ROBERTO valentini

Migrazioni

Lungo il tragitto ustorio dell’inedia
i caffettani più scuri del buio
non distolgono i volti dall’assedio
dei bagliori radenti. Cecità
assolutorie esentano gli stagni
opachi degli occhi dal ricevere
la morte, già caduta come un sasso
nel limo d’anime, tra siccità
che crepano le fronti come terre
d’approdi. Un’altra morte che precorre
gli esodi e sperde i gemiti di sabbia
sulle carcasse animali, sotto i lutti
degli astri. Sono carovane in fuga
dalla rabbia ancestrale, apocalisse
e carestia dei cieli, migrazione
nei deserti coltivati dall’uomo
con semi di genocidi, di germogli
lasciati tra le mani ormai assuefatte
delle salme, insepolte come tronchi
sradicati dai venti. Ma allo zenit
poi s’appiglia la tenda delle tenebre
mentre un oblio più indulgente ristora,
fra le radure di palme e i fanali,
i poveri costati seminudi
degli orfani d’Iddio. Smunti fanciulli
sotto una sindone gialla di luna
lì vicino a sandali rotti e taniche
riempite alle galassie. Senza scandalo
passati da una zattera ad un’altra
nella deriva che già li perdona.
Se da lontano, da molto lontano
l’aroma del mare alza ora le palpebre,
un olocausto più lungo del giorno
durerà quanto un’altra notte; e un panico
di chiglie in fianco al molo dei mattini
si esime, prima che ancora li inghiotta.
Così lo sguardo strappato ed immune
d’una giovane madre, verecondo
ritrae sui gigli delle rughe encausti
d’un dolore che mai vi sfuggirà,
se persino la luce ne resterà
per sempre catturata, giù, in profondo.

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Approdi

Sulla bianca calcina dei muretti,
d’intonaci turchesi, tra gli aromi
di rosmarino e di limoni, spini
spuntano d’inferriate, le finestre
serrate fra i mattoni di salsedine
corrosi. Ma le case già vi ascoltano
la risacca di notti più deserte,
nell’acredine d’onde e di relitti
l’urlo di sirene che poi ne annunzi
il corteo di sconfitti, uomini resi
dal mare con la scia dei giunchi, esseri
in agonia nelle reti dei sogni
che l’acqua usura in mezzo alle scogliere,
sulla pietà destata dai bisogni.
Fu un morire più vero della vita
nel delirio del sole sulle barche,
nei naufragi di luce sopra i volti.
Perciò il loro presagio riproduce
da un innato silenzio più lealtà
del nostro giudizio – qua non li sfiori
il fiato dello Spirito – di spenti
cordogli, dei rintocchi delle chiese,
autodafé del cielo fra preghiere
di scirocco; mentre in sé siano morti
inadatti a morire, prigionieri
dentro alle celle d’oscure accoglienze
(in fianco agli orti erette, inespugnabili
fra gli abituri). Ed è in questa parvenza
di giustizia, terribile, che il secolo
vi vorrebbe, confusi, confinati
della sua migrazione come martiri,
reliquie sugli altari nella grazia
così illeggibile d’orde ed eccidi.
Ma riversandovi fra calli e rioni
soli non sarete. Ancora altri popoli
dagli androni in cui restano nasse
ed una fratellanza di lampare,
approderanno alla quiete di piazze,
il vostro cielo d’esilii riunendo
ad ogni rogo di cittadinanze.
Voi che non avete storia né razza,
così irrevocabilmente innocenti,
carichi dell’ignominia dei vinti
– e quindi inesorabilmente liberi –,
qualcosa di mite avete insinuato
dal vento in un vaticinio di zagare.
Senza combattere avete lasciato
sulla rena dell’aria i nuovi grani
d’una legge che più forte s’adempie
nonostante al vostro nome rinunci:
il seme d’una parola interrata
senza la nostra bontà; ne sia il frutto
tuo, ospitalità, un dattero sul mare.
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TRE QUADRI D’UN’APOCALISSE AFRICANA

