Il canto onirico e totalizzante di Francesca Del Moro

Una donna ferita al seno, nuda, attraversata da una croce di bende, sulla copertina di La statura della palma. Canti di martiri antiche, e una molla informe, un bozzolo, su quella di Una piccolissima morte. Una donna trafitta che mette a nudo il proprio corpo trafitto e quasi un essere svuotato, di cui rimangono solo gli anelli esteriori sono le immagini di copertina scelte per due raccolte poetiche di Francesca Del Moro (in copertina nella foto di Valentina Gaglione). La statura della palma, Edizioni Cofine 2019, e Una piccolissima morte, Edizioni La Recherche/Versante Ripido 2018 – quest’ultimo disponibile gratuitamente in formato ebook – sono due vortici che nella loro immediatezza comunicativa e nel loro essere contemporanei lasciano intendere una finissima padronanza visiva delle sfumature linguistiche e dei loro campi semantici.
La statura della palma non è, a dispetto delle apparenze, una raccolta religiosa. Eppure, canta le vicende di tredici martiri, tutte storie terribili e situabili attorno al II-III sec. Perché dovrebbero riguardarci?, viene da chiedersi. Credo perché sono donne e perché il loro canto è quasi onirico, totalizzante, in poche parole lirico. Quindi, è poesia.
Il problema è che tutto quel che tocca in qualche maniera la sfera religiosa rischia spesso di essere buttato nel calderone del retorico, del déjà vu, anche quando non lo è affatto e ne utilizza solo le modalità. La letteratura italiana, peraltro, è stata essenzialmente letteratura religiosa a partire da S.Francesco e Jacopone da Todi in avanti, il linguaggio religioso fa parte della nostra formazione, non solo di un’eventuale esperienza di fede, è del tutto normale che lo si utilizzi. E se facciamo un passo indietro e ci fermiamo solo all’altro ieri, troviamo Pasolini, che certo retorico non si può definire. Tra le fonti, Francesca Del Moro cita Caino di Mariangela Gualtieri, Baudelaire, Saramago, Dario Fo e Jesus Christ Superstar.
Le sue martiri sono donne, quindi, figlie, madri, spose, promesse spose, tradite, vergini, che hanno rifiutato l’apostasia e a cui sono state strappate le mammelle con le pinze, come ad Agata che dice Io butto latte nero, sangue nero/dal mio seno che si stacca dopo che è passata la tenaglia/sul battito del cuore snudato/gira rigira e taglia, che vengono date in pasto alle belve due giorni dopo aver partorito come Felicita che passa dall’ostetrica al reziario, che si gettano nel rogo per non esservi gettate dai propri persecutori come Apollonia che grida non voglio più stare qui/non voglio stare in questo mondo./Se ce n’è un altro come dici, io ci vengo. Che mantengono salda la propria fede di fronte al flagello e alla crocifissione che con Giulia diventa io svetterò albero ostile a ogni vento, che muoiono tre volte costrette a vedere i propri figli torturati nello splendido canto di Sofia Tre volte muoio/senza abbassare gli occhi/senza che il viso mi tremi/riunisco tutti i resti amati/e Dio prepara abiti candidi/per i vostri corpi intatti.
Gira la testa a leggere i tredici canti e gira ancora di più quando si cerca la storia di ogni martirio e si percepisce la connessione esatta dei versi di Francesca Del Moro con le testimonianze storiche. Le tredici donne si spogliano e si lasciano travolgere dal supplizio invase dall’ardore ultraterreno, mantenendo una profonda pena per l’umanità che stanno lasciando. Perché mi fate così male?, sembrano chiedersi, perché fate questo a degli esseri umani?
Francesca Del Moro, livornese e bolognese d’adozione, è scrittrice, traduttrice, performer e organizzatrice di eventi legati alla poesia. Nei canti si intravede quello stesso linguaggio mistico, inteso come annullamento del sé per ritrovare altro da sé (niente ho, niente posso, niente so, niente sono, altro chiedo) e sentirsene poi pieni, in una sorta di unione/fusione dei contrari, in cui l’oggetto del desiderio si raggiunge morendo, che si ritrova anche nell’altra raccolta citata, Una piccolissima morte. Un viaggio verso uno sposo che appartiene ad altri questa volta, uno sposo/amante che non viene mai del tutto nominato – come nella poesia mistica in cui Dio non si nomina mai del tutto – e dove quella piccolissima morte è il proprio annullamento, la spada che trafigge l’io poetico. È un’offerta a un massacro con tre chiodi/che mi tengono in croce, in cui all’amante si prepara la cena, si fa trovare la casa pulita, sistemata, con lenzuola che sembrano sudari in cui avvolgersi, e in cui l’estasi è tale che nell’amore ogni cosa risplende.
Un amore senza scampo, senza happy ending, come lo definisce Francesca Del Moro, che si fa liberare dai ganci e che dice mi abbassi/la testa mi riempi la bocca finché mi avvolgo nel filo spinato. Corone di spine e semi che si spezzano, come ostie, in una parola che prosegue elevandosi di tono fino alla caduta libera, all’acqua che pesa su di sé, alla sabbia del fondo e quando il dio incarnato scende dal piedistallo, ritrova la televisione e poi la porta, si rifà parola lucida, aguzza, ironica con quel ci sono molti eh eh/dentro le vostre frasi/e un aggrottare di sopracciglia mentre l’ex dio deride la propria amante con gli amici. Magistrale, in una delle ultime chiusure, nell’addio che precede la fronte appoggiata al muro, quell’ è finita, è finita, è finita, perché cosa ci può essere di più lirico di una ripetizione? Una ripetizione tipica delle preghiere, per alzarne l’intensità, il sentire, compresi gli spirituals afroamericani da cui poi è scaturita la poesia di autori come Sterling Brown e Langston Hughes.

