È da poco uscito per l’editore Le Lettere di Firenze “Raoul Schrott. Viaggio all’origine della poesia” (https://www.lelettere.it/libro/9788893662123), primo studio monografico sull’opera in versi dello scrittore, traduttore e comparatista austriaco contemporaneo Raoul Schrott. Ne parliamo con l’autrice, Giulia A. Disanto, germanista all’Università del Salento; si è occupata di poesia del Novecento fino alla contemporaneità, attualmente dirige il gruppo di ricerca GEcoPer (www.ecogermanstudies.it). È autrice di numerosi studi dedicati, tra gli altri, a P. Celan, E. Canetti, J.W. Goethe, al Gruppo 47, F. Wedekind, K. Schwitters, la cui opera letteraria ha introdotto al pubblico italiano. Di Raoul Schrott ha tradotto Il deserto di Lop (Pavia: La Grande Illusion, 2022).
La prima cosa che vorrei chiederle è: perché “viaggio all’origine della poesia”?
È un titolo che può essere inteso in molti modi. In primo luogo, il viaggio, che è un tema ben presente nell’opera dell’autore, rappresenta una metafora del percorso ermeneutico, è immagine dell’attraversamento delle raccolte, di come con l’interpretazione ci si diriga incontro ai temi e ai nodi principali delle poesie. I temi che animano i versi di Schrott sono molti: la natura e l’amore, la transitorietà della vita umana, la scrittura come strumento di conoscenza del mondo per il poeta viator, e ancora il sublime, il sacro, l’assenza; ma anche il rapporto fra poesia e scienza, la funzione cognitiva e compositiva della rima e delle figure retoriche, la stratificazione delle lingue nel palinsesto della storia culturale umana. Il libro presenta la produzione artistica del poeta dagli esordi sul finire degli anni Ottanta, segnati dall’incontro con l’estro creativo di H.C. Artmann fino alle raccolte più recenti, ma lo fa soffermandosi sui temi ricorsivi dell’opera e sui suoi strumenti, in un senso di continuità rispetto forse anche alla produzione futura.
Con “viaggio all’origine” s’intende inoltre una visione prospettica, un’archeologia, perché la poesia di Schrott include e rielabora un sapere poetico millenario e plurilingue che trova il suo segno distintivo in un umanesimo senza tempo. Quindi “origine” fa riferimento alla causa prima dello scrivere, la cosiddetta “ispirazione”, tanto quanto alla ricostruzione dello sviluppo della poesia come genere, a cui Schrott ha dedicato molti scritti a partire dalla sua antologia della poesia millenaria Die Erfindung der Poesie. Gedichte aus den ersten viertausend Jahren [L’invenzione della poesia. Poesie dei primi quattromila anni, 1997]. E poi, forse il fascino di tutte le cose sta nel loro inizio, è un tema con cui spesso val la pena confrontarsi.
Come si può attingere alla storia culturale della poesia in una prospettiva così vasta?
Attraverso la lettura, la conoscenza delle lingue moderne e antiche, l’interesse per l’etimologia e, soprattutto, attraverso la traduzione. Schrott è un traduttore versatile, è in primo luogo un mediatore tra culture; ha tradotto opere antiche e moderne, dall’epopea di Gilgamesh a Derek Walcott (di cui è possibile ravvisare una chiara influenza nella raccolta Hotels, 1995), dall’Iliade di Omero ai canti d’amore dell’antico Egitto fino all’italiano Bartolo Cattafi, per citare solo pochi esempi. A ciò si affianca uno spiccato interesse per le lingue minori e le contaminazioni, e l’idea della poesia come strumento di indagine epistemologica dei fenomeni naturali e umani. Tutto ciò costituisce un ricco tessuto che nutre curiosità e immaginazione, pertanto anche la lingua in cui si scrive, il tedesco in questo caso, ne esce rinnovata, come riesce solo ai poeti.
