Ottaviano Giannangeli. “Un sito per l’anima – Versi italiani”

Ottaviano Giannangeli. “Un sito per l’anima – Versi italiani”

ART ANDREA GIAMP poeta Ottaviano Giannangeli FOTO DI Francesco Liberatore ok

«Gli dèi ci donano con grazia il primo verso, ma spetta a noi creare il secondo che sappia armonizzarsi all’altro, e non sia indegno del primogenito ultraterreno. Non sono mai troppe le risorse dell’esperienza e dello spirito atte a renderlo comparabile al verso che fu un dono».

(Paul Valéry, Varieté, 1924)

 

«Ma se il periodo è tale/ da occupare tutta la poesia/ di un solo respiro,/ essa tutta è di Dio?», chiede Giannangeli a Valéry, discutendo la possibilità che il respiro generante, il pneuma che ha ispirato il primo verso, possa essere piuttosto un alito capace di rendere vita all’intero corpus poetico, e quindi a quello umano (esistenziale o post-esistenziale), insomma, la «spinta per il nuovo gioco». Il dubbio dell’immortalità, di una dimensione successiva a quella terrena, pervade l’intera raccolta Un sito per l’anima, e il titolo, piuttosto che indicare un’affermazione, esprime l’intensità di una ricerca che non si sofferma certamente al regno del tangibile ma si concede la possibilità di qualcos’altro, col disincanto di chi amerebbe credere.

Proprio come Huysmans che – prima di cedere alla conversione, ma con lo spirito già pronto a un’abbacinante epifania – concludeva il suo À rebours chiedendo: «Signore, abbiate pietà del cristiano che dubita, dell’incredulo che vorrebbe credere, del forzato della vita che s’imbarca solo nella notte, sotto un cielo che non rischiarano più i consolanti fari dell’antica speranza!» Allo stesso modo Giannangeli, giunto all’età che si crede anticamera del Nulla o dell’Eternità, quando si ripongono le armi della speranza e si vaglia lucidamente il resoconto dell’esperienza, poggia il lanternino che lo ha condotto lungo tutta la sua ricerca poetica, e si espone al dubbio, con empatia e scetticismo, con ironia alacre e dolce condiscendenza.

Persino il linguaggio poetico viene messo in discussione e, identificandosi in un insetto giunto alla fine, Giannangeli si chiede: «Spoglio di viva sostanza/ alla balia di venti impetuosi/ solcante ignoti spazi, a che il tuo verbo ambizïoso?» Infatti le poesie che compongono la raccolta, sono spoglie di qualsiasi ambizione estetica, che pure non ha mai intaccato lo stile sempre cristallino e misurato dell’autore, ma proprio in questo caso il verbo poetico cede visibilmente il passo a un linguaggio semplice, sapientemente retorico, che agisce nello spazio d’una metrica eterogenea e disinvolta, dove versi di ampio respiro si susseguono ad altri più nettamente concisi, in un alternarsi di ritmi e toni, di atmosfere classiche e popolari, il tutto armonizzato in un’eleganza opalescente, dove a rifulgere è il cuore d’un intimo significato, forse trascorso o mai davvero posseduto – per questo rimpianto – ma pur sempre vivo. Non credo sia un caso se molto spesso ricorre l’espediente stilistico dell’enjambement, quasi a significare un’opposizione alla fine, il desiderio che oltre il limite della vita ci sia un accapo, e i punti di sospensione dopo l’ultimo verso, perché niente davvero finisca, a costo di restare in un limbo d’eterna attesa. Ormai esposto al dubbio, la possibilità di un’altra vita, o di altro dopo la vita, è aperta, tanto che nel suo interrogativo all’insetto, l’autore aggiunge: «O tu forse mutato/ in aria rarefatta/ vai assumendo nuova identità?».

Le anime delle persone scomparse continuano ad aleggiare sulla terra («C’è un viavai di anime/che sciamano ai mattini/ odorose d’incenso e si raccolgono/ tutte insieme la sera/ come api sospese ai loro bugni» oppure «Molte anime si danno/ convegno in tempi imprevisti/ vicino alla mia casa») ma solo per ribadire la loro appartenenza terrena, risvegliare nei viventi il ricordo di ciò che furono («Le distinguo,/ sembrava che avessi dovuto/ dimenticarle»), e poi tornare nel profondo infinito che appartiene loro («Quindi intonano/ un canto a bocca chiusa, un’aria nostra,/ le anime partendosi,/ e sparendo nel chiaro della luna»). Il colloquio col mondo delle anime è continuo, ma Giannangeli non discende nell’Ade come Ulisse o Enea per potervi discorrere, né tenta di risuscitarle con “necrofilia” pascoliana, ma ne affronta la trascorsa presenza nel modo più puro e spontaneo: attraverso il ricordo. Vive e rievoca con serenità le ombre dei suoi genitori, dei suoi parenti, dei suoi compaesani, che pure lo scorrere del tempo sembra aver sepolto sotto strati di oblio, ma il lume del ricordo fatalmente magnetizza la coscienza, ed ecco riaffiorare i volti e i gesti: «Prima stupisce un deserto di voci,/ poi memoria si afforza,/ visi e gesti riemergono, figure/ tenere dolci dai fondali accennano,/ sa, di sfacelo, ricomporsi il mondo».

