Ljubomir Levčev, “I passi dell’ombra” (Bompiani Capoversi)

Quando Giuseppe Dell’Agata mi ha proposto di scrivere una nota introduttiva all’antologia del poeta bulgaro Ljubomir Levčev, mi si è posto un dilemma particolarmente serio: come distinguere nella mia coscienza il celebre poeta Ljubomir Levčev da mio padre. I miei primi ricordi riguardanti mio padre sono i miei primi ricordi del poeta Ljubomir Levčev. Di fatto sono nato nell’anno in cui era uscita la sua prima raccolta di versi, Sentiero di stelle, nel 1957, dodici anni dopo la fine della seconda guerra mondiale e dell’inizio della guerra fredda. E un anno dopo la denuncia di Chruščev dei crimini di Stalin in Unione Sovietica. Allora Ljubomir Levčev si era appena laureato, aveva ventidue anni e sua moglie, la pittrice Dora Boneva, ne aveva ventuno. Vivevano in una stanza in affitto nel centro di Sofia. Più o meno all’epoca dei miei primi tentativi poetici, prima ancora di andare alle elementari (era una poesia dedicata a mio padre), Ljubomir Levčev era già un nome al centro di una nuova generazione di poeti, insieme a Konstantin Pavlov, Stefan Canev e in seguito Nikolaj Kănčev e altri – generazione che può essere confrontata sia con quella di Evgenij Evtušenko, Andrej Voznesenskij e del tanto vituperato in patria Josif Brodskij in Unione Sovietica, come anche con quella dei beatnik negli Stati Uniti. Alla stessa generazione appartiene per altro il grande poeta serbo Vasko Popa, ma in Jugoslavia i dogmi del realismo socialista non sono stati mai pienamente recepiti. Si tratta di quel breve periodo di destalinizzazione e di democratizzazione nella letteratura sovietica quando Aleksandr Solženicyn veniva pubblicato e perfino designato per il premio Lenin e Anna Achmatova riconosciuta ufficialmente.
I giovani poeti bulgari di quel periodo, l’inizio degli anni sessanta, sono modernisti più radicali di quelli sovietici. Abbandonano il verso classico, che era allora ritenuto in Bulgaria e in Unione Sovietica obbligatorio, un tratto caratteristico di ciò che era degno di venire chiamato poesia. Passano a una poetica veramente moderna e radicalmente nuova, venata spesso da screziature di assurdo. Ljubomir Levčev figura tra i nomi più illustri di questa generazione e della poesia bulgara in generale. La sua opera è considerata oggi un classico ed è conosciuta anche al di fuori dei confini della Bulgaria. Ma è bene che si consideri il poeta Ljubomir Levčev in una prospettiva storica e nel contesto del suo paese.
Allora, all’inizio degli anni sessanta, questi giovani poeti furono considerati innovatori provocatori e pericolosi, distruttori dei “valori tradizionali”. Come Konstantin Pavlov, cui dal 1965 fu proibito di pubblicare, e prima di diventare un nome ufficialmente riconosciuto nell’ambito della poesia bulgara, Ljubomir Levčev conobbe un periodo di disapprovazione e di biasimo, specialmente quando, nel 1961, apparve il Poema intelligente. Ci fu anche un breve periodo di forzato allontanamento da Sofia al paesino di Banja, in provincia di Plovdiv. Anche là scrisse splendide poesie come La donnola o Mia mamma in paradiso. Anche se molto popolare sin da allora, solo in seguito Ljubomir Levčev riceverà un autentico riconoscimento ufficiale e verrà inserito nella consolidata gerarchia letteraria della Bulgaria comunista divenendo, nel 1979, presidente dell’Associazione degli scrittori.
Qui mi permetto una digressione. Non apprezzo particolarmente il termine “postmodernismo”. Ritengo sia impropria ogni definizione che procede per esclusione, con prefissi come “post” o “ante”. Per me le ondate di modernismo del XX secolo furono due: quella “alta” del modernismo dell’inizio del secolo, di Pound, Eliot, di Montale, Quasimodo, Ungaretti e Marinetti e, in Russia, di Mandel’štam, Cvetaeva, Majakovskij e Esenin. In Bulgaria il più insigne modernista della prima generazione è stato Geo Milev. E poi una seconda, che in Bulgaria, come anche in Occidente, si manifestò, alla fine degli anni cinquanta e all’inizio dei sessanta. E Ljubomir Levčev è uno dei nomi più significativi di questa generazione e in generale della poesia bulgara del XX secolo. È una poesia ricca di immagini vivide e adorna di numerose metafore. È musicale, ha i ritmi sincopati della poesia moderna, ma la sua essenza si fonda sulle immagini e sul paragone. Le sue metafore sono spesso strane, moderniste, ma nascono sempre da una realtà concreta (Quando all’improvviso salta la corrente). Il mondo emotivo della sua poesia reca l’alito, l’aroma, il colore del suo tempo, ne utilizza i ritmi e la lingua. Nei versi migliori non c’è niente di artificioso, falso, combinato. Perfino nei cosiddetti Capricci. Perfino le metafore più eccentriche e assurde vengono percepite come una marcata realtà fisica. La sua poesia costituisce una testimonianza di alto significato riguardo al trascorrere del tempo. Come dice Ezra Pound: “La poesia consiste in notizie che rimangono notizie” (“Poetry is news that stays news”). Queste sono le notizie importanti, quelle che rimangono. Le altre si dimenticano.

