«Guardami sempre/ non perdermi di vista// e nun t’affruntari// L’amore è questo// Anche senza voce/ è un andare/ per miracoli». L’amore è il filo conduttore del volume, pubblicato da Marsilio, “Restitutio ad integrum. Poesie 2015-2024” di Margherita Rimi (classe 1957, nata a Prizzi, in provincia di Palermo, risiede ad Agrigento). Poetessa, medico e neuropsichiatra infantile (nella foto di Dino Ignani), ha svolto per anni una intensa attività di prima linea per la cura e la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, lavorando contro le violenze e gli abusi sui minori e a favore dei bambini portatori di handicap. L’amore incessante (per il linguaggio, per la medicina, per l’altro), l’amore che muove verso possibili percorsi di “completa guarigione”. L’amore (concomitante) per la poesia (che trascende il tempo e lo spazio), per le parole (che «misurano parole»), per il corpo (che «conosce la sua verità»). La cifra distintiva è, e rimane, il perfetto incastro espressivo (ancora più evidente in questo libro) che nella competente mescolanza tra diversi registri, incluso l’eloquente dialetto, crea un linguaggio unico, denso e polisemico. “Margherita Rimi, con una voce netta e originale, pone al centro della riflessione un’umanità fragile ma non sfibrata, idiota eppure benedetta, violata ma mai sconfitta”, scrive Gandolfo Cascio nel risvolto di copertina.
Qual è stata la “scintilla” che ha portato il tuo “Restitutio ad integrum”?
Nel libro Restitutio ad integrum. Poesie 2015-2024, uscito per Marsilio nel giugno di quest’anno, con il risvolto di copertina di Gandolfo Cascio che qui ringrazio, ho voluto sperimentare dei testi che avessero nel loro corpo elementi del linguaggio medico. Restitutio ad integrum è una locuzione che indica, in medicina, la restituzione alla guarigione di organi o apparati che si erano ammalati. La mia formazione professionale medico-scientifica e neuropsichiatrica ha impregnato la mia esperienza linguistica, mi ha permesso di acquisire un linguaggio tecnico, un bagaglio lessicale che, in Restitutio ad integrum, è venuto fuori in modo più pressante. Anche in testi precedenti ho avuto modo di sperimentarlo, ma in questo libro ho svolto una ricerca più organica. La necessità di esprimere temi come la medicina e la cura, il corpo e la mente, è stata a tratti incalzante. Il diverbio-gioco tra mente e corpo si esprime in interazioni variegate: in modo dissonante o in modo sintonico; oppure con identificazione e disidentificazione tra le due entità. Mente e corpo si connettono e si disconnettono, a fasi si riconoscono e si negano. A volte vogliono scambiarsi pure l’identità. Nel loro dialogo c’è tanta ironia, ma ci sono anche tante interrogazioni sulla propria esistenza: il mistero del corpo umano nella sua fisicità materiale e precarietà e quello della mente nella sua capacità di pensare e pensarsi immortale. E nel suo bisogno di trascendenza.
Ecco alcuni versi del libro:
Il corpo//ha da risolvere anche una questione//quando l’anima ragiona d’amore// un amore così grande/che poi non si perde//un amore/ così grande astratto infinito//che poi/ non lo trova[1]. Come in un dialogo teatrale mente e corpo si concretizzano, divengono i due personaggi che si muovono sulla scena. Mente e corpo, che a volte si trovano agli estremi, si incontrano in quella zona intermedia che, con le debite differenze, può somigliare alla zona transizionale di Winnicott[2]. Quella zona rappresenta qualcosa che li unisce che è il linguaggio, espresso in una sua forma artistica: la lingua della poesia. La lingua della poesia opera, dunque, una sintesi tra il fisico e lo psichico, tra il fisico e il metafisico.
Le parole bastano alla poesia?
