questo fulgido e fertile niente (Cateno Tempio)

questo fulgido e fertile niente (Cateno Tempio)

I.

Amata
vertigine
della caduta abissale
tra i vortici di stelle
sparuti nella notte universale
e le lattescenti nebulose purpuree
pozzi di luce e di materia oscura
in quale voragine
buco fessura
te ne sei andata

Oltremare

Amata
cupidigia
della conoscenza assoluta

L’universo
sonnecchia
solo ogni tanto sussulta
qui
nel mio petto
tra le stentoree prigioni
di muscoli e costole

Scaricare
la fredda pistola dei versi
in tre colpi:
il primo alla testa
poi al cuore
l’ultimo al ventre

Scaricare
la foia
in tre colpi
e tacere per sempre
morire di noia

Vieni, o settembre
dei palpiti, andiamo
c’è un autunno da accogliere
un inverno nell’animo
da preparare

Vieni
vita
spasima ancora nelle mie vene
fibrillami il cuore
disseccami, disquama
la pelle
col sudore dei giorni normali

Volete la verità

ma dal ghigno suppurato delle vostre coscienze
non ci credo
io non credo più a niente.

Non ai libri
non ai bambini
nemmeno ai sorrisi
di chi tende un tozzo di pane
o di chi lo riceve

Non credo alla sete
non credo alla fame

Non credo al dio
che ci spinge a tagliarci le unghie
a vestirci
ad andare a ballare
a lasciare un qualunque piccolo anfratto
di universo
per andare a fanculo

Non credo neppure
all’enorme potenza
delle parole
che escono dalla bocca
dal cazzo
dal culo

Guardatemi,
in tutta coscienza:
vorreste ridurmi a brandelli
a colpi di scienza
sapere che i versi hanno
una ragione
che le pistole
non servono ai poeti
che se mi scarico tre colpi
faranno un rumore di peti

che sono innamorato
da per sempre
come tutti i poeti

che soffro
per la gente che soffre
come tutti i poeti

per chi muore coperto dal mare
per i piedi di mio nonno
sulla barella
(e le ultime sue parole
chiedevano cibo e caffè)
per il corpo resuscitato di mio padre
per l’amore che provo per te
che non lo so dire
che non lo so fare

per un bagno lunare
all’alba
in una spiaggia solitaria

Per la vita
acerba
violenta
che si respira fin dove c’è aria

Per il vuoto
per il niente
compreso nella parentesi di queste parole
che vorrebbero in mezzo
il nulla di nuovo che c’è sotto il sole

Ulula un motore alla luna
la lamiera cigolante
si contorce
guaisce alle stelle
c’è sangue
una sirena
distante
s’avvicina

Tutto è immobile
fermo
nel mio occhio che guarda
l’universo
come tralucente
nell’iride di una biglia

Solo mi bagnano ogni tanto le ciglia
certe immagini
che mi vedo negli occhi
con la stessa violenta forza
di un delirio notturno

Guarda: è quasi tutto adesso
come allora: questo tavolo
bianco
le arachidi, le bustine
di zucchero da riordinare
un bicchiere con segni di labbra
e il whisky
colore tramonto.
Il sigaro aspetta di essere acceso
quando la tua voce,
coi lampi di tempesta dal nord,
al telefono si scaglierà contro
l’avversa fortuna
che ci tiene lontani,
atomi destinati
al silenzioso schianto
dell’amore,
dal canto di un letto
all’infinita voluttà siderea.

II.

Abbattere
i muri
dei suoni
per penetrarvi le orecchie

pretendere versi infiammabili
detonare
perforandovi i timpani
abbagliando di amore
le spente pupille

Dalla mia bocca
germogliano fiori
con spine
che mi feriscono la lingua

ogni mia fiera parola
è sanguigna

Intriso di lacrime e sperma
il mio passo
raccolto nel fuoco degli occhi
è grondante del vino
dei sentimenti spremuti

Degli amori perduti
mi rimangono gli acini secchi

Mentre seziono cadaveri di ore
per ricavarne
ricordi caldissimi
di sangue
di carne.

Chissà se fuori piove

La terra si muove
nonostante i miei sforzi
non vuole
sbagliare traiettoria
nemmeno per un giorno

Quest’orbita fissa mi incanta
e un amico mi parla d’amore
mentre osservo le volute del fumo
della sua sigaretta

Abbattere
i muri
tra il porno e l’amore
tra il dubbio se amare la vita
e l’essere certi
che tra poco si muore

Trovare la formula
per farvi alzare di scatto
esultanti, impazziti
gettandomi petali addosso
come fossero insulti

O disperazione sottile
invocata
nell’aspettare la metro
se qualcuno si suicida più in là
nell’estasi
di una minigonna che passa
nella mano morta
di vecchi morenti
sul tram
in un ricordo di labbra
che se ne va
nel non sapere
disegnare un paesaggio
coi versi
nella premonizione
che non sarà il bere
o il fumare
sarà il cuore
a cadere di schianto.