(Introduzione di Vladimir Levčev)

 

scelti per voi

 

CHIAREZZA

Ad Al. L.10

Non insegnate alla giovinezza a essere chiara.
È la vecchiaia che deve essere chiara.
Sul far della sera,
quando silenziosamente si spegne
la follia del sole
e la notte
manda i suoi primi esploratori –
stelle profumate di fieno.
Non c’è più bisogno di falciatori –
pensi sotto la tua terribile falce.

Non insegnate alla giovinezza a essere chiara.
Lasciatela essere giovane.
Sì! –
La mancanza di chiarezza è un pericolo,
piena di fulmini e di sorprese,
ma dai cieli imperscrutabili
scende il taumaturgo –
la pioggia.

E si levano i poveri semi
per darci ancora
pane
ed esempio.
Che ciò che oggi non è chiaro,
domani diventa con prepotenza legge.
Diventa orribile
oppure stupendo…
Non insegnate alla giovinezza a invecchiare!

Mi è chiaro…
Come un vecchio soldato
sussurro con labbra insanguinate, terribili:
Lasciate che ognuno possa essere grande!
E in quanto a me
lasciatemi essere ancora non chiaro.

1981

PANE

Viene mio figlio. Ma non che torni a casa.
Viene in visita nella casa paterna.
Passa di colpo come un pensiero.
Passa semplicemente come una pioggia d’estate.
Gocce di cristallo nella calda polvere della strada.
Saggezze di vita, che non ho capito.
E ogni mia domanda diventa ridicola.
Io so tutto, dato che mio figlio è diventato un ospite.
Dato che sorride. Dato che sorseggia lentamente il vino…

Dalla televisione ci guardano ceffi sospetti in blu.
“Hai bisogno di soldi?”
“Domani è il primo e riscuoto.”
“Perché sei solo?”
“Non lo so… Ma non ho nessun problema.”
Allora il pendolo del vicino risuona.
Controlla il tempo. Ma si tradisce.
“Fumi troppo…”
“Per abitudine…”

E io accompagno mio figlio fino al suo nuovo appartamento,
in macchina – laggiù lontano – vicino a Gomorra, prima
[di Sodoma.
Là crudeli palazzoni misurano le loro ombre uguali
La luna bianca è come Biancaneve avvelenata.
E noi – due nanetti, ci abbracciamo amareggiati.
Si sbatte il portone. La luce nelle scale. È ora di tornare.

E torno indietro da solo. E parto da solo.
Città e vita dopo mezzanotte – oh, come vi conosco!
In quest’angolo c’era il forno del quartiere.
Infornava misteri. E nelle notti di tempesta,
quando la neve seppelliva persino i tram in servizio,
Sognavo di questa fermata, di questa contrada…
Là – a metà strada – tra l’amore e la solitudine,
di fermarmi un attimo per scongelarmi le ali.

