Paola Francesconi, con il linguaggio l’essere umano accede all’esistenza

paola francesconi

Paola Francesconi vive e lavora a Bologna. Psichiatra, psicoanalista, Ex Presidente della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, membro AME della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi e della Associazione Mondiale di Psicoanalisi, componente della Commissione di Garanzia dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi. Docente dell’Istituto Freudiano per la Clinica, la Terapia, la Scienza. Responsabile dell’Antenna di Bologna del Campo Freudiano. Docente del Centro Paul Lemoine di Palermo. Consulente Tecnico d’Ufficio del Tribunale di Bologna. Socia del Centro Studi e Ricerche in Psicoanalisi a Orientamento Lacaniano. Ha collaborato con il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna con varie conferenze, inoltre con le Sections Cliniques francesi della Rete UFORCA-Pour l’Université Populaire Jacques Lacan con interventi e seminari.

Curatrice dell’edizione italiana delle Opere di Gaetan Gatian de Clérambault, Automatismo mentale. Psicosi passionali, Métis Edizioni, Chieti 1994, Curatrice e coautrice del libro Una per Una. Il femminile e la psicoanalisi, con Posizioni dell’eccesso nella clinica della femminilità contemporanea, Borla 2007. Ha pubblicato numerosi saggi in volumi collettivi tra i quali Soddisfazione senza sofferenza in Jane Austen, in Stili della sublimazione. Usi psicoanalitici dell’arte, a cura di Maurizio Mazzotti, Franco Angeli, 2001; L’omosessualità femminile in Sessualità femminile, a cura di Maurizio Mazzotti, Arcipelago Edizioni Milano, 1994; Sulla sessualità femminile in Introduzione alla psicoanalisi contemporanea, a cura di Massimo Recalcati, Bruno Mondadori, Milano, 1996; La logique de la position féminine in Les feuillets du courtil L’enfant et les énigmes de la sexualité féminine, Publication du Champ Freudien, n°30, janvier 2009; La Donna, in Corpi e soggetti. Figure attuali del mondo sociale, a cura di C. Cretella e A. Russo, Clueb, Bologna 2009; Femminile e maschile di fronte alla domanda d’essere in Donne, Uomini. Il significare della differenza, a cura di Riccardo Fanciullacci e Susy Zanardo, Vita e Pensiero Milano 2010; Quando l’alterità diventa insopportabile, in Archivi di Psicologia Giuridica, n. 2, Separazioni violente. L’emergere della violenza nella rottura del legame amoroso, ETS editore, Pisa 2014.

L’abbiamo intervistata su tematiche riguardanti la sua formazione personale e altre più specifiche, di stringente attualità, quali la perversione percepita e praticata a livello sociale, il linguaggio nei suoi limiti e possibilità, le principali innovazioni e gli strumenti che offre il pensiero clinico di Jacques Lacan.

Qual è stato, nel suo cammino esistenziale, il momento culminante in cui ha sentito una propensione verso la psicoanalisi e, in particolare, com’è avvenuto l’incontro con la clinica lacaniana?

È stato all’inizio del corso di studi in Medicina e Chirurgia, in cui il mio interesse per i movimenti di Psichiatria Democratica, che mi avrebbe portato alla specializzazione in Psichiatria, mi condusse alla conoscenza della Clinique de la Borde, ispirata ai principi della psicoterapia istituzionale, che è stato il primo tentativo di creare un’istituzione applicando ad essa l’insegnamento di Jacques Lacan. Dunque è stato l’interesse per una psichiatria che tenesse conto dell’esistenza dell’inconscio e non solo della reattività neuro biologica o comportamentale. Dall’approfondimento del tema della psicosi e del suo trattamento nel contesto istituzionale il mio interesse si è progressivamente centrato sulla psicoanalisi come esperienza soggettiva.

Potrebbe indicarci dei testi ai quali ha prestato più ascolto, sia per ragioni professionali che affettive e che le sono serviti nella sua esperienza di psicoanalista?

