Sofia Fiorini, “La logica del merito”, e l’effetto “risarcitorio” delle parole

Sofia Fiorini, “La logica del merito”, e l’effetto “risarcitorio” delle parole

Le parole garbate e precise di Sofia Fiorini nel libro La logica del merito (Interno Poesia, 2017) si legano a chi le accosta per una sorta di incanto naturale. La sua poesia possiede molti talenti, non solo la grazia e l’eleganza che Isabella Leardini ha sapientemente rilevato in prefazione, ma anche una caparbietà venata di candore. Il suo è uno sguardo leggero ma non ingenuo, che si posa sul mondo traendone un succo ora di gioia ora di dolore, perché sa che da tale intreccio è la vita.
Risalta per originalità e intonazione un trittico di poesie dedicate alle figlie ipotetiche, tre ritratti immaginari che sono meno testimonianza di desideri che confidenza autobiografica, “Con te questo mondo avrà coraggio / e case con le porte / e intimazione per le cose irrisolte.” (Ad Anna, che ancora non esiste). In particolare, i versi diretti A Rosa, che forse non sarà descrivono una figura che si fatica a non far coincidere con l’autrice, e infatti meglio abbandonarsi alla fantasia e veder scaturire dalla pagina le sembianze di Rosa/Sofia: “tu sola hai la bellezza / delle cose leggere. / Sarai nei capelli intransigenza / e nelle pose molto classica”.
Tuttavia il tono prevalente, il linguaggio preferito da Fiorini è quello che abbina in ogni testo, microcosmo di compiuto equilibrio, termini e immagini d’impatto stridente o doloroso con altri di segno distensivo, come a intendere che l’arte combinatoria delle parole possa originare un effetto risarcitorio e in qualche modo compensare le offese della vita. Basterebbero i titoli delle sezioni a mostrare l’oscillazione dall’uno all’altro senso (Le promesse, Le croci, Il pegno della terra, I fiori, La grazia), oppure valga esemplare fra tante occorrenze la chiusa di Vivo tra l’attenderti e il distrarmi: “nella forma delle case / o delle croci – in un legno / o nell’altro, fiorirmi addosso”.
Molti versi di questa raccolta si schiudono luminosi fra le dita, eccone alcuni: “riderai come un congedo / a chi attende risposta”, “è l’incuria che fa guastare il fiore”, “la carezza spiega la mancata resistenza”. Ma è ben difficile scegliere, ogni poesia è una spada gentile. Non si dimentica.

 

 

 

Se apro la finestra domattina
è per salutare la luce
che chiede il prezzo della notte
– so di dover meritare
l’ombra che porto a passeggio,
o per riflesso di bestia
che non sa stare a lungo ferma.
Mi alzo come gli uomini addestrati
a cercare un senso tra colazione e cena.
Elefanti che non riescono a impazzire:
il nostro circo.

 

Io aspetto i giorni liberi
poi spreco le estati.
Programmare di sbocciare
nelle ore bianche,
utile come sperare nel vino;
non c’è bocca che rifiuti questo calice
né labbro che lo baci mentre beve.
La gentilezza degli estranei
nei miei passi
– sono ospiti che non rovinano la casa.
Al mio sorriso divino non penserai
quando altri ti sorrideranno bene.

 

 

A Rosa,
che forse non sarà

Già vedo che di tutte
tu sola hai la bellezza
delle cose leggere.
Sarai nei capelli intransigenza
e nelle pose molto classica
– delle tre sei la più epica,
riderai come un congedo
a chi attende risposta.

Ti dono tra gomiti e ginocchia
tutte le mie spine,
perché so che sai risolverti
come un bacio o una carezza
che così basta a se stessa.

 

 

Quando dicevi di odiare le porte
per sbatterle di più, farti sentire,
e maledicevi alle stagioni
gli stessi fiori rossi che accudivi,
sappi, io ho ascoltato ogni bestemmia;
te lo vedo ogni volta sulla faccia
che è la tua infedeltà concessa.
Se è così che provi a non morire,
ancora ti permetto di guardare:
sarò per te il ciclamino cremisi,
ti ripeterò nel tenermi al caldo.

 

 

Vivo tra l’attenderti e il distrarmi
nei miei fiori –
sciogliere i capelli e riposarli,
finché mi convincerà un tuo giorno
a staccarmi dagli anelli e dagli argenti,
dal cieco volerti legare
fosse solo alle ossa delle dita.
Quel giorno i miei piedi adempieranno
alla ripetizione naturale, faranno terra
tonda intorno, e tu potrai affilarti
nella forma delle case
o delle croci – in un legno
o nell’altro, fiorirmi addosso.

 

Arrivi dallo spazio delle api
senza che ti annunci una stagione
e l’ultimo vento che ti porta
ti appoggia alla mia spalla.

Io vivo nell’assenza tua leggera
del non essere mai stato – posso
averti intorno solo in sogno
ma giù dal letto ancora non ti ho avuto
mai vicino – sei stato solo attorno
a questa testa mia piena di fiori.

 

 

Sarebbe la sera per appendermi
al tuo fiato e per chiuderti sugli occhi
il mio respiro, affidarti alla sera
– poi mi fido del risveglio che sarai.
Ti apro una parola nelle dita
e ti scalfisco la conca della mano
tua bellissima mancina; di lontano
la carezza spiega la mancata resistenza.

 

 

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