Ombre della fame
Ecatombi dal firmamento lasciarono
mansuetudini d’iridi, martirii
istoriati sugli addomi rigonfi
come il ventre caduco della notte,
dalle costole del Capricorno arcuata
e dalle spire d’Ofiuco. I greti
prosciugati disseminano l’acqua
nelle congiuntive dei fanciulli,
ed esse la celano come i pozzi
in cui alla fine del giorno ricade
il secchio arrugginito del cuore,
lì dove gorgogliano attese
e nel suo vecchio scorrere
s’arena il remo dei pensieri.
Lo stesso che un tempo portava,
i bassifondi carichi di pesci,
la letizia che sbrogliano le reti,
porge ora ai gabbiani le discariche
nella nequizia del globo, mentre restano
le bocche cucite con lo stesso spago
delle ceste ormai vuote. La fame qui
è un’incombenza più antica
del nascere. Alla stregua d’un orrendo
riserbo l’universo predilige il caos
e in una miriade d’esseri specchia
soltanto il nulla che esige:
sulla terra brulla da pascere
apparecchia la sua lucida pena.

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Tendopoli, città degli esuli

Proliferano moltitudini di tende
come candori sulla biacca della terra;
lamiere di luna avvolgono le baracche
mentre l’inettitudine dello spazio
dimentica la sua crescente officina,
babelica torre senza più dazio di lingue
se un’unica, famelica voce è già sofferenza.
Graffiato il suolo africano da latitudini
di nebbie e di spari, slabbrato come il confine
delle savane, gravido di pioggia
nell’utero segreto della foresta,
così fragile per il seme del grano,
altrettanto solido è per incutere
allerte di transumanze. Scheletri d’antilopi
già ingombrano il corso della costellazioni;
agli antipodi dell’uomo carni mutile
non hanno mani per gli aratri,
ma cicatrici di diamanti: il macete amputa
anche l’adunanza dei nascituri.
E si computa il feretro del futuro
sul cumulo dei morti che le ruspe
seppelliscono nel folto delle giungle,
lì dove esala una putrefazione di notti.
Sotto le tende impallidiscono i corpi affilati
e rigidi come minerali, crani di pirite coperti
dai sudari del silenzio che tintinna
sulla latta dei bicchieri, mentre immerso nel buio
un seno emaciato allatta l’eternità,
la latitanza dell’universo.
Nell’aleatoria, irreperibile città dei profughi
sparge la nottola della Storia altri scempi,
rannicchiata sulla sua indiscernibile sentenza:
nessun indulto d’anime sia concesso
se non dopo il suo prossimo sussulto,
la fine unanime dei tempi.

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Lamento clandestino

La mano del nostro destino ha le stesse rughe
della luce consunta, scarna fra le aperture delle stanze…
Ricordo è la casa di famiglia, le sue gracili pareti,
i drappi variopinti, listate di gioie precarie,
l’aria adusta sugli stazzi dove le capre
senza più dono del latte
brucano un’aridità di somiglianze.
Ricordo dei ripari d’ombra, degli sprazzi
fra l’argilla dei tetti e sciami di mosche,
sulle casseruole vuote come il silenzio
rigato di miseria e latrati di cani;
la stessa posata su ogni suppellettile,
su ogni realtà, su ogni natura. Sui giacigli frusti,
sugli aratri fra le zolle indurite,
sui rettili e le foglie grasse d’adansonia,
sulle forme febbrili d’ebola e malaria,
sulla bellezza dei fanciulli, sui loro deboli sguardi
con parsimonia richiusi
dagli aghi delle lacrime…
La miseria è il rimorso, il cruccio di un tempo
in cui la sopraffazione fu il solo presidio,
il raccoglimento e la discrezione di corpi
glorificati dalla liberalità di piaghe e di grucce:
fiori germogliati sul ciglio delle strade
nel tumulto delle diaspore, sotto vertigini di soli,
nel ripetersi inguaribile delle mattanze,
epidemia di una pace mostruosa
identica alla guerra
che sempre l’infesta.
Ma la pace intollerabile che il potere proclama,
sempre in bilico sulla lama dei giorni,
cancelli quei segni dal nostro viso,
per distrarvi renda irriconoscibile il dolore
finché nuovamente la pervicacia
d’un altro potere – lo stesso –,
possa imputarcelo e acclamarci colpevoli
nella contumacia di vivere.

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