“La fortezza di Skadar (Scútari)” fa parte della letteratura di ballate serbe. La traduzione dall’inglese è stata condotta sul testo “Ballate eroiche di Serbia” di G.R.Noyes e L. Bacon, pubblicata a Boston nel 1913 da Sherman, French & company. Traduzione dal serbo, introduzione e note sono state curate da Noyes; mentre Bacon ha trasformato il testo in prosa in versi inglesi. Molto apprezzate da Jacob Grimm, le origini di queste ballate risalgono ad un periodo in cui non ci sono testimonianze scritte, per le quali occorre aspettare il XIV sec.
Si possono dividere in due gruppi, che spesso si intrecciano, uno basato sulla storia nazionale, l’altro su tradizioni popolari. Il ciclo della battaglia del Kósovo è il nucleo delle ballate serbe; cantando di episodi indipendenti ogni tentativo di riunirli per dar vita ad un’epica coerente non è stato possibile. Queste ballate vengono eseguite con l’accompagnamento del “gusle”, strumento a corde che ricorda il mandolino ma suonato con l’archetto.
La fortezza di Skadar: contenuto, la vivisepoltura.
Nal “Bellum Iugurthinum” (par. 79) di Sallustio si racconta del sacrificio dei due fratelli cartaginesi, i Fileni, che preferiscono farsi seppellire vivi pur di fermare l’avanzata dei cirenei e porre, nel luogo di sepoltura, il confine tra le due città, Cartagine e Cirene.
La vivisepoltura ha, dunque, radici antiche ed è un uso che si ritrova anche in luoghi lontani come il Giappone, dove fino al sec. XVI si praticava l’ “Hitobashira”. Questa consuetudine si basava sulla credenza che un sacrificio umano potesse garantire stabilità, sia che si trattasse di una costruzione o di un confine, placando gli spiriti protettori dei luoghi e spesso le vittime stesse venivano divinizzate e ad esse si dedicavano templi.
Le note nella versione italiana sono responsabilità della traduttrice.
La fortezza di Skadar (Scútari).
C’erano una volta tre fratelli per nascita, un potere che era iniziato-
i tre figli di Marnyáva. Vukáshin il re era uno,
il secondo era Voývoda Úglyesha, Goyko era egli il terzo;
e Skadar sulla Bóyana stavano alacramente costruendo.
Con quindici decine di muratori lavorarono per tre lunghi anni,
ma non potevano per la fortezza gettare fondamenta solide,
tanto meno erigere il muro,
per quanto lo innalzassero i muratori al mattino, una vila (1) lo distruggeva di notte.
La vila chiamò dalla montagna nella primavera del quarto anno:
“Non affliggerti, Vukáshin, e non sprecare i tuoi attrezzi!
Re, non puoi per la fortezza gettare solide fondamenta,
tanto meno innalzare il muro,
finché un giorno non arrivino notizie di Stoya e Stoyan (2),
(1) Vila: le vila sono ninfe protrettrici di boschi, corsi d’acqua, che possono essere benevole o meno verso gli umani. Quando l’uomo invade e depreda i siti naturali, le vila si vendicano.
(2) Stoya e Stoyan: i nomi di questi due personaggi, sorella e fratello, indicano nella lingua serba la stabilità. Solo murando i due nel muro della fortezza questa non cadrà. Probabilmente perché diventano loro stessi protettori del luogo, pacificando la vila offesa. Sono ricordati anche nel bellissimo libro di Ivo Andrić “Il ponte sulla Drina”.
perché nomi simili hanno i due; sono sorella e fratello. Nel muro velocemente li murerai.
E la fortezza sarà fissata nella terra”.
Vukáshin ascoltò. A Démisir diede il suo comando:
“Désimir, sei sempre stato una canaglia fedele a me,
e da ora in poi sarai un figlio per me.
Imbraca, figlio mio, i cavalli ai carri nel cortile sottostante,
e prendi sei sacchi di denaro, e vai per il bianco mondo.
Cerca Stoya e Stoyan,
perché nomi simili hanno i due; sono fratello e sorella.
Comprali o catturali velocemente.
