cop Salvatore Sblando anteprima l'EstroVerso

Anteprima

 

Non ho mai sentito l’urgenza di pubblicare, ho sempre pensato e lasciato sedimentare ogni pensiero, ogni parola il più a lungo possibile, nella speranza al contempo, che tutto trovasse il proprio posto, il proprio ordine nella semplicità, nel tempo mai banale del silenzio.

Dal silenzio infatti, nasce la parola così come dalla poesia nasce il silenzio. Ed è in questo naturale perpetuarsi ch’è possibile raggiungere la sicurezza, come in un autentico accoglimento di noi stessi. Per me Poesia è principalmente sicurezza. È sicurezza perché la scrittura rende liberi nell’espressione, rende possibile tutto ciò che è impossibile, rende vicini, rende unico il confronto e cosa più importante, ci rende tutti pari. La mia scrittura altro non è che un tentativo di approdo delle sensazioni quotidiane, degli accoglimenti di noi stessi e del prossimo, degli sguardi e dei paesaggi possibili nell’irraggiungibilità del gesto. Cos’è la poesia d’altronde, se non quella arte che meglio di altre è capace di fermare l’attimo? Perché risiede proprio in questa grande capacità la forza della poesia, rendere infinito l’attimo. La poesia non è mai una cosa sola, o meglio non è mai una sola cosa ed al contempo lo è; nella poesia risiede quel dono di permeabilità che poche altre arti hanno. La poesia permette al lettore d’essere vista, letta, sentita, toccata sotto diversi stati emotivi, contemporaneamente. Ed è sempre tenendo fede a tutto ciò, rispettando queste premesse, che vedrà la luce dopo l’estate il mio secondo libro di poesie Ogni volta che pronuncio te, pubblicato con la casa editrice La Vita Felice, a distanza di cinque anni dai Due granelli nella clessidra.

Un libro che si differenzia dal primo per tematiche; difatti se in Due granelli nella clessidra lo spazio ed il tempo la facevano da padrone, in Ogni volta che pronuncio te vi è il tentativo di porsi al cospetto del prossimo, di vivere le sensazioni altrui, mutuando le proprie con i soggetti che si avvicendano nel libro, mai pronunciati per nome ma solo accennati per affinità. Solo un’eccezione è fatta per Angelica, la mia prima nipote, figlia di mio fratello, invocata volutamente in chiusura della terza sezione della raccolta, quasi un richiamare di mente, come sorta di paradosso, al tempo andato. Il libro si compone di quarantatré testi, lo stesso numero dei miei anni, strutturati in tre parti più una, l’ultima Fuori concorso. Ogni parte tende ad attraversare un particolare universo anticipato, come fosse una sorta di impronta iniziale, da un’epigrafe.

Tutte le sezioni hanno un unico filo conduttore riconducibile al mio personale percorso nella quotidianità, con la certezza dell’approdo verso diverse prospettive per riscoprire come sorta di invito, il valore unico del silenzio e della naturalità. Perché viviamo un mondo sempre più di corsa, in perenne crisi, economica certo ma anche di idee e valori; di quest’ultimi ne sento le ricadute purtroppo anche nella poesia.

Sarà forse per questo se, nel vedere sempre meno poesia e sempre più poeti in giro – fra questi fatico spesso a riconoscermi anche io – citando Pessoa continuo a ripetermi: “Essere poeta non è la mia ambizione, è la mia maniera di stare solo”.

 

GENERAZIONE
 
È bastato un silenzio di poche parole
per conoscere l’importanza del tempo
degli ultimi giorni d’aprile
 
 Un battito senza cuore nell’indecidibile
fra aria e vento, affluenza e sguardo
 
Perché siamo generazione che regge l’alcool
ma non l’amore
 
un brivido, un passo, un’incertezza nell’assenza
di Madre morente

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