Francesca Genti, “la parola poetica è sempre una parola totale”.

Francesca Genti, “la parola poetica è sempre una parola totale”.

S’intitola “La poesia è un unicorno (quando arriva spacca)”, è un saggio, edito da Mondadori, scritto dalla magmatica penna della poetessa Francesca Genti. Scrigno di versi, riflessioni, rievocazioni, citazioni, suggerimenti. Andrebbe letto da tutti, principalmente da chi teme la poesia o, meglio, da chi sostiene di non amarla. Perché? Perché «l’incontro con la poesia è un colloquio personale», perché «la poesia è sempre officina di avanguardie linguistiche», perché «è un centrifugato di realtà, [che] quando viene bene contribuisce a fare più buono il mondo», perché «non è necessario capirla per fruirne pianamente», perché «è universale, ma non può essere globalizzata», perché può «farci scordare tutto, in primis noi stessi», perché «può aprire brecce inaspettate in tutti i campi dell’esistenza, anche nel rimorchio per strada», perché «allena e affina». E, poi, ancora, perché «non c’è miglior modo per fare restare vivo un poeta che cannibalizzarne i versi, masticarli e inghiottirli, farli diventare parte di noi». Ma prima bisognerà capire, (e così leggendo questo potente saggio), di cosa parliamo quando parliamo di poesia, imparando a riconoscerla, (fatata e indomita come l’unicorno), e, scorgendone la non separatezza dalla vita, (prodigiosamente) scovarla.

Qual è il ricordo (o un aneddoto) legato alla tua prima poesia?

Il primo ricordo legato alla poesia è collegato alla naturale bassa statura che avevo da bambina. Avevo cinque anni e ero molto curiosa dei misteriosi libri senza figure che leggevano i grandi. Davanti alla libreria dello studio di mio padre immaginavo i libri come frutti: i migliori, i più dolci e maturi ritenevo dovessero stare in cima, nei ripiani superiori, dove l’aria era più fresca. Allora mi mettevo in punta di piedi per arrivare più in alto che potevo… e fu così che mi caddero in testa i Colloqui di Guido Gozzano.

Quali i poeti (e, più in generale, gli autori) significativi per la tua formazione?

Nella lettura della poesia adotto lo stesso metodo che nell’ascolto delle canzoni, sono ossessiva-compulsiva e quando una poesia mi piace la rileggo moltissime volte. Così è accaduto per alcune poesie che sono diventate per me dei talismani, e che emergono dalla memoria o ancora più profondamente dalla coscienza nei momenti in cui io ho bisogno di loro. Love song di Anne Sexton, In country sleep di Dylan Thomas, Ai moralisti di Sandro Penna… potrei elencarne tante, ma sulle letture sono un po’ riservata, non mi piace dare troppe informazioni sul mio DNA di poesia, detesto chi sfoggia con troppa disinvoltura gli autori che ama, mi sembra un atto impudico!

Quale (e per quali ragioni) poeta e relativi i versi che non dovremmo mai dimenticare?

Ognuno ha il suo, che cambia a seconda delle fasi della vita, per me è Sandro Penna con i suoi versi apparentemente semplicissimi, che tuttavia contengono intuizioni sapienziali.
Odio i tatuaggi, ma se per caso dovessi farmene uno sarebbe il suo distico: il mondo che vi pare di catene\ tutto è tessuto di armonie profonde.

Qual è – nell’arco della tua giornata – il momento ideale per dedicarti alla poesia (o, più genericamente, alla scrittura)?

Non c’è un momento definito, diciamo che io penso tutto il giorno incessantemente alla poesia, anche quando mi lavo i denti, gioco con mio figlio o lavoro (sono Tagesmutter, una figura professionale a metà tra la bambinaia e l’educatrice di nido famiglia), il momento della scrittura è la fase finale del mio continuo rimuginare e dura pochissimo tempo e può essere in qualunque momento della giornata. È un atto istintivo dopo un grande accumulo di energia, come il fiore che sboccia dopo tutto il lavoraccio della fotosintesi clorofilliana. L’ultima poesia l’ho scritta ieri sera in pochi minuti, ma la preparavo da giorni e giorni, me ne vado in giro e mastico questo bolo di parole buone per rimare, poi finalmente ecco che esiste una nuova poesia.

Qual è la tua ‘attuale’ spiegazione/definizione di poesia?

