Benedetto Strano, Milano
Benedetto Strano, Milano



Non ricordo dove ho conosciuto Milano. Sono trascorsi molti anni da allora. Non parlavo così, come adesso. Per lo scrivere è lo stesso. Nulla come adesso. Nemmeno Milano. I miei occhi allora erano più vuoti, nel senso che avevano maggior spazio a disposizione per le città, per tutto il resto, che non è resto, ma è tutto. La mia voce pronunciava il suo nome con ammirazione, timore e frivolezza: Milano…

Milano era l’estero, la grandezza, la forma sagomata della potenza e del sublime. Ma di quale sublimazione si trattasse non lo sapevo. Era così e mi bastava. Non mi era necessaria, perciò mi bastava. Oggi i palazzi montuosi, le auto a stormi gracchianti, le donne e gli uomini eleganti e scorrevoli hanno figli scorrevoli. Ma altrove. Altrove dalle mani e dalle orecchie. Un’invisibile scala mobile orizzontale e piatta dà l’impressione di condurci verso l’alto o verso il basso, ricongiungendoci in realtà sempre e poi sempre alle nostre mani e alle nostre orecchie. Ma non piatti. Nemmeno le ombre di muschio evaporanti ovunque dalla città, dalle nebbie tiepide dei ricordi lo sono. È il gioco sublime dei negozi, gli specchi, la fioreria geometrica all’angolo di una strada perpendicolare a Corso Venezia. Sublime. Tutto così sublime da essere costretta a dimenticarmene e a ricominciare daccapo, ogni giorno. Perché nessun giorno è stato mai come adesso. Sono tornata a Milano da un paese straniero. Questa città è diventata per assurdo la mia Patria, la mia famiglia, il mio sonno e la mia veglia. Perché Milano? Quell’uomo verme che si trascina sul pavimento grigio di polvere e sporcizia della metro mi è passato innanzi, strisciando sulle mie scarpe, scarpe che lui non ha, non ne ha bisogno, lui che non ha piedi né gambe. Così si guadagna da vivere, snodandosi nel bosco semovente dei viaggiatori. Si può entrare in una città soltanto da dentro. Fuori ci sono le pareti-mura, le finestre chiuse dal lato interno, le facce nascoste chissà dove. Dal di dentro si può vedere tutto. Anche se stessi. Se non piove o se il sole, troppo forte per lasciar scorrere il traffico cittadino, a picco sulla nuca non sfracela i ricordi. Così ho riconosciuto Milano, dentro una stanza d’albergo a tre stelle opache con l’aria condizionata rumorosa come un trattore che ho acceso soltanto per compagnia e una fetta di crostata flaccida, della frutta sciroppata o nulla per colazione.

 

 

 

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