Ida Travi, “memoria e dimenticanza si saldano nella parola”

Ida Travi

Ida Travi nasce a Cologne, in provincia di Brescia, nel 1948. Come ci informano le note biografiche presenti sul suo sito personale (www.idatravi.com) e su Wikipedia, già dagli esordi, negli anni ’80, “la sua poesia è inscritta nel rapporto tra oralità e scrittura”. Le opere poetiche, così come i saggi sulla poesia più recenti (di cui segnaliamo Poetica del basso continuo, 2015) sono tutte edite da Moretti&Vitali. Della vasta bibliografia critica sulla sua opera, che include tesi di laurea, saggi e interviste, fanno parte scritti di Milo De Angelis, Giancarlo Majorino, Giampiero Neri, Tomaso Kemeny, Alessandro Fo, Chiara Zamboni, Alessandra Pigliaru, Luigi Bosco, Adriana Cavarero. Nel 2014 al Festival di Lugano riceve il Premio alla Carriera. Ha scritto anche testi per il teatro, radiodrammi e realizzato corti audio-video in cui interpreta i suoi versi. Redattrice della rivista di ricerca letteraria e filosofica Anterem dal 1989 al 2010, attualmente collabora alle pagine culturali de Il Manifesto.
La sua poesia rimodula le frequenze percettive del lettore-ascoltatore, restituendo un sentire e dire originario, rinnovato, popolato di figure, colori e sottigliezze di gesti e silenzi. Evocazione, allusione, cognizione pura di suono e parola si fondono in un sacro teatro di eventi minimi e vasti. Ci viene in mente, per cercare maldestramente di dare una vaga suggestione della sua profonda e ampia poetica, il titolo di una canzone cantata da Battisti, il cui testo è stato scritto da Pasquale Panella: La bellezza riunita.

Quale importanza gioca il ruolo della memoria nella sua poesia?

La memoria, sì, certo, la poesia in generale è piena di memoria… in fondo la memoria è il solo mezzo che abbiamo per tornare al passato, ma nella mia poesia la dimenticanza ha lo stesso peso, memoria e dimenticanza si saldano nella parola. Quello che non ricordo entra a gamba tesa in ciò che scrivo esattamente come la parola pronunciata. Anche la preveggenza, la prefigurazione, come il sogno ha a che fare con la memoria… come la memoria si misura con il tempo, con cose distanti dal presente e le chiama lì, nella parola. Cose visibili e cose invisibili, perché nei nomi le cose sono sempre invisibili, trovano un’altra natura, un’altra posizione nel tempo. Se la realtà stesse tutta nel presente la memoria non avrebbe tutti quei buchi e noi non saremmo così confusi. Il luogo di nascita, per esempio… il luogo di nascita è per me un paese contadino, adesso non è più quello, ma ha ancora lo stesso nome. È stato quel paese contadino a dare una forma alla mia memoria, tutto è cominciato a partire da lì. La fontana di sasso che apre il sentiero verso i campi, gli animali che mi seguono, il movimento dell’uomo che solca la terra. È anche memoria storica, certo. Ho visto con i miei occhi i contadini più giovani rovesciare le sedie, litigare con i padri: volevano solo appendere la vanga al muro, volevano solo andare a lavorare in fabbrica… li ho visti lucidarsi i capelli con la brillantina, prima di saltare sulla bici e infilare la strada verso la fabbrica. Sono gesti incancellabili. Custodiscono qualcosa di passato e collettivo. Infatti in poesia non mi sento mai sola. In ciò che scrivo vagano solitari esseri umani, mai visti, mai conosciuti… esseri sbucati da un tempo andato oppure di là da venire, sono loro il mio passato, eppure li ho inventati io… Poi c’è l’altro tipo di memoria, la memoria post-scriptum, quella memoria per cui ricordo bene ciò che ho scritto, come se la scrittura permanesse invisibile nella mia mente per ritornare parola pronunciata. Non imparo a memoria le poesie che scrivo, sarebbe ridicolo! Il fatto è che avendole scritte già come ricordandole, alla fine le so… se sia un bene non lo so, ma c’è una tale convinzione, c’è una tale persuasione in ciò che scrivo che le parole mi si imprimono nella mente da sole, e per forza.

Ci sono esperienze affettive e intellettuali che più hanno segnato la scoperta e il modellamento della sua personale voce poetica?