Le parole bastano sempre, se soprattutto sappiamo usarle nella loro identità e verità, nel senso nel quale le vogliamo rappresentare e condurre, nel significato che vogliamo dare loro. Il processo di costruzione della poesia implica mettere assieme le parole, combinarle tra di loro in modo creativo, portarle in vita dal vocabolario − dove giacciono isolate − o da altro linguaggio, come un organismo che funziona in sintonia. Accordare tra loro le parole, dare loro una forma, farle dialogare, produce l’effetto di un potenziamento delle parole stesse sia nel significato che nel suono, nel ritmo. La poesia non può andare al di fuori delle parole, della loro significazione, del loro dialogo. La lingua italiana, inoltre, ha una grande varietà di parole e sonorità tali da “bastare” alla poesia. La poesia non è però un lavoro da vocabolario − anche se il vocabolario serve ¬, ma un lavoro di ricerca linguistica complessa che si interseca con una ricerca, una indagine personale, nel tentativo di leggere, capire sé stessi e gli altri, nell’interazione con il mondo. È anche un lavoro filosofico, di pensiero. È anche il governo delle parole nella loro storia e nella storia dell’esperienza soggettiva. Così scrive Leopardi: «un’idea senza parola o modo di esprimerla, ci sfugge […] colla parola prende corpo, e quasi forma visibile, e sensibile» (Zibaldone, 95). Il rapporto del poeta con le parole sta in una relazione di valore etico, non si può prescindere da questo. Le parole dunque non vanno “prese in giro”, non vanno manipolate o falsificate con l’intento di apparire o, peggio, di mentire. Vanno governate ai fini dell’arte. L’atteggiamento da tenere verso le parole è simile a quello che hanno i bambini nel processo di apprendimento del linguaggio, non possono permettersi di mentire, perché stanno cercando attraverso le parole di nominare le cose, di imparare il mondo, l’esistenza di sé stessi. Hanno bisogno di chiarezza verso la lingua. È la stessa posizione di chi sta imparando una lingua straniera. La strutturazione della lingua, dunque, è anche un processo di conoscenza e creazione personale di ogni bambino, una verifica del mondo: e non avviene solo per imitazione. La menzogna, la manipolazione delle parole squalifica le stesse, deforma la conoscenza, la percezione e il pensiero, compromette la capacità creativa.
Qual è (o quale dovrebbe essere) la lingua ideale della poesia?
Non esiste una lingua ideale o una ideologia della lingua. Ogni poeta prova e trova la sua lingua in poesia: i suoi significati e la sua forma, le sue assonanze e la sua musicalità, i suoi accenti, in modo da essere identificabile, riconoscibile. Questa, come dicevo prima, è frutto di una lunga ricerca, uno studio costante e anche faticoso. Se ci legassimo ad un modello linguistico e stilistico unico, la poesia perderebbe la sua multiformità, varietà e complessità, la sua libertà. Non ci sono parole che non si possano usare in poesia, non ci sono parole belle o brutte, vocaboli nobili e vocaboli impresentabili, a priori. Pensiamo, per esempio, a una poetessa della nostra terra di Sicilia, Jolanda Insana (1937-2016) che, nella costruzione dei suoi testi, è capace di mescolare e integrare diversi linguaggi: il linguaggio alto della nostra tradizione lirica e dantesca, la poesia burlesca del Trecento, espressioni gergali e della lingua siciliana, locuzioni ed echi della tradizione della poesia latina e greca e della tragedia e neologismi. La poesia può utilizzare qualsiasi parola, inglobare qualsiasi linguaggio: da quello letterario a quello tecnico-scientifico, burocratico o giudiziario, religioso, da quello parlato a quello scritto, purché sia la poesia stessa a governare il verso, il “rigo” e la lingua. In sintesi non c’è argomento che la poesia non possa trattare né linguaggi che non possa inglobare. Così, come sostiene Daniela Marcheschi, la poesia è una forma dell’esprimere e del conoscere, è un sapere tra altri saperi. E su «Kamen’», scrive Amedeo Anelli, nella nota introduttiva a una mia silloge poetica: «A che serve mettere in versi brandelli di teorie fisiche, senza recepirne l’interrogazione profonda, la carica di verità e l’avventura umana? A che serve insomma una filosofia in versi, o una fisica in versi, o una psicopatologia in versi, o la medicina in versi, se non si padroneggiano nel profondo, e in corpore vivo, i valori umani e antropologici di queste discipline per via di esperienze e di sapienza»[3].