Sicuramente i Seminari di Jacques-Alain Miller, che ho potuto sia seguire a Parigi che rileggere nelle trascrizioni, oltre che i suoi testi pubblicati in svariate riviste, sono serviti da bussola fondamentale per un’interpretazione degli scritti di Lacan e di quanto in esso, giacente tra le righe, ne caratterizzasse le prospettive e l’orientamento, nonché la modernità del suo messaggio clinico, intellettuale e scientifico. È stato un incontro decisivo per riposizionare letture del testo lacaniano puntuali ed applicate sì, ma mancanti della prospettiva che Miller ha impresso al movimento lacaniano legato all’École de la Cause freudienne e alle sue connessioni nei differenti paesi.

Inoltre, alcuni testi che potessero, per così dire, decompletare le letture attinenti alla mia formazione medica e psichiatrica, come Essere e tempo e La questione della cosa di Heidegger, alcuni di Foucault, non senza Raymond Queneau e il suo Esercizi di stile, di cui mi hanno colpito le 99 varianti di uno stesso, breve, racconto, esempio eclatante delle svariate letture possibili di stessi enunciati a seconda delle diverse enunciazioni che li surdeterminano. La necessità di cogliere l’enunciazione in ogni enunciato, senza limitarsi alla sua apparente trasparenza, è un principio basilare della psicoanalisi e della lettura analitica del testo inconscio di ogni soggetto.

Questo, naturalmente, per citare solo i principali testi che hanno scandito il mio percorso.

Quanto è centrale la dimensione del linguaggio nel suo approccio teorico e clinico?

Quanto appena detto mi apre la via della risposta a questa domanda. Il linguaggio è al centro dell’approccio lacaniano, ne costituisce la dimensione imprescindibile. Ciò vale anche per la dimensione apparentemente separata dal linguaggio, che è quella del godimento, che prende posto in modo sempre più deciso ed attento nella teoria della clinica, in Lacan, in particolare nel suo ultimo insegnamento. Infatti, a differenza dell’animale, per il quale possiamo supporre un godimento, ma senza poterne assolutamente verificarne i segni e gli effetti, per l’essere umano, in quanto, appunto, essere parlante, le stigmate, per così dire, i segni indelebili del godimento e del suo versante di sofferenza al di là del principio di piacere che ne marcano la storia e le manifestazioni, si mostrano attraverso il linguaggio. Non c’è nel soggetto una dimensione preverbale, del corpo che gode, ad esempio, ma è sempre attraverso il linguaggio che fa segno di sé qualcosa che al linguaggio stesso non si riduce, che è indicibile e resistente ad ogni significazione. Il linguaggio è la condizione per cui l’essere umano accede all’esistenza, ne contrassegna la nascita, anche se non tutto è riducibile ad esso nell’essere parlante, nel quale esiste qualcosa, che, pur essendo dentro il linguaggio, ne è anche estraneo, vi fa buco, direi come lacaniana. Qualcosa dentro di esso e, al contempo, radicalmente ad esso estraneo.

Nell’insegnamento di Lacan, quali sono a suo parere le nozioni più interessanti, attuali, ricche di spunti e possibili ulteriori approfondimenti?

Oltre a quella, che fa la sua apparizione nell’ultima parte dell’insegnamento di Lacan, di parlessere, ad indicare quanto prima evocavo, ovvero la stoffa intrecciata di linguaggio e di “sostanza godente”, (come Lacan chiama nel Seminario Ancora la dimensione, resistente al linguaggio, del godimento, resistenza quasi dotata di una sua materialità), altra nozione interessante è, a mio parere, è quella del Nome del Padre ridotto a strumento di nominazione del soggetto. Qui il Nome del Padre, infatti, non è più il perno attorno a cui ruota la soggettività dell’essere umano forgiata dall’Edipo, dagli Ideali dell’Io, dai simboli ed i valori individuali, ma diventa un puro strumento sganciato dalla figura paterna per assurgere ad elemento di tenuta della soggettività, un modo di trovare un equilibrio, in un certo senso. Anche se non garantisce alcunché, ed infatti Lacan raccomanda di servirsene pur facendone a meno, dice, cioè senza appoggiarsi ad esso come garanzia di buon funzionamento. È, ne più né meno, che un modo di nominarsi, senza più nesso con l’Edipo. La nozione di parlessere è estremamente attuale in un’epoca dove i linguaggi tendono al tutto traducibile, alla comunicazione esaustiva, senza equivoci, e priva di ombre. La nozione di nome del padre, che metterei in minuscolo a meglio indicarne la povertà simbolica, l’inconsistenza ed il mero valore d’uso, è attuale nella misura in cui i nomi che rappresentano il soggetto sono plurimi, talora contingenti, poiché non sorretti da quegli ideali ispiratori di condotte di vita che hanno caratterizzato la più parte del secolo scorso.