Ma il grande tema della raccolta è appunto “il sito dell’anima”, quel luogo di «sopramondo» che, secondo il poeta, giunta al limite dell’esistenza, l’anima stessa si prepara a raggiungere: «Così penso che l’anima/ […] già a tarda vita faccia le sue prove/ […] e s’adusi/ al tenore del cielo/ e prenda confidenza/ a parlare di questo e d’altro esistere». Egli prospetta quindi la possibilità di una conseguenza spirituale alla Morte, che non sia necessariamente una nuova vita, ma un’altra dimensione, tanto reale quanto ignota, come Montale stesso ipotizzava, in una prosa tratta da La bufera e altro: «Ed ora dire che non ci sei più è dire solo che sei entrato in un ordine diverso». Un nuovo ordine a cui la vita mortale dovrebbe prepararci, permettendoci di accogliere sensibilmente la profonda umanità del quotidiano, quando l’essere umano «crede di udire e percepire il flusso/ e riflusso di altre onde che si sciolgono/ al moto di altre vite», riuscendo in tal modo a dispiegare le pergamene del destino, a leggere se stesso attraverso gli specchi che il mondo gli rivolge, a scoprire la propria natura finalmente, così che la vita trascorsa diventi profezia di ciò che accadrà: «e in lento fiume tu ti senti scorrere/ ora fioco ora con trasalimenti/ che qui ti si rivelano memoria/ lì prefazi di rigenerazione». Ma se l’uomo si volge indietro per conoscere il futuro, lo fa anche col rimpianto del proprio fulgore terreno («Pure talora a sera/ scorgi in pietre focaie fra i detriti/ bianchi il ricordo/ dello sgargiante sole»), poiché solo nel dolore sofferto, che ha temprato la nostra scorza di animali umani, scorgiamo annidarsi il germe della felicità vera, l’unica capace di rendere comprensibile l’ordine di questa vita, o altrimenti ci troveremmo di fronte, sempre per dirla con Montale, «un assunto di cui ignoriamo il significato». Dall’altezza della propria scalata, Giannangeli si volta e afferma con tono incantato: «e poi fu paradiso/ volgersi indietro abbarbagliati/ da quell’ignoto Iddio. Era bastata/ un’immagine sola ad attaccare/ la spina dell’eterno». Lo stesso bagliore accecante che un altro poeta abruzzese, Vittorio Clemente (vero mentore per Giannangeli), trova sulla cima della montagna a cui si rivolge, giunto al limite della mezza età: luce che è stata guida ed esultanza del suo cammino e che continua a splendergli negli occhi, lungo il passo che adesso conduce alla vallata, senza rimpianto per aver lasciato incompiuta la salita: «Nn’ alte haie guardate; e mo pe sta calate/ me splènne dentre agli uocchie quile sole/ ch’hai viste nasce su pe le cimate» («Guardato ho in alto; ed or per questa china/ dentro gli occhi quel sole mi risplende/ che nascere ho veduto per le cime»).

Concludo riportando i versi della poesia Un germe d’essere che, in modo sottile e squisito, evoca l’argomento di sicuro più dirompente: la nascita come processo di rigenerazione che agisce in una dimensione assoluta, dove la vita non è che flusso ciclico di un costrutto universale in continua evoluzione, che ci plasma rigettandoci dal silenzio dell’abisso alla novità del mattino, facendo di noi della creta d’uomo.

 
Ma ora confusamente
senti che un germe d’essere si va
rifondando, tu avverti che da abissi
marini, ove parente sei a idrospore,
a stelle, a minuscoli
polipi, un’ombra esprimi
di volontà assonnata, fai bolle risalire
verso il chiarore della superficie
ov’è la grande calma,
ove spiriti sembrano
alitare con lievi, debolissimi
sussulti di esistenza.

 

È tra questi poli che si muove la raccolta di Giannangeli: dal fervido ricordo dei trapassati, alla ricerca di uno squarcio nelle pareti dell’esistenza, dalla riscoperta d’un passato lontanissimo, alla fiducia in un avvenire che, nel suo semplice baluginare, sembra offrire tutto l’eterno, e per questo imperscrutabile, splendore del sole. E forse basta davvero un soffio divino a riempire i versi di una poesia, a tessere le catene di un’esistenza e del suo oltre.

 

 

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