La poesia come possibilità di apprendimento

La poesia come possibilità di apprendimento

Chaim Soutine, Due bambini sulla strada evelina
Chaim Soutine, Due bambini sulla strada

 

 

Il presente lavoro, La poesia come possibilità di apprendimento, nasce dall’esigenza di dimostrare quanto importante sia la parola poetica per il bambino (e quindi nella scuola) per il suo apporto di sensibilità e immaginazione: principalmente attraverso quattro grandi esemplarità poetiche del ‘900 italiano: Giorgio Caproni, Giovanni Giudici, Andrea Zanzotto e Alfonso Gatto, non basandomi cioè su autori specificatamente “per l’infanzia”. In questo spostamento di area di ricognizione, sta la mia ricerca: non puramente teorica o azzardata ma pienamente consapevole della qualità e della forza comunicativa della loro poesia. Infatti, sono autori che, nella loro lunga ricerca poetico-letteraria (che potremmo definire “a tutto campo”, essendo stati anche traduttori, prosatori, saggisti), si sono cimentati (tolto il primo), con la poesia per i bambini, senza venir meno alle loro peculiarità linguistiche e metriche.

Questi poeti, con il loro esempio, riescono ad accompagnare quasi naturalmente le tappe di sviluppo del bambino: dalle cantilene materne e ninne nanne degli inizi (la lingua materna, il petèl, nella cantilena di Zanzotto), alle filastrocche, che si prestano per il facile ritmo a imitazioni e a messaggi semplici ma mai banali (come le Scarabattole di Giudici), alla varietà tematica pari a quella formale di Alfonso Gatto (Il Vaporetto), la cui poesia offre tante possibilità di riflessione e di insegnamenti di vita, così come di gioco e d’ironia. Oppure si può scegliere di non scrivere poesia appositamente per bambini ma saperla trasmettere anche tra le righe di una quotidiana vita scolastica, come ha fatto il poeta e maestro Giorgio Caproni.

Autori non rubricati immediatamente come poeti per bambini ma tra i più importanti del secondo Novecento Italiano. Poeti ritenuti spesso “difficili” ci dimostrano che invece riprodurre un dolce suono materno può essere già poesia (Zanzotto), come una filastrocca ben strutturata (Giudici), o un canto civile (Gatto). Oppure si può scegliere di parlare ai propri alunni con la poesia dei poeti a lui contemporanei e non solo, come faceva Caproni.

Questa ricerca nasce infatti dal presupposto che la poesia crea un legame tra chi legge e ascolta, inizia al suono delle parole e al ritmo del verso o della frase, apre ad un linguaggio che è anche e non solo interiore, aiuta a conoscere se stessi e gli altri. La poesia è vita nella quale entra la vita altrui. Durante il mio excursus attraverso la poesia di alcuni dei maggiori scrittori italiani che si sono interessati dell’infanzia, volevo mettere in luce come, al di là della diversità formale, la poesia può permettere anche ai più piccoli, di esprimere sentimenti e sfumature: è una voce, la ricerca della parola giusta che più si avvicina al proprio sentire e a quello del mondo circostante. La poesia come possibilità di apprendimento nasce da un’intuizione, da me ripresa, di Paolo Volponi in una delle più belle risposte che siano state date alla domanda “che cos’è la poesia?”.

Conversando, ne Il leone e la volpe, con Francesco Leonetti, penso riesca a definire l’inafferrabile: «Con la poesia, io affronto un problema che non conosco, che sento, che mi emoziona, che mi pone degli interrogativi. E la poesia è fatta proprio per entrare dentro questo problema, per vederne le parti, per conoscerlo, per dargli anche una struttura e una possibilità di soluzione; ed è prima di tutto una possibilità di apprendimento, da parte mia, del suo stesso nucleo e un chiarimento delle sue combinazioni e dei suoi rapporti».

