Inediti d’autore di Letizia Dimartino

QB PICASCEZAN CAT417

Il senso negato

Racconti uniti da un comune denominatore. Protagoniste le donne.

 Antonia

Antonia si faceva chiamare Toni, un nome da uomo, “leggermente da uomo” stemperava la sorpresa inevitabile sua madre, quando lei lo pretendeva dalle sue amiche. Ormai tutti sapevano che voleva essere Toni, ad ogni costo. Possedeva poche cose, quelle sue e solo sue stavano sulla scrivania di legno lucido della vecchia casa di via Gioberti.Toni accumulava penne dall’inchiostro non secco, matite ben appuntite, temperini, agende mai scritte o sfogliate, carpette scolorite e carta da lettere elegante in fogli spessi e larghi, ruvidi al tatto, tinti d’avorio. La sua mano tremava quando si fermava su di uno di questi fogli, la penna ben stretta fra le dita magre, e le idee le si raccoglievano in un angolo spazioso e accogliente della sua testa ben pettinata.

Toni voleva fuggire e un giorno l’avrebbe fatto.

Ma il tempo passava e la carta da lettere si accumulava, pulita, sulla scrivania perché era lì che lei avrebbe scritto della sua fuga, avrebbe tracciato pure un rozzo disegno delle strade che avrebbero visto il suo progetto; ci sarebbero stati piccoli segni rossi sull’avorio del fondo increspato e forse un arrivo preceduto da frecce nere, lì in fondo, al limite del foglio dai bordi elegantemente slabbrati.

“Ciao Marilena,

oggi ti comunico finalmente e subito subito la notizia che da tempo attendo di darti: cambio casa. Si, hai capito bene, lascerò la mia cara e amatissima casa ormai vecchia e andrò via perché mi attende un appartamento spazioso all’angolo di via Genova, una strada da te poco conosciuta così che non potrai neanche immaginarmi accostata ad una larga veranda in faccia alle colline azzurrate che il sole stempera al tramonto in verde lieve. Pensami dunque, in mezzo ad una ampia stanza chiara tutta mia, vuota al momento, ma calda e illuminata dal giallo delle pareti appena tinteggiate. Mi adagerò su di un nuovo divano comprato per l’occasione, non più dal colore cupo come il vecchio che conosci da tempo e del quale mai mi sbarazzerò perché stringe fra i cuscini tutte le mie giornate annoiate, i miei piccoli affanni, i densi pensieri e i sorrisi addolorati che gli anni hanno accumulato non solo sul mio corpo che piano, ma inesorabilmente, così come il tuo declina. Adesso che mi piace specchiarmi e seguire tutti i segni dell’invecchiamento che mai avrei immaginato si sarebbero evidenziati, scorgo le amarezze della bocca, il corruccio della fronte lì fra le pieghe verticali, lo spasimo degli occhi dallo sguardo che si va spegnendo, me ne accorgo mese dopo mese. E ancora non sono fuggita. Se la prima tappa è questa casa penso che il tragitto che da anni seguo su una cartina topografica immaginaria, dovrò dimenticarlo per sempre. Una casa, nuova, è l’arrivo, la cessazione di un sogno da tempo fantasticato e insieme il raggiungimento di una fantasia rimuginata da tempo nei miei lunghi inverni solitari. E quindi traslocherò in altra via, non molto lontana da dove abito adesso; pochi chilometri di evasione serviranno a farmi sentire diversa, quando cercherò di scorgere oltre i vetri della finestra che ben conosco e alla quale mi sono già esposta più volte nelle mie tante visite, quando non c’erano neanche gli infissi e i vetri che per sempre separano dall’aria leggera di un terzo piano esposto al sole, scorgerò, dicevo, altri snodi di strade e nuovamente progetterò sui miei fogli spessi un tentativo di fuga; l’ultimo, invero e l’unico. Il cammino è già predisposto, lo conosco sin da ora bene. Non dovrò salutare nessuno lungo il percorso perché tutti, fra queste vie, mi sono sconosciuti e sarà agevole camminare in una sera di pioggia, o di vento chissà, ticchettando sui marciapiedi dalla pietra levigata e sdrucciolevole, alla luce di neon troppo colorati e intermittenti. Me ne andrò, mia cara Marilena, da questa casa che così poco amo, ora che è ancora presto e niente mi tiene legata ad essa, non il nuovo divano chiaro, non le pareti dal giallo tenue che ho scelto con cura pochi giorni fa, né la finestra di cui ti ho or ora parlato, quella affacciata sui colli che forse con un po’ di immaginazione, ti riuscirà di ricordare. Non chiamarmi, in quella sera perché non ti ascolterò. Sarò sola. Camminerò da sola”.

