Su tre versi di Jaccottet

 

(…). Qui avance
dans la poussière, n’a que son souffle pour tout bien,
pour toute force qu’un langage peu certain.

(…) Chi avanza nella polvere
ha il proprio fiato come unico bene,
solo un linguaggio incerto come forza.

Philippe Jaccottet, Notes pour le petit jour, in Id, Il barbagianni. L’Ignorante, a c. di F.Pusterla, Torino, Einaudi, 1992.

 

Su questi tre versi di Philippe Jaccottet, scritti quasi settant’anni fa, mi è già capitato più di una volta di tornare, e anche di scrivere. Vorrei farlo ora senza ripetermi troppo, senza usare i versi per riflettere sulla poesia di questo grande autore, ma cercando di esprimere meglio il modo in cui, sin dalla prima lettura che ne ho compiuto molti anni or sono, essi hanno comiciato a riecheggiare dentro di me, o forse dovrei dire, meglio, a illuminare una pista che sentivo, credevo di poter sentire, anche mia, in tutta umiltà.

   Intanto, consegnato a quel verbo d’attacco, c’è l’idea dell’avanzare, riferita non solo a se stesso, ma a una dispersa, sperabile comunità di persona in cammino, riassunta in quell’inclusivo chi; una comunità di persone che avanzano, appunto, non che vanno (all’opposto, potremmo pensare, degli uomini che non si voltano di Montale). C’è, nell’avanzare, un’idea di fatica, di smarrimento, di caparbietà; chi avanza lo fa nonostante, forse senza una meta precisa; si avanza, per di più, nella polvere, che accentua l’idea di fatica, forse persino di devastazione. Nella polvere della terra desolata o guasta, non si potrà più essere come lo splendido caminante di Machado, la cui memoria pure non ci abbandona; ma ci si dovrà sforzare appunto di avanzare, nonostante tutto. Controvento. In nome di qualcosa che non ha più nome.

   Cos’è dunque la polvere di Jaccottet? Non è questo il momento di riandare agli anni ’50 del secolo scorso, cioè al periodo in cui questa poesia è nata; né ora bisognerà ripercorrere la vita dell’autore, per cercare di cogliere qualche ragione biografica dello sfaldamento, dello sfarinamento che ci conduce qui. Piuttosto: cos`è per me, per noi, la polvere? Ciò che si libra nell’aria (ciò che rimane) dopo una grande esplosione, forse, dopo una grande rovina; il venir meno di ciò che un tempo poteva far pensare a un ordine, a un sistema di relative certezze, a un progetto per il futuro, a una speranza, a una durata. Tutte cose che sono andate in pezzi da qualche decennio (e non si sentirà, dietro a questo scenario, come un lontano rintocco di campana, qualche timbro di un verso celeberrimo di Hölderlin, Was bleibt, aber, stiften die Dichter?); e da quella rovina dipende in parte il nostro attuale disorientamento, la nostra assenza di stelle fisse. Ma l’idea di avanzare consente di non cedere al puro smarrimento; di non cadere nell’errore commesso alla fine del XIX secolo dai rivoluzionari russi fuggiti a Parigi e limpidamente fotografati da un loro compagno di sventura, un po’ meno disperato di loro, Aleksandr Herzen, che annotava: «nuove fessure si sono aperte, attraverso le quali la luce irrompe a fasci, ma essi guardano in un’altra direzione».

    La luce: anche questa è una realtà che pure si fa strada attraverso l’avanzare, dentro quella stessa la polvere che è visibile appunto in controluce; come se proprio la coscienza della polvere fosse inscindibile da quella della luce. Sarà, certo, una luce sporca, una luce precaria; un attrito che si sente sulla pelle, e produce vaghe scintille. Come seguirla, come continuare il viaggio attraverso la polvere? Con quale energia residua, con quale forza, con quale bene? Ecco apparire il fiato, il soffio, di nuovo qualcosa che porta dentro di sé la contraddizione, la compresenza oppositiva di respiro, alito, speranza, affaticamento, ansimare; e, insieme al fiato, la parola, quella parola che proviene da un linguaggio incerto. E così l’idea di avanzare nella polvere si traduce in un faticoso cammino attraverso il linguaggio; saldando così la ricerca della parola poetica alla fatica di vivere, di resistere nella polvere del tempo senza cedere del tutto all’avversità, senza rinunciare a un’ipotesi di viaggio, di improbabile irrinunciabile speranza.

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