Lei ha tradotto di Raoul Schrott la novella Il deserto di Lop (Pavia, 2022) e, in questo libro, traduce poesie e dichiarazioni di poetica. Che rapporto c’è fra la traduzione, la scrittura e l’interpretazione?
Un rapporto strettissimo, profondo. Tradurre ti mette di fronte alla necessità di guardare in viso a quel che di un testo resta sempre incompreso, non linguisticamente intendo, ma alla sua “verità” e a tentare una mediazione fra se stessi e il testo, come fra una lingua e l’altra. Per dirla con una metafora, tradurre letteratura, in particolar modo se si tratta di poesia, è un po’ come fare un tuffo negli abissi, si sprofonda, ci si incanta e ci si disorienta, si cerca l’intangibile che è dietro e dentro la lingua scritta, oltre ogni superficie di mera corrispondenza interlinguistica, e tante volte si ha anche la concreta sensazione di essere rimasti senza fiato, perché ci si aggroviglia muti attorno a una “soluzione” che si intuisce, ma non si afferra. Ma poi il miracolo accade e si riesce a riportare il testo a galla, ma a una sponda diversa, dove si parla un’altra lingua. Personalmente, le sonorità prosodiche delle lingue di partenza e d’arrivo e le immagini poetiche sono le bussole principali di questa curiosa e appassionante esplorazione. Nel libro, ogni citazione è tradotta in italiano, come sono tradotte alcune poesie da tutte le sillogi finora edite del poeta, perché sono convinta che chi si occupa di filologie straniere debba farsi carico in qualche modo di un compito di mediazione e, in questo senso, la traduzione è un passepartout.
A un certo punto Lei parla di “architetture poetiche”, in che senso?
In una delle sue metafore poetologiche, Schrott paragona il componimento poetico a un antico tempio mai consacrato della Magna Grecia, presso Segesta, una costruzione rimasta incompiuta e immersa in un ampio paesaggio carsico, capace di evocare un tempo immemore. Schrott paragona così la poesia a una costruzione che tende a compiutezza, ma vive in fondo delle luci che si proiettano sulle colonne, e che è profondamente libera di significare qualcosa perché, come quel tempio, non è votata a nessun dio. Trovo che questa sia una splendida immagine della facoltà creativa che è propria dell’essere umano. E poi le poesie di Schrott hanno ricche architetture, modulano la logica del significato con la figuratività delle immagini e con la sonorità della lingua. E un’architettura sapiente struttura anche le raccolte in cui le poesie sono incastonate, in continuo dialogo con i paratesti. Schrott riprende, ad esempio, una pratica che era in uso nei manoscritti medievali e alterna piccoli testi in prosa – come fossero delle glosse – ai componimenti, un po’ come fa Dante nella Vita Nova. In questo modo il testo poetico può essere letto e osservato dalle diverse prospettive di una ricca architettura, quella del volume complessivo, in cui il lettore si ritrova a vagare. Può sembrare una cosa complessa, ma è in realtà un gioco di illusioni che certo rende questo poeta uno dei più interessanti su scala europea. E le sue poesie, che contemplano sempre elementi di grande suggestione immaginativa, restano del tutto godibili.
Ci può fare qualche esempio, qualche poesia che l’ha colpita particolarmente? Di cosa parla?