Portali a Skadar direttamente sulla Bóyana,
che i due possano giacere nelle fondamenta della torre,
per vedere se le fondamenta infine resisteranno o rimarranno in piedi.
E finalmente la fortezza sarà fissata nella terra”.
Désimir ascoltò e imbracò i destrieri ai carri dabbasso;
e con sei sacchi di denaro andò per il bianco mondo.
Cercò Stoya e Stoyan,
perché nomi simili hanno i due;
per tre anni interi li cercò, e, sì, li cercò invano.
Verso Skadar sulla Bóyana infine riprese la strada;
al re restituì i cavalli, i carri e il denaro.
“Ecco, o re, i tuoi carri e i cavalli
e anche i tuoi sacchi di denaro,
poiché non ho trovato Stoya e Stoyan –
perché nomi simili hanno i due”.
Vukáshin lo ascoltò e convocò Rado, il costruttore,
e Rado ordinò a trecento uomini di iniziare il lavoro.
Ciò che il re costruiva, la vila distruggeva;
nessuna fondamenta poteva porre, tanto meno innalzare un muro.
Al re poi ella disse:
“Non affliggerti, Vukáshin, e non sprecare il tuo oro;
non puoi innalzare un solo pilastro, tanto meno il muro della fortezza.
Ognuno di voi ha una moglie fedele, voi regali fratelli per nascita:
la moglie del fratello che con la cena dei muratori
giunge domani alla Bóyana,
nelle fondamenta della torre, allora, muratela, affinché rimanga in piedi;
e finalmente la fortezza sarà fissata nella terra”.
Quando re Vukáshin udì questo, chiamò lì i suoi fratelli:
“Ascoltate cosa dal monte la vila afferma!
In nessun modo otteniamo un vantaggio sperperando l’oro;
ella non permetterà che si innalzi un solo pilastro,
tanto meno il muro della fortezza.
Ella dice che abbiamo mogli fedeli, tutti noi tre fratelli per nascita:
la moglie del fratello che con la cena dei muratori
giunge domani alla Bóyana,
nelle fondamenta della torre dobbiamo incorporarla, affinché regga;
e finalmente fisseremo la fortezza nella terra.
Davanti a Dio prometteremo di non dirlo alle nostre mogli a casa,
e lasciare al caso quale moglie verrà domani alla Bóyana?”
Mentre i tre signori promettevano, scese la notte su di loro,
e subito partirono verso le loro bianche case.
Trascorsero una serata degna di un lord e poi ognuno andò a letto;
e – stupore! – Vukáshin ruppe la promessa,
e disse alla moglie che aveva sposato:
“Ascolta, mio caro amore, ora che mi hai giurato fedeltà!
Non andare domani alla Bóyana con la cena dei muratori.
Tu morirai; ti mureranno nel muro della torre!”
Anche Úglyesha la ruppe e disse alla moglie in quel momento:
“Non lasciarti ingannare, mia cara moglie, che mi hai giurato fedeltà!
Non andare con la cena dei muratori domani fino alla Bóyana.
Ragazza, morirai; ti mureranno nel muro della torre!”
Ma Goyko non ruppe la promessa né parlò alla moglie in quel momento.
Il mattino presto, quando per prima brillò l’alba,
i figli di Marnyáva se ne erano andati alla Bóyana.
Venne l’ora di portare la cena e il turno della regina di recarla;
ella andò dalla moglie di Úglyesha, e lì le parlò:
“Ascolta, e buona salute a te, sorella!
La testa inizia a dolermi; non posso controllarla. Ti prego
di portare il pasto ai muratori”.
“Buona salute a te, o regina,” rispose, “sorella mia che mi sei così cara!
Io non posso vincere questo braccio dolorante.
Parla con nostra sorella qui”.
Andò dalla sorella più giovane e le disse:
“Giovane moglie di Goyko, ascoltami!
Ecco – buona salute a te, sorella! – la mia testa inizia a dolermi;
non riesco a controllare il dolore. Porta tu il pasto ai muratori”.
La giovane moglie di Goyko rispose:
“Lo farei volentieri, regina,
ma il mio bambino non è stato completamente pulito
e la biancheria non è stata lavata”.
