Marcello Fois, L’infinito non finire

Marcello Fois, L’infinito non finire

Al suo secondo libro in versi, Marcello Fois racconta la sopravvivenza e la sparizione di modelli di vita legati alle origini dell’uomo. I suoi sono poemetti antropologici che ripercorrono l’intero ciclo della civilizzazione umana attraverso i passaggi generazionali e i salti sociali che si sono verificati in età moderna; in Sardegna a partire dalla fine dell’Ottocento. Il verso è molto narrativo, con ritmo e tonalità mitico-ieratiche ma anche con spunti ragionativi; cicli di vita incommensurabili rispetto a una singola esistenza umana non provocano annichilimento della capacità di riflessione e discussione: quello di Fois è un ossimorico mito illuminista, apodittico-dialettico, fuori dal tempo e nella storia. Un discorso a sé merita Dal silenzio, un po’ tragedia greca e un po’ Antologia di Spoon River: una sorta di oratorio per i morti in seguito al siluramento dell’Arandora Star il 2 luglio del 1940. Erano perlopiú italiani residenti in Gran Bretagna, internati all’entrata in guerra dell’Italia e imbarcati sulla vecchia nave da crociera per essere deportati in un campo di concentramento in Canada. La nave fu colpita da un U-Boot tedesco e si inabissò nell’Atlantico. Nel poemetto diversi narratori formano una catena di voci per raccontare le storie di alcuni e di tutti. Voci che emergono dal silenzio del mare e della storia in una scrittura poetica al tempo stesso epica e sommessa. Al suo secondo libro in versi, Marcello Fois racconta la sopravvivenza e la sparizione di modelli di vita legati alle origini dell’uomo. I suoi sono poemetti antropologici che ripercorrono l’intero ciclo della civilizzazione umana attraverso i passaggi generazionali e i salti sociali che si sono verificati in età moderna; in Sardegna a partire dalla fine dell’Ottocento. Il verso è molto narrativo, con ritmo e tonalità mitico-ieratiche ma anche con spunti ragionativi; cicli di vita incommensurabili rispetto a una singola esistenza umana non provocano annichilimento della capacità di riflessione e discussione: quello di Fois è un ossimorico mito illuminista, apodittico-dialettico, fuori dal tempo e nella storia. Un discorso a sé merita Dal silenzio, un po’ tragedia greca e un po’ Antologia di Spoon River: una sorta di oratorio per i morti in seguito al siluramento dell’Arandora Star il 2 luglio del 1940. Erano perlopiú italiani residenti in Gran Bretagna, internati all’entrata in guerra dell’Italia e imbarcati sulla vecchia nave da crociera per essere deportati in un campo di concentramento in Canada. La nave fu colpita da un U-Boot tedesco e si inabissò nell’Atlantico. Nel poemetto diversi narratori formano una catena di voci per raccontare le storie di alcuni e di tutti. Voci che emergono dal silenzio del mare e della storia in una scrittura poetica al tempo stesso epica e sommessa.

Tre poesie da “L’infinito non finire”, Giulio Einaudi Editore, 2018

 

XII. Mearnskirk

Sulla terra algide Antigoni ancora ci accompagneranno
alla tomba.
Sulla terra dei lamenti, la notte ancora sembrerà
un unico pianto:
ustionati dal fuoco galleggiante,
fratturati dal volo spericolato,
mutilati dalla corda tesa…
Sulla terra sempre s’attaccherà la tragedia al respiro
immobili Creonti decreteranno per noi altre partenze:
ammutoliti dal terrore,
angosciati dall’attesa,
annichiliti dall’umiliazione…
Uomini fatti calpesteranno ancora questa terra
che è, e sarà, sostegno inconsistente.
Uomini silenziosi tenteranno di correggere
l’incorreggibile
e pronunceranno, oh ancora, dentro di sé,
l’impronunciabile.
Sulla terra, su questa terra ancora, ancora… E sempre.
Per sempre. Per sempre.

v.

a Stefano Tassinari

Esiste un altro tempo
Io l’ho visto
Prima che dal suolo scaturisse sangue
Prima del magma che forzava le crepe
Disteso con la bocca a terra
Ho atteso che si compisse la stagione

Ma esiste un altro tempo
Un’immagine
Un’intermittenza

L’ho visto succedere
Ho sentito luci calde
che mi fasciavano il volto
come un destino di veroniche infinite
come la stretta di un bendaggio

L’ho visto
I palmi distesi
Per mostrare le linee della vita
Ho sentito quello che avrei chiesto
Prima di chiederlo
Come accade lí
Quando si mangia polvere
Quando si considera ogni distrazione
Quando si spezza ogni indugio
Quando si cade per sfinimento
Quando si finge per gusto di contraddizione
Quando ogni quando pare ininfluente

Ho sentito con chiarezza
Un altro tempo
e l’ho visto

Congedo

Parti da te, figlio… da quello che sei.
Bisogna morire per imparare?
Mi chiedi.
Sí, figlio, per imparare qualcosa deve morire.
Tu non lo sai e non devi saperlo,
ma il cuore, con l’età, si restringe.
Non è piú tanto capiente, immenso,
come all’inizio dei giorni.
Tra non molto gli abbandoni conteranno anch’essi.
Ma ora il tuo cuore è una piazza sconfinata,
e ti fa credere che sopravviverai
senza dover rinunciare a niente,
capirai, col tempo, quanto difficile sia trattenere
ogni cosa, ogni pensiero, ogni persona…
Sei nell’euforia di tutti gli inizi.
Qualcuno dovrà morire perché tu viva.

Domani, quando chiamerai, io non ci sarò,
ma solo perché tu possa esserci,
quando chiameranno te.

Giugno 2011.

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