Altra nozione, quella di inconscio etico, messa a punto nel Seminario I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, di un inconscio, egli dice, non ontico, bensì etico. Ovvero, non come qualcosa di sostanziale, deposito di tracce del passato e lì giacenti, ma come spinta dinamica a.., come un movimento che tende a.., e il cui essere è di pulsazione, appare e scompare, si colloca nell’istante imprendibile tra qualcosa che non è più e qualcos’altro che non è ancora. Esattamente come la pulsione, una spinta che non si placa mai nel realizzato.

Infine, occupa un posto particolare, a mio avviso, la nozione di desiderio dell’analista in Lacan, proprio in quanto non ha nulla a che vedere con il desiderio di esercitare la professione di psicoanalista al termine di un’analisi didattica, ma in quanto contrassegna la trasmutazione che un’esperienza analitica, condotta al suo termine, induce nel registro del desiderio: il desiderio, altra nozione cruciale in Lacan, infatti, da desiderio articolato all’interno della struttura soggettiva, con i suoi sintomi e fantasmi, si articola in modo più radicale alla propria causa, facendone uno stile di vita ed un modo di legame all’altro che non abolisce la solitudine profonda e la valenza di non rapporto di ogni legame umano.

Qualcuno poi, può fare di tale approdo motivo per mettersi a disposizione di qualcun altro per accompagnarlo nell’esperienza di decifrazione del proprio inconscio, ma ciò è assolutamente non necessario ed abbisogna di una volontà di mettersi al servizio della psicoanalisi e della sua trasmissione.

Naturalmente, tali nozioni sono tanto più interessanti a misura della loro duttilità di maneggiamento e della necessità che presentano di approfondimenti e di interpretazioni che cambiano a seconda dei contesti e delle epoche in cui vanno collocati.

Qual è, a suo parere, il ruolo del femminile oggi, nei rapporti affettivi e nell’esperienza sociale e lavorativa, pubblica e privata?

Il ruolo del femminile oggi è innanzitutto quello della relativizzazione di ogni universalismo, che contraddistingueva l’epoca del Padre come garanzia, come ideale di normativizzazione, insomma, l’epoca di un simbolico consistente. La femminilità, proprio per la sua impossibilità di partenza di trovare solo nel simbolico la via della realizzazione del proprio essere, abbisogna di una dimensione supplementare, al di là del simbolico, per collocare il suo modo di essere e di accedere al godimento. Essa si presta pertanto molto bene ad incarnare la necessità di ragionare ormai nei termini di non tutto, di inconsistenza di un insieme che si voglia esaustivo. Ciò non vuol dire che il non tutto sia sinonimo del femminile, dal momento che anche l’uomo, nell’ultimo Lacan, è tenuto ad accedere a tale dimensione, ma che il femminile certamente vi si ispira come elemento costituente. Il femminile si trova in una posizione di discorso, che non è una posizione assegnata come tale dall’anatomia, e che per questo le offre una prossimità al reale, ovvero a ciò che sfugge al simbolico come padronanza: tale prossimità le può rendere più facile trasformare la mancanza, ad ogni livello in cui l’essere umano possa incontrarla,  in un plus, in una opportunità. Del resto già Freud notava come la bambina, una volta preso atto edipicamente della propria mancanza fallica, si attiva subito per porvi rimedio, anziché indulgere alla ruminazione: in termini molto molto semplificati, si può dire così.

Dunque laddove il registro del godimento, come dicevo, prende sempre più importanza nella teoria di Lacan, la femminilità si presta bene ad indicare laddove il godimento trascende il confine edipico, fallico, simbolicamente costituito, per mostrarsi come inopportuno, per così dire, dissonante, imprevedibile, insomma non governabile, non tutto gestibile dal simbolico.

