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Nella risposta a un’intervista, qualche tempo fa, parlando della mia infanzia la definisco mitica;  mito come artificio costruito sull’ignoranza di una cosa, la quale viene rappresentata talmente superiore a noi stessi – in questo caso all’adolescente – da non essere temibile almeno fin quando riusciamo a crederci. Questa, infatti, è stata per me una delle risposte alla paura del non compreso; conseguentemente, la capacità di mitizzare si estendeva anche a quel che intuivo di piacevole, quale i vari tipi di affetti, ecc. Vedevo insomma in ciò le risposte della mia mente infantile ai tanti stimoli della realtà. Naturalmente il mito non è mai riduttivo, dilata ogni percezione e in più la stigmatizza,  rendendola duratura, in una rappresentazione istantanea per quanto è fulmineo il pensiero rispetto a ogni processo verbale. Più veloce certo di quello del referente diretto del bambino di allora, cioè gli adulti, i quali procedono nelle proprie conoscenze in modo graduale, lavorando sull’accumulo e riesame di cognizioni anteriori anche verbali. Mito quindi come risposta. Giacché proprio la disparità linguistica, oltre che temporale, ritengo che anche oggi possa creare in alcuni casi, una specie di barriera tra l’infanzia da me definita “deriva dei continenti” e il “continente stabile”, vale a dire l’adulto. Prendendo, per esempio, la terribile chiusura di una reazione tipo “questo lo capirai da grande”; essa genera, nel cervello infantile, una vera e propria glaciazione che può dar vita a “mostri” o a miti. Il bimbo, non conoscendo ancora la logica di niente, rischia di  cadere nell’ansia e nella paura, mitizzando l’incomprensibile ed esorcizzandolo con errati, ma stabili, convincimenti propri. Il concetto di dolore, altro esempio – come i tanti giudicati fuori dalla sua portata intellettiva – se non gli viene spiegato in modo adeguato, potrebbe portarlo a credere che tutte le persone conosciute provino dolore. Oppure essere cagione lui stesso del dolore degli altri. Questa “ignoranza” la paragonavo allo stato della terra ancora in formazione, instabile, che cerca di crearsi i suoi codici nel caos dell’indeterminazione. Ho dato però un altro significato allo stato di “ignoranza” infantile, ritenendola un grande bacino di creatività spontanea da proteggere. Infatti, addirittura nei suoi anni precocissimi, sprovvisto di un uso verbale adeguato, il bambino si avvale della propria capacità  riccamente rappresentativa, stimolata dalla non conoscenza, e che rischia  di andare perduta con lo sviluppo marmorizzante della crescita. Insomma, se al bambino viene normalmente insegnato cos’è un  oggetto perché possa usarlo, perché non insegnargli un concetto? Perché il cucchiaio sì  e la morte no, poniamo? Ammettendo la garanzia del filtro naturale costituito dalla  rappresentatività propria dell’infanzia, egli saprà tradurre il concetto ricevuto secondo un suo criterio di identità, vale a dire, e lo ripeto, secondo rappresentazioni. Il mitizzare infantile lo vedo perciò sia come costruzione indotta dall’adulto per mancanza di parole adeguate, sia come ricchezza insita nell’infanzia e che l’adulto dovrebbe ritenere materia da nutrire e portare a uno sviluppo importante. Ciò è spiegato dal fatto che se un bimbo disegna qualcosa da lui conosciuto, gli alberi, la casa, i genitori, ecc, invertirà i colori e gli elementi strutturali o fisici, farà cioè un suo discorso privato su casa, alberi e via discorrendo. Esprimo, in maniera forse ovvia, (ma mi piacerebbe che tale certezza fosse più presente e in modo serio, nell’ambito familiare, scolastico, ecc.) che il bimbo è in nuce la sede di tutte le arti; prima di quelle pre linguistiche, come la pittura e la musica, per arrivare poi alla poesia, allorché in lui si svilupperà – avrà  inizio – una sorta di linguaggio verbale che ho chiamato privato. Ecco allora, che la chiusura della risposta adulta (cui accenno sopra) non potrà generare buio nel bambino costringendolo alla ricerca del mito negativo e consolatorio diciamo,  ma sarà proprio l’uso personale di questo che egli comunque già possiede – in quanto pensiero c’è sempre, in ogni grado dello sviluppo tellurico – a fargli formare in modo spontaneo un proprio linguaggio creativo. Tale linguaggio lo accompagnerà nel corso del suoi apprendimenti successivi con la marcia in più di questa propria visione del mondo ormai costruitasi dentro. In molti casi, essa potrebbe definirsi in statuti artistici differenti, contrapposti, comunque originali, rispetto alla prevalente uniformità pensante del continente già assestato. Un modo nel mondo: ciò che, a mio avviso, costituisce la base imprescindibile di ogni forma di arte.

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