“Faglie” di Alessandra Pellizzari, un “resoconto per illuminazioni e frammenti”.

“Faglie” di Alessandra Pellizzari, un “resoconto per illuminazioni e frammenti”.

Tra tanta poesia volatile e anodina il libro Faglie di Alessandra Pellizzari (puntoacapo, 2017) giunge come un sollievo alla mente desiderosa di densità, di linguaggio vigoroso. Il suo è un impasto terragno, combinazione di materia e pensiero, anche quando dà luogo a figurazioni di acque e paesaggi brumosi permane una sensazione quasi tattile di cose scabre, petrose, come un aggancio irrinunciabile al reale. È un resoconto per illuminazioni e frammenti “della vita dilapidata”, con una concretezza che si propaga tramite nominazioni, elementi, dettagli di scenari intimi ed esteriori, tali da rendere esattamente la geografia di un immaginario fitto di “brughiere e ruggini”, “striature e premonizioni”. Insiste in tale andatura la soluzione del verso “È il tocco che fissa ciò che resta”, laddove un’intera poetica di sonorità oppositive, agre e lievi, qui si condensa e racconta: “Frasi musicali / abrasi appunti dove l’aspro / addolcisce le labbra, / il perdersi dei tocchi.”.

 


tre poesie scelte da Faglie di Alessandra Pellizzari (puntoacapo, 2017)

 

nell’ora in cui si destano sirene
di fabbriche sopravvissute
ogni pensiero si spegne.
navi fendono i bacini
sradicano fondali e celesti zone dei verdi.

le viscere della terra dei fuochi pulsano
sulle mani dei demiurghi
un’aurora ingannevole desterà chi dorme
solo dai riflessi scorgo l’incendio senza scampo
della vita dilapidata.

le tue ceneri
alle bocche di porto
strappate alla salsedine
vengono sospinte dalle vele affamate
verso poche braccia di terra
verde incosciente

sola
la calamita della bussola
riposa nell’urna
che rammemora la città degli addii, l’ombrosa Lugano
e la diaspora che si scriveva col sangue
sulle mani.

appena qualche battito d’ali sulle bricole affogate, ascolta,
ecco le voci di bambini, vibrano
inseguendo i silenzi dell’ora

lapidi come leggii macchiati
di muschio iridato:
resine, grumoli di papaveri, stelle, candelabri
che schiumano luci giallastre.
cipressi incastonati
parlano con le pietre deposte da mani pietose
per i tracciati di ombre, vociferano
i fogliami, scorze di cortecce
luccica di sale
il marmo.

Un granello va a perdersi lontano
indizio di nivali albe tremori
grigi, crepe sfiorate dalla mano
sulle rovine di Pompei, i bagliori

Macerie svaporano, brandelli e pantano
nell’amarezza dei tempi, inodori
che illuminano in ogni vano
dorsi, rilegature di umori.

Finché il segno non rievocherà
una ferita d’abisso rincorso
un indizio un sorriso inebriante.

Finché una sillaba non slitterà
dall’azzurro d’un nutrito morso
nel rosso d’ocra scura-stillante.

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