Gli ambiti affettivi, relazionali, lavorativi ne ricevono una spinta propulsiva, di “non tutto già previsto”, di assunzione di soggettività di volta in volta una e non riassorbibile in un La. Già negli anni ’70 Lacan fece scandalo con l’affermazione, che poi ha trovato la sua ragion d’essere oggi più che mai, che La Donna non esiste, ma le donne vanno considerate una per una. Se vogliamo chiamarlo relativismo psicoanalitico, si può, anche se riduttivamente, definire così il principio di qualcosa di inassimilabile al simbolico, ma che è comunque fondato da una logica, nel modo in cui viene presa in conto tale estraneità. Non in modo selvaggio, ma orientato dal discorso.   

È davvero l’epoca del “godimento come nuovo imperativo sociale”, per dirla con Jacques-Alain Miller?

Eh sì, è veramente l’epoca in cui l’imperativo come spinta a… prende il sopravvento sull’imperativo come interdizione, divieto. Miller aveva, alcuni anni fa, descritto questa mutazione dei tempi definendo la nostra epoca come quella dell’oggetto a allo zenit: si tratta di un oggetto non prelevato dalla realtà, in cui si condensa il godimento di ciascuno, l’oggetto che è più proprio a ciascuno nell’accesso alla propria soddisfazione. Ovvero, il rovesciamento attuale fa sì che laddove l’ideale era in posizione di zenith, ora lo è il suo contrario, l’antideale potremmo dire, in quanto incarna il godimento più intimo e, in una certa accezione, asociale, di solitudine pur nella comunità. Questo spiega anche il fiorire di forme di aggregazione, associazionismo, ben al di là dei giusti movimenti di battaglia per i diritti civili. Forme di consociativismo che puntano al riconoscimento del proprio modo di godere, che chiedono un nome collettivo non ispirandosi più all’ideale, ma ad uno stile di godimento. Un altro aspetto di tale imperativo è quello che traduce il principio del non tutto in quello dell’eccesso, del sempre di più, che governa talune pratiche, da quelle estetiche, a quelle contraddistinte dallo spostamento sempre in avanti di un limite, con il contraccolpo di angoscia che spesso vi fa ritorno.

Sono proprio ineludibili certe conclusioni del cupo Freud (come lei lo ha definito a un seminario) del disagio della civiltà, in cui a vincere, nell’umanità, è proprio la todestrieb, quella spinta più distruttiva, la pulsione di morte?

Freud aveva visto lontano ad intuire la portata inarginabile della pulsione di morte come deriva ed obiezione al principio di omeostasi. È in tal senso strutturale che, a mio avviso, va intesa la pulsione di morte, come la pulsione nella sua radicalità, che non insegue una soddisfazione pacificata e confortevole, in armonia con il soggetto. La pulsione è dissonante rispetto alla ricerca della felicità, verso cui Freud era disincantato. Dove invece Freud compie il passo dal disincanto alla “cupezza”, è nel ritenere la pulsione di morte incontrastabile, e l’approdo dell’esperienza psicoanalitica ad una certa dimensione di rinuncia e di presa d’atto di qualcosa da accettare. Lacan non obietta alla dimensione di una certa rinuncia, ma la inquadra in tutt’altra prospettiva, che, pur comportando la rinuncia come castrazione di un godimento assoluto, e consenso alla mancanza sempre incolmabile, vi affianca l’idea del soggetto del significante come “felice” e la dimensione del sapere analitico come gaio sapere. In tal senso il dilagare della pulsione di morte, oggi così presente anche nell’immaginario collettivo, trova nella psicoanalisi una modalità elettiva di farvi fronte temperandola e contrastandola nei suoi effetti sul soggetto. La psicoanalisi, a mio avviso, è oggi il discorso offerto alla contemporaneità per opporsi alla pulsione di morte laddove quest’ultima si salda ad un godimento che la rafforza. La psicoanalisi dà al soggetto l’opportunità di spostare un godimento lesivo ed autolesivo verso una soddisfazione altra, devirulentata della portata imperativa del godimento incistato nel sintomo.