Ad oggi, dove sei stata condotta dalla poesia? Qual è stato l’insegnamento cardine?
La poesia mi conduce verso la responsabilità e l’etica della parola, verso una ricerca di una maggiore consapevolezza dell’esistenza e di me stessa, del mio pensiero. Mi ha portata verso il coraggio della verità. Questa strada è stata percorsa insieme alla mia pratica clinica, medica e neuropsichiatrica, nella relazione con i pazienti. In Restitutio ad integrum, alla fine del libro, ho voluto riportare Il giuramento di Ippocrate per indicare quanto vicine siano state, per la mia formazione, Poesia e Medicina nella loro rappresentazione di principi etici, della cura, di ricerca di verità: del significato dello stare al mondo. Dalla poesia, inoltre, imparo anche a giocare con le parole e i loro significati, a giocare con l’immaginazione. E, nell’atto creativo, provo una forma di bellezza. Di fatica e di bellezza, assieme. La parola è una civiltà. Comunicano anche gli animali, le piante, ma il linguaggio umano è una caratteristica specifica dell’uomo e della sua civiltà. La poesia e la letteratura rappresentano una evoluzione di questa civiltà.
La poesia è (anche) la lingua dell’invalicabile?
Non penso che la lingua della poesia sia una lingua dell’“invalicabile”; complicata lo può essere, ma non dell’“invalicabile”. Essa è prodotta dall’uomo ed è dunque una lingua che noi attraversiamo e dalla quale siamo attraversati. La lingua è una esperienza di vita fisica e psichica, un mezzo di conoscenza, del bisogno di comunicare. Faccio anche qui riferimento a come i bambini apprendono il linguaggio, argomento di cui ho già parlato sopra; ne scrivo anche nel mio saggio Il popolo dei bambini (Marietti1820, 2019, cap. IV, Lingua e linguaggio). La mia formazione medica e biologica mi porta a ragionare su dati sperimentati e accertati. Per me il linguaggio non è un Assoluto, non riguarda le ontologie. La poesia può anche essere rappresentata da una lingua difficile da interpretare, ma ci deve essere sempre una chiave per entrare nella complessità dei significati. Penso che quella parte della vita umana, che si manifesta con un certo grado di insondabilità e di mistero, debba essere espressa con la chiarezza dalle parole. In proposito così scrive Giuseppe Pontiggia, nel capitolo La «chiarezza» di Daumal: «Il discorso scuro finisce per sottrarre all’esistenza proprio la sua oscurità […]. Solo il discorso chiaro può essere di una complessità inesauribile»[4] Insomma, si ritorna alla responsabilità del rapporto del poeta con le parole.
Se “La grammatica può fare/ la sua parte”, la poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta?
La solitudine fa parte della condizione umana ed è ineliminabile. La poesia può farci sentire meno soli, e questo vale sia per chi la scrive sia per chi la legge. Crea situazioni di identificazione ed empatia fra gli esseri umani e di comprensione. La letteratura e l’arte possono attenuare il senso di solitudine, perché ci portano in una dimensione di incontro e relazione. A volte per il poeta è necessario esprimere la sua solitudine in versi, caratterizzandone i tratti, rendendola evidente, forse anche per esorcizzarla, in parte.
