Kaj Peters MARIA ROSA IRRERA
Kaj Peters, Frogman visiting little mermaid



L’esperienza del “limite”, con la sua portata potenziale di fertile conflittualità, attraversa, anzi in qualche modo “fonda”, la narrazione: dove per “narrazione” intendiamo l’originale “forma di senso” data al caos degli eventi, quindi la vita stessa. Il limite attivato e trasformato in possibilità e risorsa significante diventa la chiave di una dimensione più profonda, disegnando una siepe, un confine invisibile ma netto tra chi si “accontenta” di lamentarsi (e i motivi non mancano mai!) e chi sente il dovere esistenziale di usare i propri limiti come “gradini” per esprimere e realizzare una tensione verso l’alto.

Il problema ulteriore che si pone a chi abita, o “è abitato”, da questa tensione è, però, quello di vigilare affinché l’“alto” non si confonda col cielo stagnante del proprio narcisismo, ma ne rappresenti un graduale reale superamento. L’essenza della “modernità” sembra un continuo costruire dentro di noi isolate sgarrupate Torri di Babele (mito non a caso all’origine della frammentazione linguistica), fabbricare sofisticate ali senza slancio, per poi auto-rodersi il fegato senza aver acceso il fuoco: siamo i miseri atomi compiaciuti di un universo sminuzzato e falsamente “urgente” nei suoi segmenti quotidiani, tanto da non essere all’altezza, dai nostri grattacieli, di riconoscere le “cattedrali naturali” offerte al nostro sguardo, i Luoghi che aprono varchi di rinnovata armonia e ingressi di Luce alla nostra presenza nel mondo, vie per incanalare la tensione interiore, allontanandola sempre più dal suo asse egocentrico, in una catarsi di senso. Spostare, trovare il “centro”, non farlo coincidere con i nostri pensieri, per quanto acuti, con le nostre emozioni, per quanto intense, ma, partendo dalla conoscenza vissuta di essi, rielaborare il nostro rumore individuale in un più maturo esercizio d’humanitas, che non sia accanimento conoscitivo, ma accoglimento melodioso di una sintesi, rispetto della nota misteriosa di vita, di poesia, che è anche (ma non solo) in noi. Questo lavoro interiore implica la progressiva creazione di uno spazio libertà, che non si dà se non come percorso di com-prensione e liberazione, possibilità di scegliere tra “bene” e “male” non per il loro rigurgito dogmatico staccato dal nostro essere (il “buonismo senza bontà”, il “sentimentalismo senza sentimento”, il “moralismo senza moralità”… sono i segni etico-mediatici di una società povera e lacerata), ma per un accordo autentico che suona dentro, all’interno del quale anche le partiture affaccendate dei giorni trovano una loro rifrangenza più profonda e piena di significato. “Qual ponte, muti chiedemmo, qual ponte abbiamo noi gettato sull’infinito, che tutto ci appare ombra di eternità? A quale sogno levammo la nostalgia della nostra bellezza?” [D. Campana, La notte, in Canti Orfici, Corriere della Sera (Un secolo di poesia, 35), Milano 2012, p. 40].
Il “ponte” tra finito e infinito, presente e passato, la richiesta muta, la commissione silenziosa e per questo ineludibile, è l’Arte: Arte, alla luce di quanto detto, non come sterile nutrimento narcisistico, ma, al contrario, come intenso attraversamento della propria umana vulnerabilità, che la faccia rinascere a nuova vita di senso, sfociare in un generoso quanto naturale servizio alla Bellezza.
Questa Bellezza, che l’uomo può accogliere e l’Arte cogliere, rimanda a quelle magiche “corrispondenze” tra le cose, gli eventi, i rami del sapere, a quella consapevolezza vibrante e inesplicabile di un “mondo come foresta di simboli”, che di continuo intuiamo e dis-perdiamo nel tempo.
Il punto di partenza e di arrivo di questa rinnovata consapevolezza è anche un’idea diversa e precisa dell’incontro con l’Altro, vissuto non all’insegna dell’“appropriazione”, di un gioco passionale di specchi-prigioni che moltiplica limiti, vuoti e contraddizioni (gli esiti più tragici di ciò sono oggetto della cronaca, ma si riflette troppo poco sulle relative radici culturali), ma della libera comune appartenenza a un “centro” più vasto, umanissimo e divino, simbolico e reale, sacro e laico, che eleva e sfuma i confini dell’io nei colori dell’Essere.

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