Fabrizio Moro: “Con la musica mi sono capito”. Cresce l’attesa per il concerto del 19 agosto sotto i riflettori di “Etna in Scena”.

Fabrizio Moro: “Con la musica mi sono capito”. Cresce l’attesa per il concerto del 19 agosto sotto i riflettori di “Etna in Scena”.

Cantautore, chitarrista e musicista italiano, Fabrizio Moro, con alle spalle una ventennale carriera, cominciata nel 1996, con all’attivo 8 album in studio e la raccolta “Atlantico Live”, sarà protagonista della kermesse “Etna in Scena”, con il concerto di sabato 19 agosto, nell’anfiteatro “Falcone e Borsellino” di Zafferana Etnea, per l’attesissima tappa del suo “Pace Live, Tour 2017” per la presentazione del nuovo disco. Con lui, sotto i riflettori, la storica band formata da: Alessandro Inolti (batteria), Claudio Junior Bielli (tastiere), Roberto Maccaroni (chitarra), Danilo Molinari (chitarra) e Andrea Ra (basso). Per l’occasione lo abbiamo intervistato apprezzandone la grandezza della spontaneità.

In un mondo in cui si è persa (o si sta perdendo) rovinosamente la capacità d’ascolto qual è il ruolo delle parole accompagnate dalla musica?
“Io su questa cosa non generalizzerei perché c’è ancora tanta gente che fa affidamento alla comunicazione. Io me ne sto rendendo conto quest’anno perché stiamo suonando in degli spazi a cui non eravamo abituati, più grandi rispetto ai club che abbiamo sempre frequentato, e vedo tanti ragazzi che vengono ad ascoltarci e vengono ad ascoltare non soltanto la nostra musica ma quello che stiamo proponendo nella vita: la nostra missione. Parlo al plurale perché mi sento più un cantante di una band (con la quale lavoro da un ventennio) che un solista. Questa cosa mi ha fatto realizzare che ci sono ancora, soprattutto nelle nuove generazioni, quelle sulle quali si punta il dito, tanti ragazzi che fanno affidamento alla parola, alla musica, all’arte, al cinema. La gente ha voglia di prestare attenzione a determinati canali. C’è stato un momento in cui ci siamo un po’ smarriti ma vedo, da un paio d’anni a questa parte, e non è un caso che i cantautori indipendenti stanno tornando ‘di moda’ trovando nuova luce, che c’è bisogno di attenersi e di prestare attenzione a queste parole”.

La domanda, rivolta ad un cantautore quale sei, voleva essere anche un po’ ‘provocatoria’. Credo che raccogliere questa tua testimonianza sia fondamentale. È dunque realistico pensare che ci si stiamo muovendo in direzione della riscoperta della necessità di ascoltare e di essere (ri)ascoltati?
“Sì perché abbiamo toccato il fondo un po’ in tutto e adesso stiamo risalendo. Pensiamo ai giovani universitari di adesso che vengono ai concerti con un fervore, una vitalità diversi rispetto alla generazione precedente”.

Esiste una brano nel quale all’occorrenza ami rifugiarti?
“Ce ne sono svariati. Trovo conforto e certezza un po’ nella musica in generale… forse posso più correttamente dire che sicuramente non c’è un brano ma c’è un gruppo: gli U2. Un gruppo con cui sono cresciuto e che mi ha trasmesso la passione per il live. Andavo a vederli, quindicenne, negli anni Novanta, con ragazzi più grandi di me. A volte facevo svariate tappe, non mi bastava soltanto quella romana. Quando ascolto la musica degli U2, oltre a tornare adolescente, trovo l’energia e un coraggio non indifferenti”.

Qual è la tua ‘attuale’ definizione di musica?
“Quando ho iniziato rappresentava un po’ il raggiungimento di un tassello mancante. Per me era un punto di arrivo riuscire a fare il musicista, riuscire a vivere di musica, riuscire a comunicare soprattutto attraverso la musica (essendo un ragazzo abbastanza chiuso). Quindi rappresentava la ricerca, la ricerca di me stesso, del mio equilibrio, la ricerca di pace. Oggi, invece, può essere definita come una certezza. La certezza di aver scoperto che tipo di uomo sono (i miei punti deboli, i miei punti di forza); la certezza di aver ritrovato (attraverso la musica) il bambino che c’è in me, il bambino che avevo perso, la certezza di poter vivere (anche dal punto di vista materiale). La musica è stato il mezzo con il quale mi sono capito”.

