Viola Di Grado. Cuore cavo

Copertina Cuore Cavo

“La libertà, così importante per i vivi, appena muori si slabbra all’inverosimile”

Da vive, le persone sono così libere da aver bisogno di un bordo. Per istinto e per cultura lo identificano con la morte. È sempre stato così, è stato così per tutti, e lo è ancora. Le persone credono che finire di vivere segni un limite. Che sia il trasferimento in paradiso o la semplice cessazione delle funzioni vitali, hanno sempre immaginato questa linea divisoria. C’è bisogno di questo “muro”. C’è bisogno di sapere che non può essere abbattuto. Nessuno ha il coraggio di immaginarne l’assenza. La letteratura e la religione hanno coperto questo muro di scritte pietose. Un estratto esemplare per il senso del medesimo romanzo “Cuore cavo” (edizioni e/o) scritto dalla giovane autrice catanese Viola Di Grado reduce dal successo del libro d’esordio Settanta acrilico trenta lana valsole il Premio Campiello Opera Prima del 2011. La Di Grado affronta un argomento che buona parte degli uomini vuole costantemente allontanare dai propri pensieri e dai discorsi quotidiani, ma il  “muro” fa parte di noi e prima o poi dobbiamo scavalcarlo e “andare verso l’ignoto”. È questa la riflessione centrale della scrittrice condotta con lucidità e coraggio inconsueti vista la giovane età. Protagonista del romanzo una suicida che lascia il mondo terreno il 23 luglio, ore 15.29, del 2011. Ciò  nonostante continua a “vivere” in un aldilà che non è quello dantesco ma quello immaginifico e, volutamente fantasioso, ironico, gioviale, che, fra le accattivanti righe, la Di Grado lascia cogliere al lettore. Un cammino senza fine per un corpo che tende a disfarsi dell’anima, il cui distacco non potrà, in alcun caso, essere definitivo. L’osservare il mondo da un’altra dimensione è un gioco che registra il piacere di immaginare come potremmo essere al momento del trapasso. Dorotea Giglio, questo il nome della protagonista, assume un’altra impalpabile dimensione, non di fantasma – sarebbe fin troppo banale –  assiste, senza essere vista, allo svolgimento della vita dei propri cari, in particolare della madre e della zia. Solo il vecchio proprietario della cartoleria dove lavorava, per chissà quale incanto che la scrittrice non spiega, ma lascia alla fantasia del lettore capirne il significato, riesce a riconoscere la “morta” conservandole il posto di lavoro. Poi vi sono gli amori, prima (Lorenzo), dopo (Alberto), impossibili entrambi. Di questo romanzo, dunque, la grande sorpresa nasce dalla scelta dell’argomento trattato con meticolosità scientifica: le centosette uova della mosca sarcofaga, l’aspergillus candidus, dermestes lardarius, necrophorus humator, ecc. Quello che resta dopo la lettura di Cuore cavo è la freschezza e la leggerezza con la quale Viola Di Grado amalgama la vita, più o meno segreta dalla madre, della zia Lidia, morta annegata, la zia Clara che rimane incinta senza sapere chi è il padre, i suoi amori adolescenziali, i ricordi d’infanzia e le amicizie che nascono fra i morti che fra di loro si riconoscono e si “vedono”, i suoi gusti, i cantanti preferiti, come Amy Winehouse, Whitney Houston e Sinéad O’Connor. La libertà, così importante per i vivi, appena muori si slabbra all’inverosimile: la realtà non può più porvi dei limiti. Anche la libertà di parola: nessuno ti sente. Non c’è niente di più triste dell’eccessiva libertà, è un altro dei passi significativi del libro. «La narrazione per me  – ha dichiarato la Di Grado -, deve basarsi su continue trasfigurazioni e capovolgimenti. Qui mi stava a cuore restituire l’idea della continuità, nel senso che la morte non è una fine né un evento che inizia e finisce nello stesso istante, ma l’inizio di qualcosa. Almeno biologicamente è l’inizio della decomposizione del corpo, un processo complesso lunghissimo. Volevo rompere questo tabù».   

(Pietro Ciccarelli)

 

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