“La poesia come esperienza amplificata”. Marco G. Maggi e il suo “Né padri né madri”.

tre domande, tre poesie

 

Marco Giovanni Maggi (nella foto di Bruno De Faveri), Tortona 1968, vive in provincia di Alessandria. Di professione imprenditore ha viaggiato, soprattutto per lavoro, in molte zone del mondo: proprio da questo incontro con lingue e culture diverse spesso sono nate alcune delle sue poesie. Sostanzialmente ha mantenuto per alcuni anni la poesia sottotraccia, convivendo con essa, finché la vita stessa l’ha fatta riemergere, rendendola una parte imprescindibile della quotidianità. Sue poesie sono state selezionate e pubblicate su numerose antologie e riviste, spesso legate a premi letterari a cui ha avuto modo di partecipare raccogliendo anche qualche buon risultato. Nel febbraio 2014 ha esordito con la sua prima raccolta, intitolata Punto di fuga, presso i tipi della Puntoacapo ed. di Novi Ligure (AL). Del gennaio 2018 è la sua ultima silloge, Il quadrato delle radici, edita dalle Edizioni Ensemble di Roma. Il libro è stato presentato presso il palazzo ducale di Genova in occasione del festival internazionale di poesia “Parole spalancate” 2018. Infin, è del novembre 2020 il poemetto Né padri né madri, Giuliano Ladolfi ed., lavoro in cui ha travasato anni di studio e di ricerca poetica, basandosi molto sulla letteratura anglosassone, in particolar modo d’Oltreoceano.

Qual è o quale dovrebbe essere (dal tuo punto di vista) la lingua ideale della poesia, la forma quanto incide sull’essenzialità della parola poetica e in che modo la vita diventa linguaggio?

Credo nell’uso di un linguaggio non necessariamente criptico, soprattutto non iniziatico, quindi in una scrittura fruibile dal maggior numero di persone possibile. Nell’applicarmi alla scrittura poetica ho scelto di usare il verso libero, senza assoggettarmi troppo alla metrica, che rimane come sfondo, sottotraccia, perché, come dovrebbe essere, essa fa parte comunque del mio bagaglio di conoscenza e di cultura personale. Nei miei testi utilizzo frequentemente assonanze e consonanze, anche le rime interne, pur non disdegnando affatto l’uso dell’endecasillabo o di altre forme metriche: più che altro ascolto il canto che sgorga dentro di me e che si incanala più o meno libero da gabbie, a seconda dell’occasione da cui nasce, propagandosi virtualmente come dentro a una cassa di risonanza, in cui cerco di raccogliere suoni e ritmi possibilmente armonici tra loro. La poesia, per completare la tua domanda, può essere vita vissuta, ma è anche esperienza amplificata: un poeta può viaggiare attraverso il tempo e attraverso il cosmo, osservare luoghi sconosciuti, semplicemente stando seduto nello studio di casa, poiché la sua mente ha una capacità di visione diversa dagli altri. Rimbaud considerava il vero poeta come una specie di sciamano; ora, senza giungere a tanto, credo che la sensibilità di un poeta dovrebbe andare oltre, superare il modo comune di vedere le cose, liberandolo dalle convenzioni e, soprattutto, dai pregiudizi.

La poesia è tale se diventa portatrice di una visione che non è individuale (bensì sovraindividuale); qual è la tua opinione in merito?

Non penso che il poeta debba scrivere solo per sé stesso, piuttosto dovrebbe riuscire a trasferire nell’afflato dei versi, nella stessa ispirazione che gli rimbomba dentro al cuore, qualcosa in cui il lettore possa riconoscersi, anche immedesimarsi, poiché proveniente da un sentire universalmente riconoscibile. Anche per questo, tornando alla prima domanda, non deve prestarsi a una scrittura indecifrabile che, pur dando un tono “aristocratico” ai versi, non aiuta di certo la divulgazione e la lettura. 

Per concludere, ti invito, per salutare i nostri lettori, a riportare tre poesie dal tuo “Né padri né madri” (perché questo titolo?); di queste scegline una per condurci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere. 

Il titolo Né padri né madri è nato dopo un lungo travaglio e prende ispirazione istanze di vario tipo, anche personali, che spesso si confondono sia per quanto riguardi gli episodi che il tempo a cui si riferiscono. Siamo orfani di cose vere, di sentimenti veri, in un tempo dove spesso sembra vigere la cultura dell’abbandono, ma siamo anche orfani di una lingua comune, un una pletora di linguaggi che invece di unire ci dividono. L’Umanità, in fondo, ha sovente un comportamento affatto protettivo, anche verso il pianeta sui cui si trova a vivere. Il libro parla anche di questo, della bramosia di beni e di denaro che, come un Moloch, divora tutto: uomini e Natura. Né padri né madri è un poemetto nato inizialmente come un unicum: il testo originale era costituito da un susseguirsi di versi, divisi in strofe di varia lunghezza.
In origine era più ampio, con il tempo l’ho suddiviso in tre parti “falciando” letteralmente un gran numero di parole, cambiando o cancellando intere strofe. Non per niente ha richiesto un certo tempo di gestazione, con periodi anche lunghi di pausa alternati a fasi intense di scrittura e di creatività, nelle quali ho raccolto vari momenti di ispirazione, soppesando successivamente il senso di ogni vocabolo, molto spesso estrapolandone o amplificandone i significati.
Proprio per questo affastellamento di versi, quasi un incalzare di parole e situazioni che si susseguono, i testi che ora proporrò non sono poesie singole ma strofe provenienti da un contesto di versi più articolato. Durante la stesura mi piaceva l’idea di una scrittura che si dipanasse con una certa ritmicità, tale da renderne agevole la recitazione in pubblico: spero quindi che si presenti presto l’occasione di effettuare una lettura “in presenza”.

 

 

 

 

Nasciamo orfani senza saperlo
figli di un tempo glabro e sterminato,
predestinati a compiere lo stesso viaggio
con appresso un bagaglio fragile
di rimpianti e di illusioni
attendiamo la resurrezione
nel re-incanto del nuovo mondo.

 

*

È ben strano questo nostro presente
affidato all’apoteosi del digitale,
all’empireo degli idoli di cartapesta,
ma siamo noi i primi a volerlo
a deificare certe fandonie
per poi cercare disperatamente un dio,
qualcosa o qualcuno a cui credere
un dio simile a un puzzle
di equazioni e di formule
approssimativo come un asintoto.

Ci piace pensarlo così
chino con un ramoscello in mano
a tracciare la linea della carità sulla sabbia
invocando la luce del perdono
-un atto di oblio-
che infine salverà tutti quanti.

 

*

Ascoltando le foglie che cadono
e cadendo graffiano l’aria
riscopriamo il tempo per rimescolare
le occasioni e i desideri,
il tempo delle stagioni e delle costellazioni,
corriamo a comprare i francobolli
per affrancare le nostre cartoline
con una nuova idea di verità
da spedire ai quattro angoli del mondo

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