#Orienti_4 “Ciò che perdura”, il canto

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Separare il permanente dall’effimero non è la via della poesia. Vedere nell’effimero il permanente, riconoscere che la vita umana è un soffio che passa (Sal 39, 6) dentro un “tempo che resta” (S. Paolo), invece sì. Il poeta canta quello che c’è e che poteva non esserci. Canta questo miracolo. Così la poesia di Anna Polin in Ciò che perdura (Eretica, 2024), libro che attraversa il lutto e il dolore per germinare, come scrive l’autrice nella premessa, «nella carne viva» mediante una parola che è fede e buio, consolazione e magro raccolto della «luce dei giorni». È una poesia benedetta dall’ispirazione, dall’essere propriamente en theòs, ‘entusiasta’ nel modo in cui, abbracciando la prospettiva dell’infinito, la realtà si mostra per quello che è, senza veli, chiara, maestosa. Nell’incedere di creatura e di madre (creatura che genera altra creatura) nulla si arrende alla disperazione del finito, tutto è rinnovato, in eterna trasformazione come un impasto che tiene «un’oncia di farina e il firmamento / nella stessa mano». Guardare così il mondo, da questa specola di grazia, per ri-conoscerlo e quindi ri-consegnarlo a un prossimo (il figlio, nel caso di Polin) è quanto ci si aspetta dalla poesia, anche quando la scansione del verso lascia il posto al respiro pacato della meditazione: «Riconosco la dinamica perfetta dell’ineluttabile. […] Inevitabile. Totalmente imperfetto se volevo altro. Commovente e preciso da quando ho fatto pace con il vivere. Siamo milioni di traiettorie incalcolabili, prodigi della matematica, risultati del generare e della luce. Siamo meteoriti di vita teneri e tremendi». Seguendo la traccia del respiro si giunge infine al punto in cui il Vivente assume la responsabilità adamitica di nominare il mondo: «cantare, cantare, / il primo grido della luce». Il canto poetico come collante che salda la conoscenza e il suo comunicarsi, cane da tartufo di una gioia che ferocemente erompe dalle ferite. In questo modo la poesia si fa garante della trasmissione dell’eredità umana, di quel tesoro che la luce scoverà sempre, non importa quanto in profondità è stato seppellito: «Amare è ricordare ed è una memoria così viva che niente più sta nella mente. / […] / Solo l’amare resta, lui solo».

 

                            da Anna Polin, Ciò che perdura, Eretica, 2024, con una postfazione di Sergio Daniele Donati, pp. 82

 

Alla fine della vita
ne saprò quanto all’inizio
la luce dei giorni
per tutto il tempo
avrà solo ripetuto
il mio nome.

*

Non so il vuoto
il suo slabbrare i margini
non so il camminare
tra erba secca e fiori nuovi
né l’appuntamento del crepuscolo
quel suo margine tra buio e luce
mentre un canto, come di madre,
incendia l’umano ed il terrestre.
Nel margine ogni vivo
                    perde il nome
permane il canto
quel canto
                  che brucia.

*

Cos’è stato l’intreccio dei corpi?
quel siderale gonfiarsi del ventre
prima un niente, poi un bambino.
Quel ruotare di via lattea
e di altre ignote nebulose
fino al tuo essere
particola di un’altra fede
                   nel mio ventre.

*

Posa il tuo capo nel mio grembo, riposa.
Che sia quel tuo sostare con gli occhi chiusi
a rivelare la strada.
Rifiata, stai tra le ossa quiete e quelle che fanno male.
Amare è ricordare ed è una memoria così viva che niente più
sta nella mente.
Tutto ritorna in un’improvvisa luce,
la catena di obblighi e doveri
che ci imprigionano nel tempo, si frantuma.
Solo l’amore resta, lui solo.

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