Ho solo domande e non risposte sull’argomento. Penso che la poesia abbia sempre a che fare con il desiderio, con l’amore e quindi con la sete di conoscenza. Tra Gianni Agnelli, uomo del capitale, che diceva che l’amore è una roba da cameriere e Dante che scriveva I’mi son un che, quando\ Amor mi spira, noto, e a quel modo\ ch’è ditta dentro vo significando, propendo decisamente per la seconda visione delle cose e sono contenta di stare dentro al mondo come un’umile sguattera.

Quando una poesia può dirsi compiuta?

Quando nessun elemento sonoro, lessicale, sintattico e ortografico può essere più spostato.

La poesia può (e se può in che modo) restituire purezza alla parola?

Nella poesia non esiste parola impura, ogni parola deve brillare nella sua totalità, nella pace e nella guerra, nella dolcezza e nella violenza, per questo la lettura della poesia può essere un’esperienza profonda e sconvolgente.

Oggigiorno, qual è (ammesso ne abbia uno) l’incarico della poesia? E, ancora, collegandomi al tuo saggio “non esiste bravo poeta se non esiste bravo lettore”?

Per quanto riguarda “non esiste bravo poeta se non esiste bravo lettore” penso sia un tema cruciale non solo per quanto riguarda la poesia, ma l’espressione in genere. Le parole sono di tutti e ricadono sotto la responsabilità dell’intera società, leggere e scrivere, parlare e ascoltare sono attività inscindibili ed è per questo che è importantissimo per un cittadino essere un buon lettore e un buon ascoltatore, per aumentare la sua consapevolezza e anche non farsi ingannare da parole inautentiche. Il poeta è responsabile di quanto scrive tanto quanto lo è il lettore che ha in mano un suo libro o che lo ascolta le sue poesie a un reading, il suo compito, incarico, come domandi tu, è restituire alla parola la sua pienezza. La parola poetica è sempre una parola totale dove non esiste nulla di vietato e tutto ridiventa sensato tramite in vortice sonoro. Penso che oggigiorno, nell’era delle parole usurate e mercificate lo scopo precipuo della poesia sia quello di farle nuovamente brillare, renderle nuove e ricche, restituire loro una pienezza di senso nelle infinite sfaccettature semantiche.

Riporteresti una poesia o uno stralcio di testo (di altri autori) nel quale all’occorrenza ami rifugiarti?

Cito un aforisma di Peter Handke, uno degli autori a me più cari sia in prosa che in poesia: Io lavoro al mistero del mondo.

Per concludere, ti invito, per salutare i nostri lettori, a scegliere tre poesie.

 

FILASTROCCA DELL’INFINITO

c’è un mondo sotto il divano
canyon tra le dita della mano
nella bocca un diamante che brilla
un buco nero dentro la pupilla
sotto la lingua la grotta della fata
dentro le vene il vascello del pirata
nei baci si nasconde il lupo che ti sbrana
il desiderio nel silenzio in filigrana
nello sbadiglio abita la luna
l’eclisse del sole in una frase sbagliata
la voglia di neve è nel polistirolo
la faccia di un bimbo nel seme di fagiolo
ogni neo è una super nova
lo stabat mater una gallina che cova
ogni stella indica il tuo dito

a ogni cosa piccola si inchina l’infinito

(mio inedito)

*

tu sei il in terra
dopo la morte dopo la guerra
il mio vita di prima ritrovato
tu sei così il dal passato ritrovato
il che si prega di ritrovare
dopo la fine dell’ in terra individuale
dopo lo sgretolamento cellulare
sei il filo lanciato
il coriandolo
che ha attraversato
la velocità della luce
la morte/ del fiato.

(Silvia Salvagnini, Il seme dell’abbraccio, Bompiani, 2018)

*

MA SALVARE MA SALVARE LA POESIA

Se tu socchiusa poesia t’affacci
da paura di parto e abiura d’alba
io t’offrirò per rose una radura
dov’è promessa il ramo e non minaccia.
Tanto pallida sei per velo stanca.
Tanto morta tu ormai smarrita a lancia
Ma se mi guardi
e se il mio dono è traccia
ma tu se non m’ami e l’arma è su l’altura
io ti sollevo nel mio grido scalzo
e ti conduco a immemore distanza
per risorgerti a ignoto d’avventura
Io sono il Nuovo, alta è la mia stanza.
Solo per me guarirai sicura
Solo con me rivivrai costanza.
Non pentirti di essere futura.
Prestami la tua voce: io io ti salvo.

(Ferdinando Tartaglia, Esercizi di Verbo, Adelphi, 2004)

 

 

(la versione ridotta di questa intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 7 Ottobre 2018, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

ph in copertina Percorsi DiVersi, «la Lettura» celebra la poesia – Corriere.it

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