INTERVISTA AL POETA ANDREA DONAERA

INTERVISTA AL POETA ANDREA DONAERA

Andrea Donaera okNel 1980 usciva presso l’editore Gammalibri di Milano una delle ricognizioni critiche e autocritiche fondamentali per la poesia italiana, Chi è il poeta? di Silvia Batisti e Mariella Bettarini. Ispirandomi, in parte, al questionario che veniva lì proposto – e naturalmente interpretandolo e oltrepassandolo in quanto pubblicazione collocabile in quel preciso momento storico – le rivolgo alcune domande sulla poesia. Ma ha ancora un senso oggi essere poeti in Italia?

Oggi, in Italia, essere poeti ha senso, sì, ma specialmente è necessario. Sia dal punto di vista sociale che dal punto di vista prettamente letterario, c’è un’urgenza d’espressione viva, palpitante. La nostra letteratura vuole riprendersi quel posto d’onore che aveva Montale, vuole trovare nuove motivazioni per acquisire credibilità agli occhi dei lettori. In pochi anni molto è cambiato, c’è bisogno di poeti, e specialmente di belle poesie. Il pubblico non si è immunizzato alla poesia, anzi, la desidera, la brama. In Italia dunque, oggi, essere poeti ha un senso se si è in grado di collocarsi in quella posizione che è tra valutazione di massa e valutazione critica. L’elitario non ha più senso, come non ha mai avuto senso l’arte eccessivamente massificata – specialmente in un’epoca in cui si vive socialmente anche in solitudine. Cogliere il gusto oggettivo, quel sottile parametro di bellezza che oscilla tra addetti ai lavori e profani.

Che cosa la spinge a scrivere?

La poesia per me è come dire qualcosa col volto coperto da un velo sottile. Ti nasconde ma non troppo, il giusto per sentirsi libero.

È poeta solamente chi scrive in versi, oppure è in gioco anche un altro significato del termine?

Il termine “poetico” lo si sente tanto, in giro. Il sublime, per molti, viene identificato come poetico. Ovvio che poi, nelle ultime generazioni, che con la poesia hanno una dimestichezza falsata dalle antologie scolastiche, la poesia diventa anche un gol di Balotelli o una bella ragazza in birreria. E a me questo non dispiace, assolutamente. Certo però è che Balotelli non è un poeta. Il poeta resta un autore – non un semplice scrittore – che allestisce un’operazione artistica (una poesia è una poesia, non è un accadimento poetico o sublime: l’atto di leggere una poesia può invece essere poetico).

L’io anagrafico non corrisponde all’io poetico, che è molto più profondo del primo. La vita dell’autore può rispecchiarsi d’altra parte nell’opera, sia pure trasfigurata, e noi ricerchiamo questo rapporto. Che cosa ne pensa?

Sì, lo scrittore si riversa nel suo operato, in poesia e in prosa. In poesia però questo avviene con molta più forza. Fondamentalmente la prosa racconta storie, mentre la poesia (spesso) racconta un Io. Questo però non deve essere frainteso: le poesie non sono diari. Il poeta, se è bravo, prende il suo Io, lo architetta, lo modella, lo agghinda, ne esce fuori qualcos’altro: dalla bocca di quel nuovo Io potranno uscire cose belle o cose brutte, ma quasi sicuramente cose abbastanza vere. E riuscire a creare un giusto equilibrio tra l’io quotidiano e l’io scritto è un processo complicato, se non si vuole ricadere in un intimismo stucchevole. A mio parere il poeta deve stare attento a mostrare quel pezzo di Io che può riguardare tutti, in cui tutti si possono riflettere.

La facies, o maschera, o persona junghiana dell’artista – quella del suo ruolo sociale – è altro rispetto alla vita interiore, intima, nota solo a lui e alle persone che appartengono al suo privato. «Se avessimo conosciuto Leopardi, – diceva Dario Bellezza nell’opera che ho citato sopra  – il grande Giacomo, forse ci saremmo ricreduti sulla sua grandezza, certo: ma colpa nostra: Leopardi era quel gobbo lì, quel pettegolo lì, che, nonostante la sublimazione dei professori universitari che non vogliono prendere atto, era colui che diceva: “Mi fanno male i tommasei”. Come se io dicessi: “Mi fanno male gli arbasini o i testorini…”». Ora le chiedo: è necessario per il lettore conoscere anche questo aspetto “umano” dell’autore, indipendentemente dalla lettura?

Non è necessario, ma rende certamente tutta la faccenda più affascinante. Non mi interessa nulla delle vite dei filosofi, mi interessano le loro opere. Ma di un poeta è giusto provare a conoscere quanto più possibile il suo background personale, per cogliere con ancora più incisività il suo operato, e per poter motivare criticamente le sue scelte espressive senza falsarlo con gelidi accademismi. Per dire, Donaera prima usava molto i settenari, ultimamente usa molto di più endecasillabi e martelliani. Perché mai? Quale scelta stilistica si celerà dietro? No, niente, è che prima avevo un quaderno piccolo, e ora invece c’ho un quaderno grande.

Che cosa prova a rileggersi?

Con i primi libri provavo forte imbarazzo. Da “Additato” in poi solamente una leggera nausea.

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Andrea Donaera è nato il 20 giugno 1989 a Maglie (Lecce), da padre sardo e madre salentina. Vive a Gallipoli, dove studia Filosofìa presso l’Università del Salento, e si occupa di teatro, musica e poesia. Ha pubblicato: De atra Lacruma (Premio Barocco Editore, 2009); Sfoglia me — con Antonio Brunetti (Autoprodotto, 2009); Ombre e Quesiti (ApprodoSalento Edizioni, 2010); Additato (Edizioni II Papavero, 2011); II latte versato (Sigismundus Editore, 2012). Certe cose, certe volte (Marco Saya Edizioni, 2012). Suoi testi sono stati pubblicati e segnalati su riviste web e cartacee nazionali, è presente in numerose antologie.

 

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