tre domande, tre poesie
Partiamo dal titolo: qual è stata la scintilla che ha portato il tuo “L’ombra dell’infanzia”? Le parole bastano alla poesia?
“L’ombra dell’infanzia” è una raccolta poetica che ha avuto una gestazione lunga. Una decina di anni fa, sullo stesso tema – la violenza contro le bambine –, avevo scritto un testo di narrativa, che tra qualche tempo sarà pubblicato in una versione ampliata e arricchita dai contributi di altre autrici, che si sono interrogate come me sull’argomento. Solo per dire che “L’ombra dell’infanzia” è un lavoro che viene da lontano, decantato per anni, ma l’accelerazione con cui l’ho completato e dato alle stampe è stata determinata dall’incontro con la meravigliosa opera di Neige Sinno, “Triste tigre”, con la quale intesse un immaginario dialogo a distanza. Altri sono stati i libri, citati nella nota a fine volume, che hanno influenzato questa silloge, nata con il preciso intento di dare voce a chi è sopravvissuta a esperienze di violenza durante l’infanzia. “L’ombra” del titolo si riferisce in parte all’altra faccia di una età definita spensierata e felice, e che invece può essere crudele e dolorosa al punto da modificare per sempre lo sviluppo della personalità, segnando indelebilmente il destino di chi subisce esperienze di violenza e di abusi, non solo di natura sessuale, anche se poi il libro si focalizza soprattutto su quest’ultimi. Il tentativo è stato quello di raccontare attraverso il dispositivo poetico quel che non si può dire nel vincolo del segreto, ciò che resta accennato appena quando si parla di questi temi, di più forse, di portare chi legge esattamente al centro della scena e con chiarezza mostrare ciò che succede, soprattutto ciò che sente ed esperisce la bambina protagonista dei versi, ricorrendo anche ai simboli delle fiabe, che attraversano tutta la raccolta. Può la parola poetica narrare l’orrore? Bastano le parole a disposizione per provare a dire il dolore delle vittime di questa e di altre ingiustizie? Nel libro la risposta è affermativa, le parole poetiche sono un appiglio possibile alla perdita di senso generata dal rovesciamento di tutto quanto è considerato cardine e pilastro alla base della nostra società, dalla famiglia alla religione, la poesia è una possibilità di resistenza e di risignificazione quando tutto quanto è andato perduto, inclusa la lingua divorata dai segreti e dalla voracità degli Orchi, che trasformano un essere umano vulnerabile in oggetto su cui esercitare il proprio dominio e potere.
“Estranea al mondo, monade/ accucciata a latere, la bambina/ balbetta un alone di parole che/ non vanno da nessuna parte,/ appannano solo il vetro che la/ separa dagli altri, nell’invisibile/ distanza in cui orbita non potendo/ rivelarsi.”, con i tuoi versi per chiedere: la poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta, può colmare l’inascoltato?
Per me la poesia è uno strumento di ridefinizione dei vissuti, una forma di protezione dai contorni sbeccati della realtà contro cui ci si ferisce a volte aggirandosi in una dimensione d’incuria alienante, nella quale le parole comuni hanno perso originalità e potenza espressiva. La poesia è il luogo in cui i sentimenti e i frammenti del quotidiano vengono ricomposti in una prospettiva nuova e illuminante. Scrivere è un modo per dare vita altra alle esperienze: una volta sulla carta, la parola poetica acquista nuove sfumature di senso e inedite tonalità emotive nello sguardo di chi la legge, rinnovando quei vissuti con la propria interiorità. Per questo la poesia diventa una forma di dialogo e anche una narrazione corale, ma non sono sicura che possa cancellare del tutto il senso di solitudine. Credo però nella sua capacità di svelare l’inascoltato, il non detto, l’angolo in ombra del reale che sfugge alle definizioni di un linguaggio convenzionale e fiacco. La bambina protagonista della silloge è intrappolata in un silenzio che non le consente di farsi raggiungere da nessuno: questi versi a posteriori cercano di rompere quell’immaginario vetro di separazione dietro cui è costretta, affinché le sue parole possano finalmente muoversi libere e raggiungere i suoi simili, colmando in parte il vuoto di quel mancato incontro con lo sguardo accogliente dell’Altro, quando ce ne sarebbe stato più bisogno.
La poesia è un destino (al pari della vita)?
Scrivere poesia è una scelta, che richiede molta tenacia e coraggio, una certa propensione allo scacco e all’abitare margini periferici e confini abissali. Interpreto il significato della parola “destino” come il rinnovarsi continuo di questa scelta, che ha origine in un seme di talento capitato in sorte, la cui fioritura è però il consapevole risultato di un lavoro costante e caparbio, di una fede nella parola poetica che non è né casuale né inevitabile. Si decide di scrivere poesia, si decide di frequentarla a volte per tutta la vita, a volte in alcuni periodi particolari, in una sorta di andirivieni intervallato da pause più o meno lunghe, ma non c’è determinismo in questo movimento, piuttosto volontà, impegno e dedizione. L’obiettivo è per me riuscire ad aderire con più precisione possibile alla realtà che sfugge di continuo, al punto da poterne modificare l’impatto e la traiettoria attraverso una narrazione che ne dia un’altra versione, più significativa e autentica della somma dei fatti che capitano senza testa né coda.