“Mia piccola Toni, dove vuoi andare? Quanta paura mi hai messo con queste tue parole addolorate. Lo so, dovrei capirti e invece cerco di fermarti. Resta, ora che una casa ti aspetta; è intatta, tu la toccherai per prima, avrai il privilegio di svegliarti dopo una prima notte e lì consumerai una colazione diversa guardando il sole oltre la veranda che cerco di immaginare. E ci saranno i giorni bianchi, dall’odore di pittura fresca, sentirai il profumo del legno appena lucidato, il prurito della finissima polvere ancora addensata agli angoli delle ampie stanze, il fresco dell’autunno che si appresta nell’aria leggera e si solleva su fino al soffitto alto e illuminato. Non andartene, no, non sentirai la mia voce in quella notte di pioggia, o di vento chissà, ma oggi ascoltami perché sarà ora che tu ti sieda sola in una cucina troppo vuota all’unico tavolo che conosco, appena macchiato da un mai estinto schizzo di caffè; ti siederai e forse avrai un po’ di freddo, te lo concedo un brivido e aspetto che ti alzi a prendere un’altra giacca pesante da posare sulle tue spalle; ti siederai e riscalderai le tue esili mani poggiandole intorno alla vecchia tazza da tè che ti ha sempre accompagnato così come io ti accompagno, anzi sai che ti dico? Aspettami. Non lasciarmi. Aspettami ancora per qualche giorno, il tempo di sbrigare le poche cose necessarie per andare via e poi verrò con te in quella notte di pioggia, o di vento chissà; saremo in due a ticchettare sul selciato malamente illuminato di questa via Genova che non conosco ma che raggiungerò al più presto. Attendimi, perché arriverò con il mio solito impermeabile, ora che si fa autunno, con un ombrello, scarpe dal tacco basso. Avremo una sola valigia perché confonderemo i nostri vecchi abiti nello stesso bagaglio e ci porteremo uno specchio. Lo compro domani, sai, sì, sarà uno specchio grande, conterrà i nostri due visi che stanno per invecchiare, le nostre pieghe nuove, i mezzi sorrisi sui denti ingialliti. Ciocche di capelli scapperanno quando ci specchieremo, io le riassetterò, le mie e le tue intorno ai nostri volti che tanto bene conosciamo. E ci riconosceremo, quelle di sempre. Perché adesso solo noi due siamo capaci di riconoscerci e nessuna notte qualunque ci potrà fermare. Attendimi, perché mi vedrai arrivare in questo mese di passaggio e poi, solo poi, andremo lì dove vuoi tu”.

Marilena chiude velocemente la lettera, vi scrive l’indirizzo senza dover pensare molto, la mette in borsa. Apre la finestra e ascolta il rumore ovattato della strada, la strada oltre il giardino. Non si fa domande, le giunge una musica ma non si ricorda il motivo per intero, poi comincia a mettere ordine nella stanza. Dovrà dormire molto stanotte perché il giorno dopo la sua grande valigia verrà riempita e niente dovrà dimenticare di ciò che è suo. Per sempre suo. Ovunque suo.

 

 

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