QUESTO GIORNO [Dramma in un prologo cinque quadri e un epilogo]

PROLOGO

Di mattina, in genere, produco
le idee migliori, o forse le più banali,
come questa:
scriverò la partitura della giornata tipo,
questa giornata.
L’ho già tutta dentro, si tratta solo
di verificare mentre la vivo:
tra la vertiginosa promettente
sensazione che porta,
con la prima luce,
grattando alla persiana, il gatto,
e l’ennesima disfatta sul campo
che registrerò a sera,
mentre, ronfando beato sul divano,
il gatto sente tuttavia di essere osservato.

 

MATTINA (I) – [adagio]

Dev’esserci una forte componente
di masochismo se, nonostante le avvisaglie
già da più giorni in casa, stamane prendo
ed esco in strada sul mio callo dolorante
proprio lì dove il piede sinistro poggia.
E mentre vado, sforzando il passo,
nell’umidore novembrino, mi chiedo
quale colpa abbia deciso di espiare
calzando, oltretutto, le scarpe nuove.
Forse voglio semplicemente dimostrare a me stesso
che a certe sofferenze posso fare il callo: e lo schiaccio,
come chi schiaccia la testa velenosa del serpente.
Più difficile e dolorosa si rivela però la cosa
con l’altro callo, quello che mi va crescendo dentro,
che mi trafigge anche se sto fermo.

 

MATTINA (II) – [andante]

Una cosa infine l’ho imparata:
che la speranza e la vita si possono perdere
in qualsiasi momento; non di mattina
presto, quando, come stamattina, c’è ancora
la curiosità di guardare il mondo attraverso
il buco della serratura di questa porta a vetri
sporchi, che il vento di tanto in tanto sbatte,
rischiando di mandarla in frantumi.
Corre intanto l’orologio, non aspetta
il tempo che si attarda
nelle anse del suo corso nascosto, ipogeo.
Risuona già nell’aria la sigla del telegiornale,
e abbaia concitata la voce
di chi declama – con enfasi e male – il sommario.

 

SUL MEZZOGIORNO [moderato]

Qui sulla terrazza davanti
a questo mare che muove lentamente i fianchi:
per assistere alla replica del mito,
la dea che, nuda, sortisce dalle onde.
Ma è tardi, peccato: si sono già rotte
le acque, è già volata via lontano,
la dea, stretta nel body termico fasciante,
sulle scarpe da runner sgargianti.
Gusci vuoti e frammenti di conchiglie
tra i sassi levigati, una bottiglia di birra
rotta, il pescatore sul seggiolino inganna
l’attesa parlando al cellulare:
tutto quello che resta dopo il miracolo pagano.
E sento il rimbombo di un passo pesante
sul tavolato, mentre mi allontano
volgendo le spalle al mare.

 

POMERIGGIO/SERA [grave]
(Le ore morte)

Fanno, sotto i piedi, lo stesso scricchiolio
delle foglie morte, queste morte ore
che ripercorro, a sera,
sulle gambe di chi non è più
della partita:
un crepitare di echi e sfumature,
storie infime e grandi storie.
E mentre così, dolorosamente,
il cammino vado tracciando, provo
a convincermi che tutto
non sia avvenuto invano.

 

NOTTE [allegretto]

A tal punto solo e sperso, che la Solitudine
chiama per fare di me il suo compagno.
(Così balugina l’immagine nel sogno.)
Ma io non ho più orecchie
per ascoltare suono di parole:
volteggiano intorno, mute, le parole.
Prova allora con un gesto della mano,
come a dire: Vieni, ti aspettavo.
Ma io non ho più occhi
per vedere cenni di alcun tipo:
immagini fioriscono dentro, cieche.
Si avvicina infine, e sfiora
con le labbra le mie labbra chiuse.
Così solo, da troppo tempo solo,
pure avverto l’ebbrezza del bacio.
E, d’un tratto, mi abbandono alla sorte:
fuco pronto a celebrare il rituale d’amore
con la Regina. Fino alla morte.

 

EPILOGO (?)

E dopo, dopo sarà forse
ancora un altro tempo,
immobile,
senz’alba né tramonto,
lunga infinita
notte bianca fitta di epifanie
pronte a farmi corona intorno:
poeta laureato accolto infine
nel cenacolo dei momenti riscattati
dalla condanna a vagare –
diafani fantasmi –
tra le pieghe del passato,
indefinitamente.

 

in copertina Arshile Gorky (1904 1948)

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin
Share on pinterest
Share on tumblr
Share on telegram
Share on whatsapp
Share on email

Potrebbero interessarti