Mi ridico il nome come fosse mezzogiorno

Mi ridico il nome come fosse mezzogiorno

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Mi ridico il nome come fosse mezzogiorno
a sciogliere le ombre, il mio rosario
sotto la faccia – fu campana d’un riverbero
a svolgermi sui muscoli, io non sapevo
la condanna che si ficca in fondo
e ancora in fondo e chissà come – poi
riprese un tanto di dolore
a mezza strada come nulla di variato
e nella fitta c’erano più di mille madri
a macellarmi il fuoco tra i sospesi cieli
e un orizzonte

oppure dentro il solco
più minuto, sogno, a questa mano
potrei rubare un vero auspicio – era
turchese il marciapiede
così l’asfalto.

 

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Non è raro che l’effetto induca presupposti
al demone che molto seppe
svolgere di ruoli quei digiuni e linee sopra il ponte
fu misura
ai tempi l’irruzione di natura
e i medicamenti penetrarono nei punti fratturati
sprofondandone la specie d’emissioni elettriche,
d’immenso

e ciascuno al proprio olimpo
afferrò le pietre o rami tecnici a varcare
i modi del selvaggio come dei-pirati
si cercò il tradurre
cambiamenti e sguardi più affinati
nei contesti.

Prima che rovini il mondo e senza fato
sia una nuvola di agio la ventura
il fianco la conchiglia il rosso della terra
e l’onda la baccante il fiore il musicante
una veste ordita primordiale rapida montana
al piede impolverato del viandante

che non seppe scorgere la fine.

 

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Se dici la filogenia
in un’ontogenesi cladistica

o la specie intera dentro un germe
grasso che s’imbianca mandi giù
le note d’aria

e ti spauri allo svanire presto ma è fenetica
una rosa, già profuma
al vento poderoso – fatale
si mostrò

si chiuse
meravigliosamente ansante – l’abbagliante
cura di parole apre un canto e mille spazi

ora potrebbe siccome una volata
– è l’immagine
pervasa.

 

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Sorge il sole
per l’occhio dei mondi.
Benché sia altro ci commuove
formalmente
ove fiduciosi uccelli dormono
senza timore.

 

 

 

 

In copertina un’opera di Ignazio Schifano

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