Nostos, ritorno alla parola
Rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Da Karin Boye, La consolazione delle stelle (Iperborea 2026)
Notte d’inverno
Scintillante scricchiolante duro ghiaccio.
Solo, solo è il cielo notturno sopra bianca e strade.
Trabocco d’una truce sete
di cielo invernale.
Non scaturirai presto davanti al mio piede,
fredda acqua abissale, mondo che a volte m’ha raggelato,
tu tenebra forte che
la mia stella nascondi?
Allora vertiginosamente dura e pura
affogherai marcescenti menzogne come spietata facevi un tempo.
Dove sei, mare amaro
di gelo e verità?
*
Certo, fa male
Certo, fa male quando le gemme si spaccano.
Perché altrimenti esiterebbe la primavera?
Perché tutto il nostro desiderio ardente
si fascerebbe in un gelido e amaro pallore?
Il bocciolo è stato involucro per tutto l’inverno.
Cosa c’è di nuovo, che rode e che spacca?
Certo, fa male quando le gemme si spaccano,
fa male a ciò che cresce
e a ciò che racchiude.
Certo, è difficile quando le gocce cadono.
Tremanti d’angoscia pendono grevi,
si avvinghiano al ramo, si gonfiano, scivolano –
il peso le trascina giù, per quanto si aggrappino.
È difficile essere incerti, impauriti, lacerati,
difficile sentire l’abisso che attira e che chiama,
e starsene tuttavia fermi a tremare –
difficile voler restare
e voler cadere.
Allora, nel momento peggiore, quando niente aiuta,
si spaccano, come esultanti, le gemme sull’albero,
allora, quando non c’è più paura che le trattenga,
cadono scintillanti le gocce dal ramo,
dimentiche di aver temuto il nuovo,
dimentiche dell’angoscia per il viaggio –
per un secondo si sentono del tutto al sicuro,
si abbandonano a quella fiducia
che crea il mondo.
*
Il viandante del deserto
Voi pesate con falsi pesi
misurate con false misure,
non davanti al cadi, che giudica i criminali,
non davanti ad Allah, Allah, benedetto sia il suo nome,
colui che ha creato la vita.
Mille datteri li comprate con una piccola perla,
ma a me, che ho sofferto la fame nel deserto,
ripugna la mia cintura intessuta di perle,
che non dà alcun nutrimento,
ed io, che mi sono consumato tra la sabbia,
non vedo splendore nel manico del pugnale,
adorno di gioielli,
che non spengono la sete.
In questa città di minareti, lontana dal deserto,
ancora non mi piego davanti agli orgogliosi portali,
ai cancelli dorati,
ma davanti alle povere fontane, appartate,
a cui i pastori impolverati conducono le greggi,
quando portano il latte, la sera.
—
Karin Boye è nata nel 1900 a Göteborg; è una delle grandi voci della poesia svedese. Dopo la Prima guerra mondiale aderisce al movimento pacifista Clarté e viaggia in Europa vivendo le inquietudini del suo tempo: visita, turbata, l’URSS di Stalin (1928), la Germania che si prepara a Hitler (1932) e l’agognata Grecia (1938), culla della civiltà e dei valori a lei più cari. Oltre alle numerose raccolte di poesie, scrive cinque romanzi di cui Kallocaina (1940) è il più noto.
la foto in copertina è di Tim Mossholder, da unsplash, free copyright.








