1Libroin5W.: Andrea Alba, L’ombra di Kafka, Arkadia.

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Chi?

Al centro del romanzo c’è Cristina, alle prese con una tesi su Kafka e con l’irruzione destabilizzante di un traduttore improbabile, capace di mettere in discussione ogni sua certezza. Attorno a lei si muove un gruppo di giovani in formazione, ma i veri co-protagonisti sono i libri stessi, colti non come semplici oggetti o riferimenti, bensì come presenze attive, quasi personaggi, che intervengono e orientano la vicenda. Kafka in primis, ma non da solo.

Cosa?

Il romanzo mette in scena la letteratura come dispositivo di alterazione: un sistema di specchi deformanti che non si limita a riflettere il reale, ma lo riscrive, talvolta rendendolo più plausibile della realtà stessa. È su questo slittamento che si costruisce l’intero impianto narrativo, mentre la vicenda dei personaggi — il giallo filologico, la ricerca del traduttore, le traiettorie dei personaggi — funziona allora come campo d’azione di un discorso più ampio sul senso e sul potere della letteratura.

Quando?

La storia si colloca in una soglia precisa: la fine del Novecento, in quel tornante decisivo che è il passaggio da un mondo analogico a uno digitale. Non è solo una scelta cronologica, ma uno spazio critico. Da un lato, un mondo che si chiude con il suo portato storico e letterario; dall’altro, un orizzonte ancora opaco, difficile da decifrare. Il romanzo abita esattamente questa zona di transizione.

Dove?

Roma fa da sfondo, ma è una città sospesa, quasi astratta: appartamenti di studenti fuori sede, corridoi d’archivio, tavoli condivisi, telefoni pubblici. Luoghi attraversati più che abitati, in cui si consuma il passaggio all’età adulta, tra precarietà materiale e formazione intellettuale.

Perché?

Per affermare la natura attiva della letteratura: non solo strumento di conoscenza, ma forza capace di incidere sul reale. Tradurre, in questo senso, equivale a scrivere: entrambe sono pratiche di trasformazione. Il romanzo insiste su questa ambiguità produttiva, mostrando come la finzione non sia evasione, ma un modo per portare alla luce ciò che di solito resta in ombra.

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Quando ognuno di loro ebbe il suo bel piatto di spaghetti fumanti sotto il naso, smisero per qualche minuto di parlare di quel libro e si concessero una tregua. Ma l’ombra di Kafka era dietro l’angolo, anzi dietro il divano. E si materializzò sotto forma di scarafaggio. Spiccò subito, sulla parete della cucina. Una chiazza vistosa su cui si concentravano adesso gli sguardi di tutti, come la macchia di caffè nella biblioteca dell’università, solo che lo scarafaggio si muoveva. E anche velocemente. Cristina balzò in piedi, spaventata come una bambina, mentre Giulia implorava Fabio e Daniele di non ucciderlo poiché sotto quella corazza poteva nascondersi Gregor Samsa, Gregorio Boemo, o un qualsiasi innocuo insetto che non meritava di finire spiaccicato sul muro come fosse il suo patibolo. 

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