Quanto può contare l’esperienza creativa, sia a livello collettivo che individuale, al benessere psichico personale e sociale?

Moltissimo. E la psicoanalisi stessa può ritenersi tale, un’esperienza creativa, in grado di trasformare un deficit di partenza in un modo inedito di fare con qualcosa che inizialmente era fonte di una sofferenza anche invalidante. Questo la apparenta all’arte, nell’invenzione a partire dal vuoto, da ciò che non c’era, che non era lì, ma mancava ed anzi affliggeva il soggetto come un troppo di dolore.

L’esperienza creativa contribuisce ad un benessere poiché produce tale nuovo stato partendo dal singolare del soggetto, non dall’adesione a ricette prefabbricate e fruibili come tali, passivamente. Mette in esercizio la dimensione inconscia, direi, del soggetto felice. A tal proposito mi piace ricordare una frase molto bella di Louise Bourgeois nell’intervista che le venne fatta, pubblicata nel libro Distruzione del padre/Ricostruzione del padre: essa dice, parlando delle proprie opere, “Trasformo il trauma in sense of humor”. Penso che ciò sia un’indicazione preziosa per tutti: il traumatismo contraddistingue, infatti, l’essere umano sia negli eventi che lo hanno colpito traumaticamente, sia, più in generale, per quanto di traumatico comporta per l’essere umano la dimensione del linguaggio. Il linguaggio lo fa esistere, ma anche ne segna l’indelebile perdita e separazione dal mitico godimento originario, scrive nella stoffa del parlessere (vedi sopra)le tracce degli incontri che hanno scandito, nel bene e nel male, la sua storia. L’atto creativo consente di alleviare e rilanciare la fissazione intessuta nel sintomo in qualcosa di alleggerito da tale eredità e diversamente ricostituito: quale esempio migliore del motto di spirito, evanescente, ma al contempo quanto mai incisivo e rivelatore del soggetto che lo enuncia?

Quali volti assume la perversione oggi? (penso in particolare alla lettura di Franco Lolli nel suo “L’epoca dell’inconshow”, quando parla di sfondo perverso all’interno di una società borderline, e alla responsabilità dei media e della società dello spettacolo sull’attuale deriva narcisistica).

La perversione oggi non è più la stessa di una volta, è cambiata, non ha più i connotati della perversione vera, classica. Si è ampliata a comprendere fenomeni, lo direi così, di schiacciamento della dimensione non tutta del simbolico ad un registro che punta all’assoluto di un tutto. Quale tutto? Un tutto che restituisca il godimento perduto interamente nel linguaggio, tale è sempre stato il fine del perverso, obiettore per eccellenza alle leggi del linguaggio e del simbolico. Oggi ciò avviene in quei fenomeni, così frequenti, che travalicano le pratiche sadomaso, eccetera, per allargarsi a forme di incitamento a godere sempre di più, spostando sempre in avanti la soglia di consenso all’impossibile per struttura, alla necessità di regolazione e di arresto della volontà di godere. Ciò può assumere vari volti, che hanno tutti in comune questo dato, la ricerca di reintegrazione del godimento perduto, altro nome della castrazione simbolica, in un simbolico che riaffermi tale godimento, ne imponga codici, “contratti”, prescrizioni… La dimensione di ostentazione appare nella pornografia, come abolizione della portata evocativa dell’immagine, come ben diceva Roland Barthes ne La chambre claire. Insomma la riduzione e lo schiacciamento del simbolico sull’immaginario ne è un aspetto.

Riguardo alla società borderline, il mio parere è un po’ diverso: come dice Lacan, e Jacques-Alain Miller riprende nel suo libro ora uscito in spagnolo Todo el mundo es loco, tutto il mondo è folle. Potremmo dire così, seguendo Lacan e Miller, nel senso che non tiene più la Legge come normativizzazione, che ciascuno ha in sé un pizzico di follia, un modo di reagire al senza legge non solo del giuridico, ma del reale oggi, con il non senso, essendo cioè attraversato da un lato nonsensico, con il quale fa come meglio può, se è nevrotico, o essendone debordato, travolto, come nella psicosi.

 

 

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