Replicò la regina: “Va’ con la cena per i muratori.
Lascia che nostra sorella faccia il bagno al piccolo,
io sbiancherò la biancheria come fosse neve”.
Allora la giovane moglie di Goyko non disse niente altro;
subito ella recò ai muratori il pasto di mezzogiorno.
Dalla Bóyana Goyko la vide, e affranto fu il suo cuore quel giorno;
mesto per sua moglie e il piccolo che stava nella culla,
che sarebbe rimasto senza madre prima che il suo primo mese fosse narrato;
e lacrime amare rotolarono sul viso dell’eroe.
L’esile fanciulla lo guardava; camminò lievemente finché arrivò da Goyko
e parlò così dolce come una canzone:
“Cosa ti affligge, Goyko, che sulle tue guance rotolano amare lacrime?”
Egli rispose:
“È un male, mio amore! Avevo una mela d’oro, e oggi mi è caduta nella Bóyana,
povero me, quest’oggi!
È un problema dell’anima, non posso uccidere questa pena”.
Non capiva, l’esile fanciulla; al suo signore disse:
“Prega per la tua salute; creerai una mela di gran lunga migliore!”
Allora, terribilmente dispiaciuto, girò la testa di lato;
non poteva sopportare più a lungo di guardare la sua sposa.
Ma i due figli di Marnyáva presero le sue piccole e bianche mani;
e la condussero alla fortezza per murarla nel muro.
Resero chiara la faccenda a Rado il costruttore;
ella ride dei trecento uomini, pensando sia uno scherzo.
L’hanno portata e posizionata per murarla nel muro;
e i trecento muratori vennero lì tutti.
Con pietra e legno l’hanno murata fino alle ginocchia ad oriente e occidente,
e l’esile fanciulla ride lievemente, credendo che forse stiano scherzando.
Hanno costruito fino alla cintura con legno pesante e pietra.
Ella capì cosa stava succedendo;
con un gemito molto amaro e contorcendosi come un serpente,
pregò lì i suoi fratelli:
“Se credete in Dio, non muratemi, così giovane e leale”.
Così ella pregava. Ma non la guardavano;
nessuna possibilità che la preghiera l’aiutasse.
Ma ella vinse il disonore e la vergogna, e al suo signore disse:
“Mio carissimo signore, non lasciate ora che sia murata nella fortezza
ma contatta mia madre, che ha un tesoro in oro,
e compra con i suoi soldi una schiava in quel momento,
e mura la schiava nelle fondamenta della torre”.
Così parlò invano l’esile fanciulla; la preghiera non poteva aiutarla.
Non trovando aiuto, pregò Rado, il capomastro:
“Per il mio petto, costruttore Rado, lascia uno spazio su mio ordine
affinché Yovo quando verrà possa essere allattato al mio seno”.
Rado, il capomastro, fu ben lieto della sua preghiera,
e per il suo seno bianco-latte lasciò lì una finestra,
con il bianco seno all’esterno. Fece tutto il suo volere,
affinché Yovo potesse essere allattato quando sarebbe venuto al suo seno.
E di nuovo chiamò Rado, il costruttore, in tal guisa:
“Ti prego, fratello Rado, lasciami una finestra per i miei occhi,
affinché possa guardare la bianca casa, e facilmente possa vedere
quando portano qui Yovo o lo riportano indietro da me”.
Rado, il capomastro, fu ben lieto della sua preghiera,
lasciò lì una finestra, affinché potesse guardare la casa bianco-latte
e vedere il bambino quando lo portavano o lo riportavano indietro.
Alla fine l’hanno chiusa nel muro e la fortezza fu consolidata velocemente.
Portarono il piccolo nella culla e lei lo allattò dalla pietra,
per sette giorni lo allattò poi la sua voce sparì.
Per un anno ha allattato il bambino e dolce scorreva il bianco latte.
Com’era allora a Skadar, così ora dolce scorre.
Sì, anche oggi il bianco latte scorre, per un eccelso miracolo,
un sorso curativo per le donne i cui seni sono asciutti.
in copertina, Interchange, 1955, di Willem de Kooning