Per concludere ti invito a scegliere tre poesie dal tuo libro; e di queste scegline una per condurci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere (nel contesto del libro che l’accoglie).
Un’ape allucinata che sbatte contro i vetri,
febbre che arrossa le guance, notte che
batte sui denti cariati. Sono questi i mali
rappresi in segni violacei sul rosa
delle albe d’infanzia, i guasti delle
lucciole che muoiono discrete sotto una
brina spessa. Io vorrei dire invece
lo strappo delle ali che buca la schiena,
la perdita del corpo un pezzo dopo l’altro
sotto il peso di un nome di fango e resina,
che lascia addosso un’onta indelebile
e in gola un fiore di spavento: vorrei
raccontare di come cresce nelle sere
di luna piena, cambiando colore e di come
diventano le mani di una bambina quando
scavano in bocca una fossa di silenzio.
*
Alla lucertola si è sfilata la coda
come l’estremità di un’alga fluttuante
in un liquido pomeriggio dopo la scuola,
la formula magica sussurrata più volte
non basta a inchiodare il suo corpo preistorico,
che va intanandosi, invece, chissà dove
nel verde appena abbozzato, oltre gli occhi.
Lo spavento coagulato sul crinale del volto
specchiarsi nella più cruda perdita
arcuare le labbra in una preghiera
– dio dei bambini rotti, si può sopravvivere
alla minuta certezza che qualcosa di sé
è mozzato per sempre?
*
Damaged for life, circondate dagli abissi
l’ennesimo fardello da portare, la lettera
scarlatta che ci ha segnate, indelebile, noi
le senzacolpa. Tuttavia, sorelle, è ora di non
lasciarsi definire più, né cedere alla tentazione
di credersi per sempre annichilite in un pozzo
d’acqua torva. Abbiamo cresciuto antenne
e ali turchesi e conosciamo il segreto luogo
del biancospino e dei laghi acquamarina
immacolati. Sappiamo sopravvivere nella
durezza d’ossidiana delle iridi e nell’ululato
del vento. Siamo le reliquie delle bambine
sante cadute in un baleno tra le erbacce alte,
e a ogni fioritura ricordiamo, certo, quel che è
perso, ma anche quel che siamo diventate.
Questo testo contiene una citazione tratta dal libro di Neige Sinno, “damaged for life”, che si riferisce a una rete di pedopornografia a cui l’autrice accenna, sottolineando come la scelta di questo nome da parte dei predatori sessuali alluda alla loro consapevolezza compiaciuta che le violenze esercitate sulle vittime le “rovineranno” per sempre. Sinno scrive “[…] quell’atto irreparabile è anche un atto che marchia a vita la vittima, il mondo. È un atto che crea potenza, una potenza che si estende oltre sé stessi”. Come convivere con questo segno indelebile che sfregia la propria individualità? Il testo costruisce un controcanto alla narrazione che vede nel danno irreparabile un destino senza nessuna via d’uscita, perché rimanere inchiodate nella teca delle vittime esposte in bella vista, inermi, è un’altra forma di costrizione non meno violenta, a cui ribellarsi, ribaltando la logica oggettivante dei carnefici. Il potere di sopravvivere nonostante tutto, di non lasciarsi definire per sempre dagli altri e da qualcosa che si è subito, liberarsi dal fardello del danno, ecco è questa l’idea che ha animato l’orizzonte di questi versi, prima che prendessero forma.
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Silvia Rosa nasce a Torino, dove vive e lavora come docente. Ha esordito in poesia nel 2010 con il libro Di sole voci (LietoColle), a cui sono seguite le raccolte poetiche SoloMinuscolaScrittura e Genealogia imperfetta (La Vita Felice 2012 e 2014), Tempo di riserva (Ladolfi 2018), Tutta la terra che ci resta (Vydia 2022) e L’ombra dell’infanzia (peQuod 2025). Ha curato i volumi antologici: Bestie. Femminile animale, di cui è anche coautrice, e Confine donna: poesie e storie di emigrazione (VAN Editrice 2023 e 2022); Maternità marina (Terra d’ulivi 2020), con sue immagini fotografiche; Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici (La Recherche 2017), per il quale si è occupata anche delle traduzioni in italiano. Ha scritto il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke 2013) e la raccolta di racconti Del suo essere un corpo (Montedit 2010). Le sue poesie sono state tradotte e pubblicate in diverse lingue, tra le altre: spagnolo nella silloge Tiempo de reserva (Ediciones en danza, Buenos Aires 2022), romeno nella plaquette Treceri (Editura Cosmopoli, Bucarest 2023) e inglese nell’antologia Look what I did about your silence (El Martillo Press, Los Angeles 2025). Attività completa: qui.
(la versione ridotta di questa recensione-intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 12.04.2026, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).









