“Un affabile canzoniere d’amore”, Graphe Edizioni ripropone il libro d’esordio di Enrico Testa: “Le faticose attese”.

Graphe Edizioni ripropone, a distanza di trentasette anni, l’esordio di Enrico Testa, tra i poeti più significativi del panorama letterario odierno, “Le faticose attese”, al tempo edita nel 1988 presso le Edizioni S. Marco dei Giustiniani, con prefazione a firma di Giorgio Caproni. Al tempo definita da Giovanni Giudici “un affabile canzoniere d’amore”, la raccolta ha mantenuto pressoché inalterate alcune “disposizioni d’animo e di stile”, sicché Testa medesimo ne parla come “un autoritratto dell’autore da giovane”. Ravvisabili sono del resto alcuni “temi, affetti, atteggiamenti sentimentali (e ossessioni)” a cui l’autore è rimasto fedele.
L’opera, articolata in tre sezioni, “Le lame dei sogni”, “Tamburelli e sonagli” e “I lampi della rosa”, rivela scelte linguistiche, avverte Caproni, apparentemente semplici, “quasi à la lisière de la prose”. Ma la levità dei componimenti è da subito smentita dal titolo complessivo della raccolta, “Le faticose attese”. Suggestivo l’accostamento della fatica all’attesa come momentum destinato all’integrazione, nell’esperienza poetica, non solo della visione epifanica, ma anche dell’istante che si ripete in eterno, come cristallizzato nel flusso delle cose:

passami il pallone, per favore:
la partita, che sembrava ormai finita
al lento, inavvertito sfiorire del fanciullo,
riprende ogni notte e va avanti senza mete
e dura sino all’alba,
che mi ripesca col suo amo aguzzo
infangato al fondo della rete

Il mai più è, agli occhi del poeta, luogo limitrofo all’eterno, implicato nella possibilità di recuperare il passato:

ti ricordi tu che sei partito
i vagoni innevati passare sulla costa
lungo il mare?
Li guardavamo dalla cima del monte
a febbraio tra gli storni e i tordi
posati sui roveri sui rami del cielo.
Io li ricordo sai
e sul loro filo mi dondolo
come sull’asta del trapezio
dondola la sua anima
l’animale chiamato criceto
dietro la rete nel parco
dietro il velo degli occhi

Il presente è destinato al canto e alla consapevolezza della non permanenza di ciò che pure rimane compreso nel richiamo dell’eterno:

non resta nulla sul setaccio:
le pagliuzze dorate
i ricordi
la sabbia dei giorni
tutti i suoi morti
passano via.
Saltano sulla rete
solo poche sciarade
sciagurate e stanche
da canaglia triste e penitente:
capricci malinconici
da piccolo delinquente
Da tale constatazione il senso delle “faticose attese”:
oh le infinite le faticose attese:
i nascondigli le sorprese
i tuoi denti gli occhi ridenti
i nostri sudori i tremori:
c’è sempre qualcosa da fare
anche nei giorni passati ad aspettare
che il buio abbracci il sole

Il “tu” cui l’autore si rivolge è coinvolto nella fatica della memoria a ricostruire, per mezzo delle parole, una temporalità intessuta tra attese e impermanenze. Infatti, l’autore dichiara:

A dispetto del tempo e dei costumi dei tempi, la persona a cui è dedicata questa edizione del libro è la medesima della prima. Ancora e per sempre.
Si tratta di un “tu” il cui ritorno s’invera nelle “faticose attese” che contraddistinguono il perire e il rigenerarsi delle cose:

avvilito dai tuoi dispetti
il cactus sulla libreria
ingiallisce giorno dopo giorno.
Tu non lo sai,
ma il fiore che regala
togliendosi di torno
è lo sbadiglio della luce
che prega il tuo ritorno

A questo proposito, Caproni osserva:

Sono poesie – tutte – che sembrano scritte quasi à la lisière de la prose, tant’è apparentemente semplice il linguaggio. Apparentemente, dico. Quindi in guardia. Sotto l’estrema lucentezza di tale semplicità, più d’una volta (anzi il più delle volte) s’aprono baratri da capogiro. Non è infatti un mondo idilliaco, pur se ne ha l’aria, quello di Testa. Già il titolo: Le faticose attese, che sùbito propone al lettore non disattento un tema (o problema) terribile, così ricco di profonde implicazioni sacre e profane, qual è appunto quello dell’attesa.

E aggiunge:

Son comunque baratri (o, meno enfaticamente, trabocchetti) i quali non tolgono del tutto a Testa (che nei suoi momenti più felici mi ricorda persino un poeta a me carissimo, e talvolta anche “invidiato”, Luciano Erba) quello che in musica si chiamerebbe il brio inventivo, capace spesso di delicati estri ritmici e timbrici, raggiunti — parrebbe — con la più “elementare” naturalezza, e invece frutto di sapiente calcolo.

L’attesa, dunque, è tanto più faticosa quanto più si rende difficile penetrare le porte dell’invisibile:

nel bosco del mio
e del vostro pensarci
pregava pregava
di fronte al viso dell’invisibile:
che lo scirocco,
gramo tra i rami della vigna
tra la rete delle canne,
liberasse un magro sospiro;
ci portasse,
stretti in un carretto
di poche assi,
dai pinastri del monte
verso il mare
a ridere assieme
a masticare l’amore
con le bocche piene
del suo agro sapore

Ma che cos’è l’invisibile per Testa? Forse il luogo dove il mai più si ripresenta nella forma di improvvisi bagliori? Forse il regno della lontananza? O ancora la dimora prelinguistica di ciò che poi è chiamato ad assumere una forma? La parola poetica è in tal senso aperta alla pluralità degli eventi ma non è in grado di sancire nulla di definitivo. Essa, piuttosto, è il regno del provvisorio:

no non sei qui
ma in una delle valli
dove il merlo frantuma
il guscio dell’angoscia
e il ghiro ruzzola contento
nella v di intervalli

Interrogativi questi che lasciano sgomenti e che appaiono destinati a restare insoluti:

la donna nella foresta
la bestia nella casa
sillabavano un canto lontano:
lungo le rive del pianto
il cacciatore e il pellegrino,
presi dall’incanto,
fecero la brutta fine
che fanno i poveri cristi:
se si deve restare qui
conviene non essere tristi

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