I versi che ha citato nella domanda fanno parte della poesia Il libro delle medicazioni. In questa voglio rappresentare che nella medicina, come nella poesia, ogni cosa, ogni intervento svolge una sua parte: dal farmaco nel primo caso alla parola nel secondo caso. Ma c’è pure la grammatica che ha un suo ruolo. Essa non è solo la grammatica che impariamo, fredda e distaccata, nelle sue regole necessarie per scrivere, ma c’è anche una grammatica della fantasia di cui parla Gianni Rodari nel suo importante e originale testo: La grammatica della fantasia (Einaudi, 1973). Medicina e poesia si affiancano e si accompagnano. La restitutio ad integrum non riguarda solo il corpo, ma è anche una restituzione della parola alla sua sanità e verità alla sua immaginazione. Alla sua civiltà.
Ancora, può (la poesia) colmare l’inascoltato, può mettere “le cose a posto”?
La poesia può dare voce a chi rimane inascoltato, nel mio caso ho dato voce in particolare ai bambini[5]: ai loro sentimenti, al loro pensiero, al loro dolore. Quei bambini che subiscono abusi sessuali e maltrattamenti, sfruttamento, guerre, distruzione e morte, a causa della inimmaginabile malvagità degli adulti. La poesia è in grado di mettere “le cose a posto”: parole e oggetti, significati e sentimenti, fantasia e realtà dando loro un certo ordine, e anche il male di cui ho parlato prima, stigmatizzandolo, e rendendolo uno scandalo etico. La poesia fa ordine nel disordine. Per ordine intendo non l’adesione a un modello preordinato o a convenzioni, ma un ordine rinnovato, mediato dalla creatività e capacità immaginativa del poeta. Un ordine sempre diverso, che ha origine nella disciplina delle parole e della tecnica; e nell’invenzione e la libertà del pensiero e del gioco.
Per concludere salutando i nostri lettori, ti invito a scegliere una tua poesia dal tuo libro “Restitutio ad integrum. Poesie 2015-2024”. Ti chiedo di riportarla e, nel contempo, ti invito a portarci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere.
La poesia che ho scelto è Credo. Dopo aver steso la prima parte del testo e verificata una coerenza del linguaggio medico-farmacologico e formale, ho constatato e sentito che, nella parte finale, si doveva cambiare passo. Che la freddezza dei termini medico-farmacologici si dovesse stemperare e ricongiungersi a un aspetto umano della cura. È da qui, da questa riflessione che, dopo tanto lavoro e tempo, ho realizzato la parte finale: dove è una madre, e non solo i farmaci, a curare le ferite. Inoltre, con l’uso della parola Credo, ho voluto fare riferimento alla professione di fede cristiana. Medicina, umanità e cura non sono mai scisse nel mio sentire.
Credo
nell’acqua ossigenata
nell’acqua Santa
negli effetti onirici degli ipnotici
Credo
negli antipiretici
nei cortisonici
negli antiepilettici
di 1ᵃ
e
di 2ᵃ
generazione
con regressione sintomatica
Credo.
E se torna una madre
da viva
o
da morta
torna
a curare
le ferite
[1] Margherita Rimi, Restitutio ad integrum. Poesie 2015-2024, risvolto di copertina di Gandolfo Cascio, Venezia, Marsilio, 2025, p. 22.
[2] Donald W. Winnicott, Gioco e realtà, Roma, Armando Editore, 1974.
[3] Amedeo Anelli, «La poesia mette le cose a posto». Nota per Margherita Rimi, in «Kamen’. Rivista di poesia e filosofia», 48, 2016, p. 81.
[4] Giuseppe Pontiggia, Il giardino delle Esperidi, in Opere, a cura di Daniela Marcheschi, Milano, Mondadori, I Meridiani, 2004, p. 537.
[5] Margherita Rimi, Le voci dei Bambini. Poesie 2007-2017, Milano, Mursia, 2019.
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(la versione ridotta di questa recensione – intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 14.12.2025, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).