 

Jara Marzulli, “Fior di pelle” (dettaglio), olio su tela, 80 x 120 cm, copertina per La statura della palma, Edizioni Cofine 2019

AGATA*, da La statura della palma. Canti di martiri antiche

 

Una volta, due, tre, quattro
gira e rigira la tenaglia
sul battito del cuore snudato
gira rigira e taglia.
Non nascondermi, Cristo, il tuo volto
nel buio della cella lo ricerco.
La notte con la mano adunca
mi stana la parte oscura
la parte mia che dubita.
Appeso ninnolo sbreccato
scivolo dentro me, in me ricado.
Una volta, due, tre, quattro
gira e rigira la tenaglia
sul battito del cuore snudato
gira rigira e taglia.
Non nascondermi, Cristo, il tuo volto
nel mio pianto sul ciglio lo ricerco.
Covo una larga oscurità
che preme, tu mi aiuterai
tu sei qui per questo.
Pendo campana crepata
battendo un suono cavo.
Una volta, due, tre, quattro
gira e rigira la tenaglia
sul battito del cuore snudato
gira rigira e taglia.
S’impiglia il buio
nei muri, nei musi
dei sorci che brulicano.
Io grido, incrinata lanterna
oscillo a fiamma spenta.
Ora la tua luce, o Cristo
dalle tenebre si scuce.
Una volta, due, tre, quattro
gira e rigira la tenaglia
sul battito del cuore snudato
gira, rigira e taglia.
Ecco, la notte si spalanca
al tuo amore che rimargina.
Io butto latte nero, sangue nero
dal mio seno che si stacca.

*Agata, vissuta nel III sec, rifiutata l’apostasia, fu torturata a lungo, le furono slogati polsi e caviglie, strappate le mammelle con tenaglie e, infine, dopo che San Pietro ne aveva risanate le ferite, sottoposta ai carboni ardenti.

 

APPARSO SULLA SOGLIA, da Una piccolissima morte

 

Apparso sulla soglia
dopo le tante attese
sembravi una supernova
mentre armeggiavi con la porta
e lascia stare ti ho detto
che è rotta e vedo la valigia
dico che bello vieni a vivere da me
e scoppi a ridere e ti abbraccio
ti stringo forte e tu mi stringi
e non ti lascio e non ti lascio più
ora che posso tenerti e poi stacco
il viso dal tuo collo e mi baci
– quel bacio mille volte sognato –
hai la lingua morbida e dolce
ed è la felicità è l’happy ending
ma subito fai scivolare
la mano sulla mia schiena
liberi il gancio mi abbassi
la testa mi riempi la bocca
dai istruzioni per il tuo piacere
io abbandono il mio corpo
alle tue mani che sagge
lo muovono senza sforzo
alle tue mani esperte e grandi
e calde io mi strofino
sul tuo petto respiro la forza
la protezione il pericolo
e mi guardo allo specchio
e sono grandissima e bella
e tu dici sei una meraviglia
e poi mi volto e mi avvolgo
nell’amore senza scampo
mi avvolgo nel filo spinato
nel filo elettrificato tu mi metti
a rovescio e mi affondi
la lingua nel sesso e io resto
così come tu vuoi e prego
di poter fermare il tempo
di fermarti qui in eterno
e poi ingoio il tuo seme
ci fertilizzo il cuore
e lo spezzo.

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