Ci sono la vita contadina e c’è la Grecia. La vita contadina riguarda la prima infanzia, la Grecia riguarda alcuni viaggi fatti all’inizio degli anni ’70. In quegli anni passavo tutta l’estate in Grecia. L’attraversavo da un capo all’altro con un furgone attrezzato a camper. La Grecia in quegli anni, soprattutto all’interno, nascondeva ancora luoghi e paesi arcaici. Era come viaggiare nel tempo.
E i greci e le donne greche erano portatori di miti, anche solo facendo un cenno con la testa, tra le case di pietra. Entrare in una casa greca contadina in quegli anni, voleva dire entrare in un semibuio. Riconoscevo quel gineceo. Ritrovavo il verde degli ulivi e il grigio della pietra che si stagliavano sullo sfondo dei tragici greci, ci stavo in mezzo. Ho fatto un sonnellino nel teatro di Epidauro deserto, ho fatto prove di voce su e giù per la cavea. Il teatro tragico e la filosofia greca erano i miei compagni di viaggio. Se non avessi amato la filosofia, così, per strada, la filosofia non mi avrebbe insegnato un bel niente.

Quale posto occupano i personaggi che prendono parola nei suoi versi e cosa ne pensa del problema dell’io lirico nella poesia contemporanea? Che rischio si corre a usarlo scopertamente?

Sono stata formata dal cinema più che la letteratura, dalla filosofia più che dalla poesia. Le mie maestre in filosofia sono state tre: Simone Weil, Hannah Arendt, María Zambrano, cioè la poesia femminile traghettata dal Novecento. Anche i miei maestri sono tre e sono tre maestri del cinema: Yasujirō Ozu, Robert Bresson, e Jean-Luc Godard, per dirli in ordine cronologico. Sono maestre e maestri indiretti, ma è da loro che ho imparato la poesia. I personaggi che vivono nella mia poesia non hanno riferimenti con persone reali, o esistite, hanno a che fare con lo schermo, sono proprio loro, sono ‘in sé’. E in quanto imparentati a uno schermo, sono un misto di intuizioni, proiezioni, immagini… hanno poco a che fare con i libri. Ciò che mi colpiva del cinema era che le immagini avevano una voce. Il fatto che le immagini parlassero con la loro voce mi sembrava stupefacente. Nel buio d’un cinema, per me lo schermo illuminato era la terra, sì, la luce trasformava lo schermo in terra pura. Ma io cosa potevo fare? Ho capito al cinema che le immagini di quei parlanti potevano essere restituite con le sole parole, e ho capito che potevo dar voce anch’io, con i mezzi che avevo, cioè con le sole parole. Se non ci fosse stata questa lunga iniziazione francamente troverei ridicolo infilare un nome qua e là, la poesia in sé non ha affatto bisogno di personaggi… ma la mia poesia li suppone, è andata così, non si tratta di una posizione estetica o intellettuale. Semplicemente sono stata segnata dalle immagini in movimento, è andata proprio in questo modo. In questo modo. “Questa è la mia vita” infatti, è uno dei film che mi ha inchiodato alla parola. Sì, questa è la mia vita, non un’altra. Questa è la mia poesia, non un’altra. Vale per tutti. Ciascuno vivendo cresce la sua forma, non un’altra, Tutto il resto è imitazione. E io credo che nell’imitazione alla fine ci sia privazione, cioè tanto dolore… Così da questo lungo percorso sono nati i luoghi di Tà, il sottoscala, l’ex-magazzino, l’orto, il recinto, i sacchi di grembiuli… così sono nati Olin, Zet, Inna, Katrin, Sunta, Sasa, Ur, Van, Nikka…vecchi, donne, bambini che da molti anni vanno da un libro all’altro, sono sempre in giro… e non sono cinema, non sono più filosofia, sono solo poesia. Per il resto non so. Sinceramente il problema dell’io lirico non mi appartiene, davvero non so, è una questione che non mi sono mai posta… non credo, in ogni caso, che in poesia si possa usare qualcosa scopertamente, c’è sempre qualcosa sotto.

Biografia e opera possono davvero essere di disturbo l’uno all’altra, e non piuttosto cooperare in maniera armoniosa?

