sentiero cinque torri

sentiero cinque torri

Gaia Ginevra Giorgi

sentiero cinque torri

avevo il respiro ingrossato
spezzato
mentre risalivamo il sentiero
di pini odorosi
tra il bosco e l’ombra
che seguiva
il tuo passo di guerriero
di fuggiasco

ogni pausa
s’imprimeva
nel limo dolce
come nella memoria
cristallizzate le viole e
ogni gemito

tra il sudore – il sale
ed il sole
tra l’incanto
e la disperazione

con la schiena
spenta nel fango
e con la bocca
calda e bagnata
spalancata al cielo
ispido d’estate

pregavo che la crosta del monte
cedesse al mio peso
e mi trattenesse
da lì a sempre

ma tu avevi la quiete dei vetri
in testa la quiete
che sale dopo un gran
piangere

se si faceva attenzione
dall’alto
si poteva osservare la schiuma
d’ogni onda che si dibatteva
tra gli scogli

il rintocco delle campane
dalla cima turchese
scendeva sui nostri corpi
come una sentenza

*

*

diciassette (barrato) ovvero Torino Sud

la tua vita odora
d’incisioni
su legno bagnato
scavato
aperto

Torino Sud evapora
sotto il mio sguardo di superstite
io sbavo
fumo blu – dalle diciassette
comincia a diffondersi

secca la sera
tra i nodi dei rami neri
di certi grandi alberi
spiati dal basso della strada
siberiana tra gli scheletri
dei palazzi

poi svanisce
come una costellazione
alle prime luci
d’un’alba gelida

sul diciassette (barrato)
una ragazza orientale – sacerdotessa
di bottiglie di gin e
tavolette di cioccolato
ha – al posto degli occhi –
due piccole lune offuscate
anoressiche e scalze
a volte spara
con la mano

sciamanica domenica

un uomo con immense spalle
da cacciatore di volpi
dalla bocca sputa latta e
tra altri metalli
fischietta
e non si dà pace

io – di per me
do le spalle al conducente
e penso alla tua vita

che odora d’incisioni
su legno bagnato
scavato
aperto

*

*

ho squarciato la sera ovvero Avigliana

ho squarciato la sera
un cono di luce azzurra
o violacea – non
ricordo

sto sepolta in un giardino
– insensato d’erba scura
appena tagliata –
che sembra un lago

seta bianca stracciata
la mia pelle s’irrita facilmente ma

trattengo dentro
l’odor di cumarina
e penso al giardino
che scintilla

(ansimo
come un gatto moribondo d’agosto
sul tetto rosso della cascina)

al fosso bianco
all’alba liquida
che sarà

al mio armadio
– in chissà quale città –
tagliato a metà
da un’autostrada deserta

colano a picco sul mio ultimo treno
gli alberi penitenti

la mia testa è una cassa da morto
ci sono gli eco dei ricordi più crudeli
da conservare

*

*

*

nel pallore disperato
d’un qualunque risveglio
contavi i promontori vergini
ed erano sempre tre

a guardarci bene
sembrava non fossero mai stati
scoperti prima

non te ne sapevi dar ragione

l’estate assorta
gonfia veniva su dall’acqua
bollente di quarzo sfranto
come una donna già matura
con sacre braccia da uliveti ventosi
e da altre manovre segrete

sfumava al monte
culla di polvere e cristallo
saliva medusa
leggera leggera
la nube sfilacciata

e non te ne sapevi dar ragione

che tutto questo
così come ti è stato dato
ti sarà portato via
poi

*

*

*

oltre la bouganville di giugno
il gelsomino – l’oleandro
e l’edera che cresce bruna tutt’intorno

si vede il pozzo viola d’ardesia

da uno squarcio nel cancello
dal viale marino d’aranci
che come il vento di sale
conduce sulla via di casa

e penso a quanto dev’essere tragica
e immobile l’esistenza
per due statue di riviera
dalla pietra condannate
alla posa dell’attesa

e due bambine più in là
arrese al marmo liscio
della languida scalinata
fiutano insaziabili
l’aria fresca della sera
e ridono
e si fanno promesse
che non sapranno mantenere

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