In ricordo di Vincenzo Ananìa. L’indifferenza

In ricordo di Vincenzo Ananìa. L’indifferenza

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Paesaggio agrodolce di Giuliano Sale



Soltanto due o tre presenze, nel blog blanc de ta nuque di Stefano Guglielmin che annunciava la scomparsa di Vincenzo Ananìa. Sarebbe bastata anche la sola firma, quindi ciò mi è sembrato molto triste. Qualcuno era presente alle esequie al cimitero del Verano a Roma, ma mi chiedo dove fossero quei tanti poeti piccoli o molto meno noti, che chiedevano (ne sono testimone perché spesso usavano il tramite della mia amicizia con Vincenzo) di entrare nella rivista Pagine e che, dopo un’ovvia selezione, Ananìa accontentava, felice di aiutare quelli “senza spazio” altrove.
Sappiamo quanta golosità susciti la realtà del cartaceo rispetto al più popolare concetto di web. Dov’erano, mi chiedo e mi ripeto, queste  persone che passeggiano quotidianamente tra le vetrine di tutti  i blog immaginabili, senza sentire il dovere di fermarsi e salutare un amico? Si parla molto della scorrettezza delle piccole e grandi case editrici, se ne sviscerano i motivi, si teorizza sull’indifferenza, sul business e quant’altro anche delle riviste più importanti, ma non si parla mai di una certa etica dell’individuo poeta. Come se questi quasi non contasse, quasi che il valore di un autore sia un’investitura ottenuta per elargizione da qualsiasi sigla editoriale. Se è vero che manca l’acume etico di alcune grandi o piccole case editrici, con la stessa forza dobbiamo ammettere che manca l’autenticità di tanti, troppi autori di poesia. L’onestà intellettuale che, a mio giudizio, dà valore a ogni prodotto artistico, è, in primis, l’autenticità. Questo è un contenuto individualmente morale di ognuno di noi, ma non prescinde dal comportamento di ognuno. Giustamente Ananìa aveva scelto un volo di attenzione verso altri campi creativi – non solo ma soprattutto – quello dei poeti carcerati, di autori stranieri sconosciuti in Italia, e quelli italiani non ancora plastificati dal consumismo della gola profonda di internet, che attacca protesi e finzione. Il quale livella, come è stato detto faccia la morte. Infatti si può troppo spesso ammettere che gli autori postati si somigliano un po’ tutti, e quelli che forano di più l’attenzione lasciando il segno piacciono perché sono così “veri da fare male”. Ecco, sappiamo come attaccare le case editrici ma non sappiamo giudicare l’autenticità della poesia. Questa non dovrebbe mai far male, dovrebbe invece riuscire a far capire la logica per cui si arriva a star male di fronte a fatti imposti alle nostre diottrie da televisione, quotidiani, racconti illustrati di orrori vari, ecc. Altrimenti si salta a più pari tutta una costruzione di pensiero (non filosofico)  grammaticale, metaforico, cioè linguistico, che fa di un fatto una composizione letteraria. Questa dovrebbe distinguersi da fotografie scattate col telefonino o dal riporto di immagini mediatiche assemblate poi in un conturbante testo, il quale si limita a riprodurre senza rintracciare in sé e negli altri, nella società insomma, la mancanza di sostanze etiche che portano all’indicibile cui siamo abituati. Perché forse non sanno darne una verità più profonda? Perché scambiando verità reale con verosimiglianza artistica? Comunque sia, qui sta lo scatto della differenza: se la poesia diventa, tout court, realtà reale, si trasforma in qualcosa che già esiste, in giornalismo. Il motore della poesia sta all’accaduto, quanto l’individualismo sta all’egotismo. A meno che, dopo tanti dibattiti, confronti, ragionamenti, su questa difficile cosa che è il mistero poetico o la nozione di poetica, si finisca col confondere le carte e tornare indietro, senza neppure la creatività degli anni 70 e anche di molto prima, dove l’attualità storica era almeno filtrata, a suo modo rigenerata da una creatività che dava senso, giudizio e distacco etico. Così, storicamente, si riciclano solo le scorie del passato, ritorna il basso costo delle neo avanguardie, però provinciali, smaltate ora dalla frode d’uso di scandali vistosi, quindi malauguratamente più attraenti, già tanto ben confezionati da cinema, spettacoli di orrori, prosa di un noir che trascina la poesia nella svalutazione della propria verità. Nessuna folgorazione originale, tutto già visto, assorbito dai nostri neuroni, prima e altrove. Ho tagliato solo una fetta della grande torta che è internet. Internet è fortunatamente tanto e di più, ma ho voluto catturarne la parte negativa (che ovviamente c’è sempre e dovunque) per riagganciarmi al  discorso iniziale. Che Ananìa nel suo onestissimo lavoro, oltre a quello personale di poeta, è stato un metodico divulgatore di una poesia assolutamente contraria a quella definita sopra. Ha privilegiato composizioni poetiche in cui il malessere esistenziale viene fatto emergere come causa dello scempio che poi potrà anche esplodere, ma che allora non riguarderà più, in senso reale, la poesia, bensì la cronaca. L’arte poetica, facendo luce intorno a sé, a volte indovina con la propria  visionarietà,  con quella ineludibile dote di preveggenza, ma il lessico non potrà mai essere sostituito da un’immagine prestata visivamente da altri mezzi; il sentimento conoscitivo, che è insieme giudizio di linguaggio, sarà sempre e solo “una messa in moto di…”. Così Jean Paulhan ci dice nella sua Chiave della poesia; così la poesia è. E soprattutto è anche questo: non ammette l’indifferenza.

  

Questo innanzitutto: cos’è
importante? l’altezza della fronte?
l’invenzione del fuoco, del vapore,
la mano sul mio cuore quando mento?
O il viaggio dal letto alla cucina
le tue piccole crudeltà primarie
o il dito che imperioso fora l’aria,
la trancia, la ficca nelle gole?

Questo è da chiarire, figlia,
prima che t’insegni la Storia.

(Vincenzo Ananìa)

 

Così lo ricorda Cristina Annino sul blog di Stefano Guglielmin http://golfedombre.blogspot.it/2013/05/ciao-vincenzo.html

Vincenzo AnanìaVincenzo Ananìa, di padre siciliano e madre pugliese, ha vissuto e lavorato a Roma, dove ha svolto la professione di magistrato. Appassionato cultore dell’arte poetica, ha organizzato diverse rassegne nazionali di poeti presso case editrici e riviste di poesia. È stato direttore ed editore del quadrimestrale di poesia internazionale “Pagine”. In collaborazione con un gruppo di reclusi nelle carceri di Rebibbia, ha anche promosso tre concorsi di poesia scritta da detenuti (la terza con estensione a tutte le carceri d’Europa) e ha curato la pubblicazione – con il patrocinio della Provincia di Roma – di tre volumi contenenti le poesie premiate. Suoi testi poetici sono comparsi su antologie e riviste come Arsenale, Nuovi Argomenti, L’ozio, L’immaginazione, Galleria, Gradiva, Tempo Presente. Ha pubblicato: Nell’arco (Crocetti Editore, 1992 “Premio Alfonso Gatto”); Le ali di Darwin (Loggia de’ Lanzi, 1999 che raccoglie componimenti del quinquennio 1993-1998); Noi (Zone, 2003 con postfazione di T. Salari); Biblioteca (Zone 2007); Cenni dal caos (Passigli, 2011).

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