Ed ecco noi – un giovane sognatore e un vecchio fornaio –
come a un incontro tra un re della terra e uno del cielo.
Lui ha aperto il forno, io il mio cuore pazzo
e ognuno è illuminato dal proprio miracolo.
Lui mi dava del pane miracoloso, fatto a mano,
contornato da un’antica brace di legna.
E voleva sempre che gli parlassi
del corso della storia umana.
Io potevo. Io gli profetizzavo il mondo di domani.
Io ero follemente innamorato e follemente giovane.

Il profumo del pane e la fede sono rimasti in me
nascosti sul fondo della ferita creatrice.
Ma il forno dei sentimenti è chiuso.
Di sicuro è morto il taumaturgo.
Di sicuro non c’è quella stessa fame –
di cercare,
di profetizzare un mondo dopo un mondo.
E torno indietro da solo. E parto da solo.
E guido sempre più veloce. Ma perché? Non lo so.
La città è la stessa. Il mondo è lo stesso, si capisce.
Riforniscono i negozi con pane casalingo, detersivi e
                                                                            [birra.
Attaccano manifesti. Lavano le strade. Si baciano
                                                               [abbracciati…

Quando sarò a casa gli telefonerò.
Dirò a mio figlio:
“Ascolta, amico mio,
tu sei il miraggio di un secolo svanito.
Non hai il diritto di essere scuro, di essere debole.
In generale… Dove compri il pane?”
E lui dirà con tenerezza e apprensione:
“Hai fatto bene a chiamarmi. Abbiamo bevuto molto.
È chiaro… Ero io il colpevole.
E il pane… Per la tua età è un veleno.”

1986

IL GATTO BEVE DAL MIO BICCHIERE D’ACQUA

Per Toma Markov13

So che si tratta di un sogno.
So che ora
dovrei muovere
il braccio. Per scacciarlo. E prendere un sonnifero… Ma

non posso.

Al posto mio,
il paralume si muove.
Si trasforma
e diventa una navicella interstellare,
da cui
scendono omuncoli per catturarmi,
come se fossi il loro sonnifero.

S’intende, non tutto.
I miei scopi,
il mio asse,
il mio inquieto esser fine a me stesso –
queste cose non servono loro.
Vengono a strapparmi dall’anima
solo un supposto ossicino.
Una piccola ampolla, nascosta
sotto l’involucro di una lucida coscienza.

Ma sotto di lei…
Accade qualcosa di misterioso.
Gli omuncoli scappano terrorizzati.
Ma la navicella non c’è.
Avverto un succhiare… Oh, Signore! –

Il gatto beve dal mio bicchier d’acqua.
Grazie, Salvatore!
Grazie!
Ora
il mio braccio prenderà a muoversi.
Le visioni moriranno di paura. Ed io,
in mancanza di sonnifero,
devo inghiottire un pezzo di me stesso…

“Puoi bere anche l’acqua,” dice il gatto.
“Perché io sono solo un ricordo
del tuo gatto d’un tempo, Simo.

Se non ci credi,
se ne dubiti,
ricordati di Antoine,
ricordati di Lavoisier.
Ricordati come studiava l’acqua
e al posto del pesciolino d’oro, scoprì
la legge, secondo la quale nulla
si crea e nulla si distrugge,
ma solo si trasforma…
Poi
ricorda la ghigliottina dove
lo stesso Lavoisier
perse la sua testa.
Adieu, mon cher! Adieu!
Tua mamma ti ha detto di non aver paura.
Non morirai all’estero.
Stai attento all’acqua e alla gloria.
In questo terribile tempo di trasformisti,
contrariamente alle regole –
crea!”

2001

Ljubomir Levčev

Ljubomir Levčev è nato a Trojan, in Bulgaria, nel 1935 ed è morto a Sofia nel 2019. Tra i più stimati e tradotti poeti bulgari contemporanei, vincitore di numerosi premi in patria e all’estero, ha rivestito svariati incarichi ufficiali nel proprio paese ed è stato membro dell’Accademia europea delle scienze e delle arti. Nel 2010 è stato insignito della Corona d’oro del Festival di Struga, uno tra i massimi riconoscimenti internazionali per la poesia. 

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