Un tratto della poesia di Schrott che apprezzo particolarmente è il fatto di non essere una poesia intimista o per meglio dire, con un neologismo che non amo particolarmente ma rende l’idea, non è una poesia “egoriferita”, ma una poesia che proietta il suo sguardo all’esterno, guarda al mondo anche con una dose d’altruismo; certo trae ispirazione dall’esperienza personale, ma sempre in dialogo con la conoscenza, anche scientifica; è una poesia, non priva di ironia, che coltiva una continua attenzione per la conditio humana. E questo mi sembra, in questo particolare momento storico, davvero un valore. Ad esempio, un tipo di componimento frequente in Schrott è la poesia di ruolo (Rollengedicht), in cui il poeta indossa le maschere di altri: al contrario di quel che si può pensare, la maschera è un modo per essere autentici. Incontriamo tipologie comuni, come le ebbe a realizzare il fotografo August Sander con il suo progetto dedicato ai mestieri e ai ruoli sociali intitolato “Antlitz der Zeit” [Il volto del tempo, 1929], fino a personaggi noti del mondo artistico e scientifico: Petrarca che s’affanna a scalare il Ventoso, Michelangelo che a testa in giù dipinge la Sistina avvertendo tutto il peso del suo corpo, Einstein che nello scompartimento di un treno riflette sul moto relativo e sulle leggi di caduta dei corpi, e si ritrova a fare un bilancio come uomo nell’equilibrio delle sue relazioni personali. Viaggio all’origine della poesia passa in rassegna molti di questi esempi, cerca di individuare alcune tipologie, gli usi del comporre, le costellazioni e interferenze con molte altre voci di cui si avverte un’eco nel corpus di versi di Schrott: Walcott, Rilke, Pound, Auden, Éluard e molti altri. Uno dei testi che preferisco è dedicato a Empedocle; il componimento riprende, nei termini, le riflessioni sulla natura e sul divenire del filosofo greco agrigentino, ma è anche una poesia che ha una dimensione e un valore del tutto contemporanei. Credo che ben renda la dialettica fra il ritmo della vita personale e il tempo della storia universale che costituisce, a mio avviso, una delle modulazioni più tipiche e più preziose della poesia dello scrittore austriaco.
Empedocle – Elementi, II
una volta ero un altro · un uccello un cespuglio
un pesce volante · con un guizzo dalle onde
nell’aria mise radici le punte bruciate
da questa luce · così è con tutte le cose · la terra non
si scava con la vanga la brace non ha calore
l’acqua non bagna · son solo nomi per qualcosa
che è senza forma e senza sostanza · percorre
le vene del cielo e riluce dalla sua apertura
esiste solo questa fiamma · in cui si alternano colore
e pelle: una salamandra un pezzo di legno o una pietra
il fuoco irradia dall’interno e lo sguardo diventa
come un dito · sente e riporta l’ombra
delle cose all’incavo dentro la fessura della sua pupilla
e l’occhio è un camaleonte dalla sua scura
bocca balza una lingua a leccare le foglie
d’alloro · solo di notte si vede il sole come
realmente è · l’ambra di un’immensa iride
un animale che sbircia fisso e immobile tra gli alberi
metà del V sec. a.C.
[trad. ita. di Giulia A. Disanto, ivi, pp. 151-152]
Raoul Schrott, Empedokles – Elemente, II
ich war ein anderer früher · ein vogel ein busch
ein fliegender fisch · im sprung aus den wellen
in die luft schlug er wurzeln die spitzen versengt
von diesem licht · so ist es mit allem · die erde gräbt
man nicht mit dem spaten die glut hat keine hitze
das wasser netzt nichts · es sind bloß namen für etwas
das ohne form noch von substanz ist · es durchfließt
die adern am himmel und bleckt aus seiner öffnung
nur dieses flammen ist · in ihm wechselt farbe und
haut: ein salamander ein stück holz oder ein stein
das feuer strahlt von innen aus und der blick wird
wie ein finger · er fühlt und führt den schatten
der dinge zurück zur kerbe im schlitz seiner pupille
und das auge ist ein chamäleon aus dessen dunklem
mund eine zunge schnellt und über die lorbeerblätter
leckt · nur in der nacht sieht man die sonne so wie
sie auch wirklich ist · der bernstein einer weiten iris
ein tier das reglos aus den bäumen herüberstarrt
mitte des 5. jahrhundert v. chr.
[in Raoul Schrott, Tropen. Über das Erhabene, Hanser, München/Wien 1998, p. 124]








