sempre, che sia una voce costante. Ma come dicevo, spesso, anche ascoltare il demone richiede una dose di coraggio. Il demone ci suggerisce cose che ci sfidano, cose non semplici. E quindi, a volte, preferiamo non ascoltarla, o ascoltare un’altra voce, anche simile. Se leggi le biografie dei grandi noti che tutti i grandi, fin da bambini, avvertivano segnali che li portavano là. Anche cose banali: ma queste cose banali sono stati segnali che li hanno condotti là, là dove sono arrivati. Ecco, questi segnali sono i demoni.  E negli anni, i demoni, si fanno sentire tramite la gioia che si manifesta quando compi alcune attività. È necessario avvertire questa gioia, questo senso del tempo che si dilata e si restringe. Io ad esempio posso stare anche otto ore consecutive a scrivere senza accorgermene, devono venire ad interrompermi.

Un’altra bellissima immagine del libro, è quella delle persone se e delle persone nonostante. Le persone se, come tu scrivi, sono quelle del periodo ipotetico del terzo tipo. “Se avessi avuto più possibilità, ora non sarei qui, se avessi potuto proseguire gli studi, ora sarei laureato e avrei un buon lavoro. Oppure: se non avessi subito quell’infortunio, avrei continuato a studiare”. Le persone nonostante, invece, sono quelle da “nonostante io non abbia avuto molte possibilità, ora sono qui. Nonostante non potessi proseguire gli studi, ho provato lo stesso a laurearmi. Nonostante l’infortunio, sono sceso di nuovo in campo”. Come ti sei accorto di essere una persona se, e come sei riuscito a diventare una persona nonostante?

Mi ha aiutato vedere di fianco a me persone che sono rimaste se. Come se stessi vedendo un trailer: “come va a finire ad essere una persona se”. Il grande problema delle persone se è che tutte le loro motivazioni sono oggettive. La frase “io non riesco ad amare perché ho avuto un madre o una madre che non mi ha amato” è oggettiva, non puoi contestarla. Però il punto è che fermarsi a questa considerazione, per quanto oggettiva, ti fa fermare alla stazione del se e non i fa prendere il treno del nonostante. E il fatto di avere visto come fa a finire a è rimasto alla stazione del se, mi ha salvato. È un finale tremendo. Quando vedi cosa succede alla stazione del se, capisci che non hai altra scelta e salti sul treno del nonostante. Perché capisci che non può succederti di peggio. Niente è peggio di arrivare a settant’anni e rendersi conto che non hai vissuto davvero, non hai messo tutto il tuo potenziale, non hai dato quello che potevi dare. Anche con tutti i motivi giusti del mondo. A volte penso ad Alex Zanardi, agli esempi come lui. Quest’uomo, senza le gambe, vince gli Ironman. Ognuno di noi, nel suo piccolo, ha le gambe spezzate, ha un suo ostacolo. Quindi deve trovare la sua bicicletta a mano. Magari non vinci gli Ironman, ma almeno puoi dire che c’hai provato.

“Ognuno ha il suo errore, quello che ripete per una vita intera” scrivi nella prima pagina del tuo libro. Nel tuo libro lo cerchi e, alla fine, lo trovi. Così leggendoti non ho potuto fare a meno di chiedermi: una volta trovato, quest’errore, non lo si commette più?

Me lo stavo proprio chiedendo anch’io in queste ultime sere. Il mio momento di riflessione è la corsa della sera: abito vicino ad un fiume e posso andare a correre senza incontrare nessuno. Pochi giorni fa mi ponevo una domanda sulla scrittura. Sto iniziando a scrivere sola ora il seguito del mio primo libro, Eppure cadiamo felici. Ebbene se lo leggi ti accorgi che manca ancora qualcosa, che ha bisogno di continuare. Ed in questi giorni ho capito che non l’ho completato proprio per paura. Forse ha ragione Freud, i nostri errori sono sempre gli stessi, e non vedono l’ora di farsi ripetere. La differenza è che una volta che si ripresentano, sai che si stanno ripresentando. Quell’errore, o quell’istinto, lo farai o lo avrai fino a novant’anni, starà a te riconoscerlo. 

Nel tuo libro citi una bellissima poesia di Quitana (Il segreto non è prendersi cura delle farfalle/ma prendersi cura del giardino, affinché le farfalle vengano da te./Alla fine troverai non chi stavi cercando/ma chi stava cercando te). Chi sono le farfalle nella tua vita?

Le farfalle si presentano sia nella forma di persone che di opportunità. Sono tutto ciò che arriva spontaneo sulla base del tuo essere te stesso. L’errore che ho fatto nei rapporti umani è stato non essere me stesso, svendere una parte di me, per compiacere persone che credevo fossero le mie farfalle. E invece erano le farfalle di qualcun altro. Per anni ho inseguito le case editrici e adesso mi trovo in una situazione opposta. Questo è accaduto certamente per fortuna, ma anche perché, all’origine, c’è stata una scelta di coerenza rispetto ai miei progetti. Bisogna anche imparare a dire di no, per curare il proprio giardino, per quanto all’inizio sia doloroso. Ecco uno spoiler sul futuro: non esiste una linea di arrivo. Dopo il traguardo, è fisiologico che anche il traguardo venga messo alla prova. Il contrario sarebbe pericoloso. 

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