Pensando al brano “Portami via”, dedicato a tua figlia Anita, qual è (metaforicamente parlando) il ‘posto’ più ‘alto’ nel quale ti ha portato la musica?
“Ho provato talmente tante emozioni, diverse fra loro, nei tanti punti che ho toccato nel mio percorso artistico e umano che non è semplice rispondere. Ci sono tanti ‘posti’. Il più bello è quello in cui ho raggiunto il mio equilibro attraverso la musica. Il mio equilibrio vuol dire tante cose. Vuol dire stare in macchina ad ascoltare il mio album, una volta ultimato, per la prima volta e capire di aver fatto un bel lavoro, capire che quel lavoro piacerà alla persone che ti seguono perché apprezzeranno quello che hai fatto se lo hai fatto con sincerità. Ecco in quel momento, quando raggiungi quel tipo di equilibrio, entri in un posto fantastico, un posto che per me è l’abitacolo della mia macchina perché lì faccio tutti i viraggi mentali. Senti la soddisfazione di essere riuscito a comunicare la propria parte più bella, cosa che non sempre si riesce a fare, ma che con la musica accade. Si instaurano delle energie, una positività e si materializza un mondo che è molto difficile da raccontare a parole… Come ci sono dei momenti un cui quando le cose non vanno bene entri in un vortice; lì invece della macchia c’è il letto. Sono molto legato al mio lavoro, a quello che faccio, quando va bene allora va bene tutto, quando non va bene entro in depressione entro in una stanza e cerco di trovare il punto di svolta”.

Del resto, come canti in “Andiamo”, “ogni ferita serve solamente a ricordarci che viviamo”, esatto?
“Sì. È un ciclo che ormai ho capito. Non mi fanno più paura quei momenti. Li soffro nella consapevolezza che se non ci fossero, se non ci fosse il letto non ci sarebbe la macchina. La gioia più grande non esisterebbe senza il dolore”.

Pensando al nuovo disco di inediti “Pace” e riflettendo su quanto canti, su questa ‘incessante ricerca della pace’, mi è venuto in mente il filosofo Emil Cioran quando afferma che “accettare è il segreto dei limiti… niente eguaglia un lottatore che rinuncia, niente vale l’estasi della capitolazione”. Qual è la tua opinione in merito?
“Il mio problema, come di coloro che come me hanno un temperamento inquieto, è quello di essere un lottatore. Sono uno che si sveglia la mattina e deve avere sempre una battaglia da vivere e quando sei fatto in questo modo succede che la pace non la trovi mai perché appena trovi un momenti di equilibrio con te stesso inizi ad annoiarti. Io purtroppo soffro la noia. Eppure conduco una vita molto frenetica perché comunque ho il mio percorso musicale che mi porta via tante energie, produco altri artisti, scrivo per altri, ho i miei figli, ho tante passioni, tanti progetti che più vado avanti più aumentano, però soffro la noia. Non sto mai solo, non riesco a stare solo. Non riesco a vivermi nel profondo. Questa cosa non mi permette di scrutarmi dentro e di trovare la pace di cui parlo in quel brano come poi in tutto il disco. Quando sei fatto in questo modo la pace la trovi nelle piccole cose della quotidianità: una bottiglia di vino con un amico, le passeggiate ai giardinetti con i miei figli… e sul palco. Ma come condizione esistenziale non credo possa appartenermi più di tanto”.

Dei tanti progetti che ti attendono cosa puoi anticiparci?
“Questo inverno vorrei fare un tour – non so se riuscirò a metterlo in pratica perché questa cosa mi mette un po’ paura – soltanto chitarra e voce in piccoli teatri per andare a riproporre (oltre alle canzoni del nuovo album) tutte le canzoni più importanti che mi hanno accompagnato dall’inizio ad oggi. Quindi completamente nudo, completamente scoperto. Sono rimasto affascinato qualche anno fa dal concerto di Bruce Springsteen all’Auditorium Conciliazione di Roma, davanti a mille e cinquecento persone (lui che è abituato a stare davanti a cento mila); ha fatto – chiedendo di non applaudire, e così tra un brano e l’altro c’era sempre il silenzio – un’ora e mezza di concerto e alla fine è esploso l’applauso e ci siamo alzati tutti in piedi… pensa a uno dei più grandi comunicatori del XX secolo lì, da solo davanti a te, chitarra e voce. Questa cosa è diventata una ‘fissa’. Vorrei davvero riuscire a farla: chiudermi in un teatro, spogliato di tutto (perché la mia band mi protegge ovviamente). Poi, mi piacerebbe fare un progetto in duo con un altro cantautore della nuova generazione, devo ancora scegliere con chi. Ci sto pensando non ho accennato a nessuno di loro quest’idea”.

Quali saranno le peculiarità della tappa siciliana del tuo “Pace Live, Tour 2017”?
“Fondamentalmente stiamo portando in tutta Italia le due ore mezza di spettacolo che abbiamo montato in allestimento. Oltre ai brani di “Pace” eseguiremo anche i brani che hanno contraddistinto questo percorso musicale in dieci anni. E, poi, quest’anno ho ritagliato venti minuti di set acustico che è un po’ quello che ti ho anticipato prima; chitarra e voce riproporrò nella mia versione tutti i pezzi che ho regalato a tanti miei colleghi”.

 

 

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