Le città dell’anima, e “il movimento tellurico interiore che accompagna il poeta quando la parola gli si rivela nella sua esaltante, solitaria bellezza”.

Le città dell’anima, e “il movimento tellurico interiore che accompagna il poeta quando la parola gli si rivela nella sua esaltante, solitaria bellezza”.

L’anima accesa nella rarefazione di luoghi ai quali non smettiamo di appartenere, oltre l’andare del tempo, oltre noi stessi. Un pensiero, nato guardando le toccanti opere di Samantha Torrisi, riaffiora leggendo “Le città dell’anima”, preziosa antologia, Luigi Pellegrini Editori, curata dal poeta Tiziano Broggiato. Quest’ultimo, per il quale l’archetipo del viaggio è (come assodato) cifra distintiva, ha invitato sedici significativi poeti italiani a compiere un “viaggio” alla riscoperta dei rispettivi (ricorrenti) “luoghi”. «Ci sono luoghi che aspettano, con una loro inquieta gioia, di essere nominati. Sono luoghi carichi di aspettative dove si riuniscono e trovano unità i frammenti dispersi di un’esistenza. Luoghi che diventano definitivi, che evocano appuntamenti, volti, accadimenti. Luoghi che diventano eletti perché il tempo confluisce in loro, radunando tutte le stagioni precedenti. In questi luoghi nasce un’improvvisa eternità perché non cesserà mai l’anima che li alimenta. Se questa venisse meno, infatti, verrebbe meno anche la sorgente che tiene in vita la poesia. Questo libro ha per titolo “Le città dell’anima” perché da un lato è senza dubbio interessante identificare, per quanto sopra, quali sono i luoghi in cui si svolgono i fatti salienti della vita, quelli del ricordo e della speranza, dall’altro è non meno importante avvicinarsi e possibilmente carpire lo stato d’animo, il movimento tellurico interiore che accompagna il poeta quando il silenzio si dirama e la parola gli si rivela nella sua esaltante, solitaria bellezza», chiarisce Broggiato.
Anna Buoninsegni, Giuseppe Conte, Rosita Copioli, Claudio Damiani, Antonio Di Mauro, Vivian Lamarque, Valerio Magrelli, Roberto Mussapi, Umberto Piersanti, Giancarlo Pontiggia, Fabio Pusterla, Loretto Rafanelli, Davide Rondoni, Angelo Scandurra, Stefano Simoncelli, Gian Mario Villalta. Queste le voci che popolano pagine intense, alcune indimenticabili, dalle quali emergono: il sogno di un altrove «un luogo che si prevede abitabile, dove distendere pensieri e desideri», il tentativo di aderire al mondo reale «chiamandolo», (Buoninsegni); la ricerca di un «varco verso la calma e la luce», (Conte); il senso della «ferinità delle passioni», (Copioli); il respiro «ineffabile e inafferrabile del vivere e del presente, quell’agitarsi convulso degli attimi pur nella pace dell’ozio», (Damiani); le «concrete localizzazioni della memoria che hanno lasciato tracce profonde e incancellabili nella nostra interiorità, che hanno significativamente arricchito il nostro immaginario, che hanno contribuito a rendere più autentica e accettabile la realtà nella quotidiana fatica della sopravvivenza», (Di Mauro); la mancanza come, per esempio, dei «gerani alle finestre», (Lamarque); l’amore controverso per «l’ibrida violenza che si esprime in ogni forma di dissesto geologico-urbano», (Magrelli); le congiunzioni simboliche della memoria, «la magia del papà che si accendeva scintille in bocca e suonava il mandolino», (Mussapi); lo sforzo strenuo di comprendere che il «mondo con i suoi dolori e le sue angosce» non è mai dimenticato, (Piersanti); la legge della vita che «come quella della poesia è sempre archeologica; il suo tempo è fatto di ripetizioni, ritorni, sogni strani e febbrili, sospensioni», (Pontiggia); il «‘terrain vague’, il regno di mezzo, la zona travolta su cui può nascere qualcosa di imprevedibile», (Pusterla); la riconoscibilità del «nostro transito quotidiano», (Rafanelli); la bellezza che «ti può aggredire come un tormento», (Rondoni); la consapevolezza che «la vita può colpire pesantemente e a tradimento o fare splendidi regali e incontri inaspettati nel momento in cui sei meno preparato a subire o a ricevere», (Simoncelli); i «segnagli di un altrove che richiama a un’origine», (Villalta).
Il «poeta dove si appoggia per scrivere, per fermare in tempo il dono della poesia?» questo uno degli interrogativi di Broggiato ai quali, nel suo stile riconoscibilissimo, ha risposto anche Angelo Scandurra, il nostro poeta-editore dall’animo generoso, «Il nostro esistere è luogo dell’anima senza confini, con i pensieri che si tramutano in azione. Per progettare e progredire sono necessari spazi in cui albergano desideri ed esistenze che si toccano corpo a corpo. Ormai ammiriamo i residui di un’epoca che ci sorprende, ci affascina, ci avvinghia come qualcosa di irripetibile e di inarrivabile. Ci accarezzano voci suadenti, sbalordite, e – perché no?! –, inchiodanti e interrogative. Allora, per ogni cosa che ci colpisce, ricerchiamo le giuste parole. Ma, per uno strano incantesimo, la poesia non è fatta di parole». Un’antologia qualificata da contributi eterogenei dai quali emerge – come evidenziato dall’acuta sensibilità del curatore – medesima la vocazione del poeta, ovvero la ricerca di «un sovrumano silenzio. Per sé, per poter continuare a frequentare quell’enclave ultraterrena in cui abita la sua ispirazione».

 

(la versione ridotta di questa intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 17.12.2017, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”)

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