Sì, certo, tutto va insieme, a meno che non separiamo… ma noi viviamo la nostra esistenza, non la nostra biografia, che dell’esistenza è solo la pallidissima traccia. In alcuni casi serve un po’ di coraggio, ma non vedo come l’esistenza di un poeta potrebbe essere di disturbo all’opera… cosa ci metti dentro, nell’opera? Solo il pensiero altrui, gli insegnamenti altrui, la vita altrui? A volte la nostra vita diventa terreno di conquista del sapere altrui, è un attimo farsi conquistare dalle cose belle, ma, amore a parte, l’essere conquistata mi fa paura: questo è il motivo per cui pur accogliendolo, mi tengo a relativa distanza dal sapere altrui: certo maestri e maestre lasciano traccia, ma sulla stessa traccia me ne vado. Limito al massimo le citazioni, anche in prosa. Non vado a cercare nei libri… cerco la parola alla mia altezza, una sola parola, ma che sia la mia. L’ho detto sopra: maestri e maestre tracciano un solco, ma è proprio attraverso quel solco che te ne puoi andare. Lo so… nei laboratori di scrittura, ad esempio, si invita a leggere molto, a far tesoro del lavoro altrui, si dice ispiratevi, si dice copiate, copiate, copiate… può essere, ma è un procedere pericoloso … da ragazza, seduta al tavolo in cucina con la mente in fiamme e il dito sotto il mento, ricopiavo alla lettera pagine intere illudendomi che fossero le mie… sì, in quel tempo la scoperta della letteratura era una invincibile malìa, dura a morire. A un certo punto me ne sono resa conto e ne ho provato spavento… Dovevo liberarmene, in quella liberazione nasceva il tempo della ricerca di me. Ora le meraviglie non mi interessano più. Sto nella differenza.
Non ho certo la pretesa che valga per tutti, questo vale per me.

In un suo seminario, Lacan afferma che “il poeta può scrivere senza sapere quel che dice”. Cosa ne pensa Ida Travi?

Il solco che Lacan ha lasciato in me sta in una parola: parlêtre. In questa parola ho riconosciuto un senso generale e un legame diretto con le figure che popolano la mia scrittura: esseri parlanti, esseri marchiati dal linguaggio. A partire da quella traccia la mia poesia ha riconosciuto in sé il solco d’una parola liberatrice. E credo sia vero quel che dice Lacan: ‘il poeta può scrivere senza sapere quel dice’. Anzi, ne sono convinta. Però a volte questo non sapere, si inorgoglisce, insegue la forma e rasenta l’imbroglio. Si tratta di una questione complicata, difficile da definire, perché in fondo dentro e fuori dai canoni, è proprio quel sapere speciale ciò che il poeta va cercando, non la sua resa in parola. E allora? Quel non sapere in realtà è solo un sapere speciale, molto più vicino a un vuoto che all’affermazione di un non. Vengono in mente molti passi della filosofia orientale, ma non credo che basterebbero a chiarire… a volte le cose restano incomprensibili, intraducibili, non solo da una lingua all’altra, ma anche da un piano di coscienza a un altro piano di coscienza: è l’arte. È l’arte in generale. Non solo l’arte della parola.

“Il cipresso notturno silenzioso e oscuro levato con la sua forma simile a un disegno. – Identità tra la vita oscura del cipresso e la vita del firmamento, tra il suo silenzio vivente e la voce del cielo.– Identica realtà dell’uno e dell’altra, moto e eternità.– Vita ed eternità; la vita è per definizione eterna. (vedi Cartesio).–” Questo è quanto scrive Andrea Emo nel 1949 nei suoi Quaderni di metafisica; trovando tale passo affine al suo sguardo poetico, le chiedo: in che modo la sua scrittura e il suo pensiero si rapportano con le questioni metafisiche?

È evidente da quello che ho detto prima: non c’è dubbio, pratico una scrittura segnata dalla filosofia, però nel segno non: la poesia per me sta nel fuggirla. In questo movimento di distacco forse metafisica è la mia scrittura rispetto alla filosofia: sotto c’è la filosofia, sopra c’è la poesia. Sotto c’è la filosofia schiacciata, ridotta all’osso, pulsante in un battito continuo, e sopra, in una strana nebbia, c’è la casa, la strada, il campo. C’è il cipresso notturno di cui parlava Emo. C’è la vita del firmamento, sì, e sopra c’è la donna sulla porta. E c’è il bambino, il bambino col carretto, sempre solo. Il bambino che alle stelle preferisce le formiche. È con loro che parla, è a loro che chiede continuamente: perché, perché, perché?

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