Ma non un sorriso
né un pianto.

Guardate!
Guardate!
Sono di nuovo un poeta!
Per scherzo
per scherno
per consegnarvi a domicilio
un domestico inferno.

Con uno sguardo lucente
vi verso un amaro liquore
per farvi ubriacare
di noia e dolore
di giorni normali
per volervi a osannare
questo fulgido e fertile niente
per stringervi a me
dirvi ancora che vi amo
perdutamente.

In alto il calice!
Dalla chioma spiovente
di salice
si affaccia il mio ghigno
da seduttore.

III.

Distendere
il velluto della notte
per sentirlo sui palmi,
sulle guance,
avvolgervi gli spigoli del corpo,
i fori per la bocca
per gli occhi

si dovrebbe vedere
mi dicono
almeno un po’ di bellezza
intuire
un profumo di fiori
un sapore di miele
una stella

una stella

pulirsi
le suole sulla soglia del mondo

Carezzare un pensiero
lasciarsi
baciare

buttarsi a capofitto
nell’abisso dei giorni
agganciati alla corda
corrosa
di un fiacco ideale

Farsi solo del male

Il gioco è fatto
Rien ne va plus

Uno scatto
nel meccanismo del cosmo
la molla segreta
sferraglia
scricchiola tutto

e ancora
mi dicono
d’essere poeta

Basta
miseria
andiamo al dunque

Battere strade randagie
alla ricerca di un senso
qualunque
innamorarsi per scherzo
fermarsi a pisciare
a comprare un kebab
rivedere dei luoghi
in cui si è stati felici
mentre in fondo
nel pub
due quarantenni continuano a baciarsi
i loro corpi
sudati
salmastri e arsi
qual meravaglia
qual meraviglia
un padre vola vola con la figlia
e
io
io
me ne sto
come un io inventato
dentro un bistrot
a guardare un tatuaggio sfibrato
su una spalla invecchiata
con un whisky che raschia la gola
sempre meno di quanto dovrebbe
a chiedermi come sempre
la ragione
la trama di tutto l’ordito
proprio come un coglione
e a non farne parola
con l’ennesima ragazza
a cui offrirei da bere

Io mi porto dappresso
questo vecchio ingrigito me stesso
per guardarvi al di là del mio naso
per fiutare l’odore dei giorni
nella vita che puzza di caso

E romperò con i versi il sigillo
sanguigno,
la ceralacca
con impresse le mie sofferenze
per rivivere amori perduti,
ritrovare i sorrisi più veri,
la vita bislacca
imbevuta di lacrime e vino.

Dovreste andare fieri
della mia scintillante ubriachezza
bruciandomi i versi
dinanzi alle ardenti pupille.

Io non sono che questo:
un crepuscolo lento,
un fiotto
di sangue dal naso,
un saluto scortese,
un viottolo
aguzzo di pietre,
una notte
incantata,
un addio,
un groviglio di contraddizioni,
un’immensa città decadente.

Un bagliore
lontano

Vegliami
stella
non so più dove andare
nell’eterna vigilia del niente.

ph Carmelo Tempio

Cateno Tempio (1983) insegna filosofia e storia in un liceo. Ha collaborato con la Villaggio Maori Edizioni, dirigendo la collana filosofica Ellissi, pubblicando inoltre Quel che viene a mancare. Il saggio critico e Carmelo Bene (con D. Dell’Ombra, 2012) e Apocalissi e conversione. Sulla catastrofe dell’occidente (2014). Per la stessa casa editrice ha curato il volume collettaneo Critica dei morti viventi. Zombi e cinema, fumetti, videogiochi, filosofia (2016) e pubblicato il romanzo L’eroe della montagna. Ascesa e cadute di Marco Pantani (2016). Nel 2015 ha dato alle stampe la raccolta poetica Ultimi versi (Terre Sommerse Edizioni). Per novembre 2018 è prevista l’uscita del suo secondo romanzo Vita in frantumi, per la casa editrice Rosso Malpelo. È tra i responsabili di alcuni siti web che si occupano di filosofia e poesia, tra cui sitosophia.org e riversopoesia.it.

 

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