Inediti d’Autore. Virginia

Pierre Bonnard, L’Eté en Normandie x LETIZIA
 
Il senso negato di Letizia Dimartino
Racconti uniti da un comune denominatore. Protagoniste le donne.

 

Virginia ha, come il suo nome promette, un pallido volto, i suoi capelli sono di un nero intenso, le si dividono in due larghe bande ai lati del viso affilato. Vive in campagna, in una fattoria non molto grande, quando era piccola ci veniva a trascorrere le estati lunghe e ripetitive. I gatti al mattino la attendono dietro la porta, lei si sente indispensabile; non abbandonerà i suoi animali né la neve che in inverno si ammucchia in candide cupole davanti alla persiana scrostata. La sua camera da letto ha un buon odore di legno e spigo e di vecchio anche; Virginia non lascerà mai neanche la sua stanza profumata.

“Amatissimo Nando,

ho dunque fatto male a preparare la tua valigia scolorita, non pensavo fosse una partenza semi definitiva. L’ho fatta con l’accuratezza e la noncuranza ( sembra un non senso, ma non lo è ) che mi sono solite: quante volte ho sistemato i tuoi indumenti puliti in vista di un tuo viaggio improvviso e quante volte non ho avuto pensieri precisi convinta che gli allontanamenti possano servire a chi scalpita da anni e freme e tace. Adesso il tuo biglietto laconico, lasciato sulla mensola della cucina, quasi in maniera distratta mi ha sconvolta. Non ti ho mai trattenuto, e tu lo sai. solo che oggi è un giorno diverso e “mi è d’obbligo” ricordarti che non è così che te ne puoi andare e non tornare più. Sai che non ti seguirò perché la mia scelta è definitiva e risale a troppi anni fa: il mio amore per questa casa perdura nel tempo, intatto, anzi, si alimenta ogni mattina, ogni qual volta la nebbia preme sul cortile ghiacciato e lo invade e lo nasconde, ogni qual volta le stagioni si accavallano, mescolano senza che io le individui, sgomentando la mia indole battagliera. Da oggi dovrei fare guerra al tuo addio. Ho paura, Nando, in queste notti di burrasca mi è stato difficile prendere sonno nella nostra camera colma di vecchie cose. Ci sono i tuoi vestiti abituali: il pantalone azzurro ripiegato sulla sedia, la camicia a quadroni che penzola inanimata e ancora sudata sulla spalliera, le pantofole dal colore indefinito sotto il termosifone e il tuo cappelluccio sbiadito appeso al chiodo dietro la porta. Ho paura Nando perché non posso seguirti e questo vuol dire che non ci incontreremo più. Che sono io che ti abbandono, io che rimango qui, tutte le mattine dei miei giorni solitari, tutti i pomeriggi dal cielo perlato, brevi e noiosi, tutte le sere fredde che si abbattono improvvise sul mio corpo affaticato, sono io che non lascerò questo. Ho paura, Nando, di pentirmi di non aver fatto anch’io una valigia, di non aver chiuso alle mie spalle il portoncino tremolante, di non aver carezzato per l’ultima volta i miei gatti affamati e infreddoliti, di non aver sbattuto con forza e determinazione il cancello grigio del cortile, con determinazione Nando, perché ci vuole volontà nell’andarsene e una forte dose di audacia. A me, purtroppo, manca tutto questo e tu lo sai da sempre e ora me lo scrivi in un biglietto strappato al mio notes, semplicemente, come se esso non debba procurare nessun dolore o sbalordimento o, ancora, sconvolgimento. Perché sono sconvolta e tu non lo capisci, né questa lettera descrive quel che sento io che sono di poche parole, di pochi fatti forse di pochi pensieri, io, Nando, sono sconvolta ed ho paura. Nessuno potrà darmi un coraggio che io stessa non so di cosa possa essere fatto. Ti attendo in questa camera da letto odorosa di spigo, l’odore che è mio e tuo, aspetto che tu ritorni con la vecchia valigia che in tanti viaggi ti ha accompagnato, per poterla disfare. La disfarò io stavolta con l’accuratezza e la noncuranza (non è un nonsenso) che sono necessari al tuo ritorno. E ci saranno altri giorni per noi.”

“Virginia, cara Virginia,

devo risponderti lo so. Il biglietto non può non averti offesa oltre che sbalordita. Gli abbandoni non sono belli neanche per chi li attua, non immiseriscono solo chi li subisce. Tu sai da quanto tempo io voglia tornare in città, da quanto questo desiderio si sia insinuato nella mia mente per farsi grande, ingombrante, pressante e alla fine risolutivo. Ed io so quanto tu non voglia seguirmi, ti accorgi che non te lo chiedo da anni? Ho taciuto perché ogni discussione sarebbe stata un dolore rinnovato per entrambi. Vado, per sempre non so, ma vado adesso e fammi andare, quasi te ne chiedo il permesso. Lasciarti sola lì in quella casa attorniata dalla nebbia, in quelle sere che conosciamo bene – le sere che si allungano e si introducono nei nostri sonni – lasciarti è stato doloroso. Al momento del commiato non ti ho voluto neanche guardare così che c’è stato il solito saluto affrettato, appena accennato, il saluto che ti ho fatto tutte le volte in cui me ne sono andato per i miei tanti viaggi improvvisi. Viaggi che hai condiviso, dai quali non mi hai mai fatto desistere. La città mi attende, mia cara Virginia, ed è la città dei miei piccoli sogni, i sogni miseri e piccoli di un cinquantenne che vuole fare un’ultima scelta, di un marito che resterà fedele ai suoi propositi coniugali e che ti attende in questa nuova casa appena presa in affitto. È una casa grande perché spero potrà contenere le tue tante cose: le nebbie e i sorrisi, le stagioni fluttuanti e i gatti affamati, la neve ammonticchiata e i tramonti violacei che tu non vuoi abbandonare. Porta tutto questo con te, perché questa casa sarà capace di trattenere questo bagaglio pesante. L’ho presa apposta per te in faccia al mare per farti conoscere un panorama diverso, il mio panorama, per farti violenza – una violenza dolce – e scuoterti. Purtroppo so che ciò non avverrà, ti invio però lo stesso la chiave di questa casa nuova sperando tu possa usarla una volta, una volta sola. Mi troverai seduto qui, dove sono ora dove non puoi immaginarmi, di fronte al mio mare perché ti attendo e credimi, Virginia, non ti ho abbandonata. Abbi cura di me, anche io ho paura.”

Nando scosta la tenda leggera, spinge l’infisso e l’aria entra veloce e improvvisa nella stanza, lo scuote in un tremito. Il mare è vicino – piatto – di un grigio sbiadito – ogni tanto un gabbiano si abbassa e poi riprende il volo, veloce. Nando mette la lettera nella tasca interna della giacca, a sinistra.

 

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