La poesia e la fantasia possono diventare possibilità di apprendimento della realtà per gli adulti e possono esserlo anche per i bambini, che spesso ci raccontano tra le righe i loro desideri ma anche le loro storie di tutti i giorni o i loro drammi. Certo è che la poesia necessita di continuità per far sì che ciò accada: è una pratica con cui bisognerebbe familiarizzare fin da piccolissimi. Un percorso non breve certo e sempre aperto, che non dovrebbe mai costringersi in spazi temporali troppo definiti, come accade spesso a scuola.

Sicuramente dalla trasversalità e singolarità della poesia scaturiscono le difficoltà del suo inserimento nel percorso scolastico.Inoltre,da decenni, fino ai tempi attuali, la poesia è apparsa più come ospitata dalla volontà di singoli insegnanti che integrata con convinzione nelle programmazioni scolastiche. Malgrado se ne percepisca l’importanza formativa, si resta come spiazzati davanti al suo utilizzo: come proporla ai bambini? Come renderla viva alla loro sensibilità? Ci sono percorsi più efficaci di altri, che permettano loro di incontrarla senza il peso della noia? Il rischio che ancora corre la poesia a scuola è quello di una riduzione a cornice, più o meno inutile, della lingua italiana e, come tale, servire nelle occasioni di feste e ricorrenze importanti, come il Natale, la Pasqua, la festa della mamma e del papà.

Molti insegnanti, nel corso degli anni, si sono dati da fare per dare spazio alla poesia, soprattutto con laboratori, attraverso il gioco e la manualità, avvicinandoli al disvelamento dei meccanismi che la sottendono. Un’esemplarità del genere è, a mio avviso, l’esperienza del poeta americano Kenneth Koch (che ha insegnato anche nelle scuole italiane a scrivere poesia ai bambini nel ’78), quando afferma che: «insegnare a scrivere poesia a bambini conduce a diversi e validi risultati. Li porta ad esempio ad amare la letteratura, ad ampliare la propria educazione in generale, a scoprire i propri sentimenti. Ma un altro buon risultato è la poesia in sé». I giochi di parole infatti, come accennato sopra, sono importanti per avvicinarsi alla poesia, non sono già la poesia. Premessa indispensabile che nell’interessante antologia per bambini degli anni ‘70 Pin Pidin viene ribadita dai curatori Antonio Porta e Giovanni Raboni, nella quale gli autori insistono che lo scopo non è creare “piccoli poeti” e tantomeno una poesia solo per bambini ma, casomai, “al servizio” di quest’ultimi; «in definitiva, siamo in grado di affermare con vigore che non esiste una poesia per bambini, a meno che si faccia riferimento ad una produzione falsamente pedagogica che si beffa dell’intelligenza del fanciullo, riducendola a caricatura stereotipata di se stesso. Esiste, invece la poesia al servizio dei bambini, ovvero quella poesia che consente loro di percorrere la strada dell’umanizzazione e della personalizzazione».

Chi meglio dei poeti stessi può avvicinare dunque i bambini alla loro realtà? Caproni leggeva ai suoi piccoli allievi Leopardi, Luzi, Sbarbaro e molti altri, certo, sceglieva per loro i testi e le parole più adatte per trasmetterne il valore e la sensibilità. Maestro elementare nella vita, che non ha pubblicato versi per l’infanzia ma che ha fatto della poesia un vero abito educativo, utilizzandola per rendere più singolare e sensibile ogni aspetto dell’insegnamento.

Oggi i bambini potrebbero e dovrebbero leggere alcuni testi di Andrea Zanzotto e Giovanni Giudici fin da piccolissimi (non solo le Scarabattole intendiamoci), le poesie irriverenti, vitali e drammatiche di Gatto, i versi di Giorgio Caproni e di molti altri ancora. Venendo così a contatto con la letteratura italiana e con la poesia molto prima di quanto si creda.

 

 

 

 

 

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