Maria Borio per Emily Dickinson e il nuovo “Cinquantacinque poesie” edito da Crocetti.

«Io abito nella Possibilità –/ Una Casa più bella della Prosa –/ Più abbondante di Finestre –/ Più ricca di Porte –// Di Camere come Cedri –/ Inespugnabili dall’Occhio –/ E come Tetto Eterno/ Le Volte del Cielo – (…)». Versi emblematici di Emily Dickinson scelti per segnalare “Cinquantacinque poesie”, scelte da Jorie Graham (Premio Pulitzer Poesia, 1996), volume a cura di Maria Borio (nella foto di Dino Ignani), che ha tradotto insieme a Jacob Blakesley, pubblicato da “Crocetti Editore”. Una preziosa selezione di versi, tra modernità, lirismo, enigma, ironia, proposti con l’intento di restituire al lettore “una versione quanto più autentica della scrittura poetica di Dickinson e del suo carattere di autrice”, dichiara la Borio che abbiamo intervistato.

Con Cinquantacinque poesie di Emily Dickinson, inizio col chiedere: perché (oggi), dalla voce della traduttrice, leggere questo libro? Cosa può la poesia “contro” la dilagante incapacità di ascolto e cognizione? Può metterci in “dialogo con il mondo”?
Recentemente mi è stato chiesto per quale motivo i poeti di oggi, quelli che possiedono una evidente riconoscibilità editoriale, temano la parola “ispirazione”. Avrei voluto rispondere domandando per quale motivo chi si avvicina alla poesia non la teme, anzi ne va in cerca in modo spasmodico. Forse, chi attualmente scrive poesia tende a interpretare la realtà in modo diverso rispetto a chi la approccia, potrei dire: gli autori scrivono per disincanto e i fruitori di poesia leggono per incanto? Credo che chi scrive si senta chiamato a considerare il linguaggio poetico come un tramite critico di disillusione per un passaggio di maturità: se la poesia esige un’attenzione intensificata verso la vita, i miti – personali e sociali – vanno scomposti, scarnificati, guardati in faccia. E, allora, il lettore cercherebbe l’illusione? No. Sintonizzarsi sulle frequenze che l’attenzione richiesta dalla poesia esige, se si vuole comprendere davvero il lavoro che la poesia fa, ha bisogno di un qualcosa di incondizionato: una disposizione incondizionata a sentire e a pensare. Ecco, riformulerei il significato dell’ispirazione in quello di attenzione incondizionata. Si tratta di un autentico “dialogo con il mondo”, che ci mette alla prova, ci chiede nudità e abbandono dell’ego. Anche la traduzione può essere definita una pratica di attenzione incondizionata.

Quali parole ti trovano se ti chiedo di tratteggiare Emily Dickinson secondo l’idea che, in un lungo tempo di ascolto, ti hanno “restituito” i suoi versi, meglio il suo “fare” poesia?
Tell all the truth but tell it slant…, “Dì tutta la verità ma dilla obliqua”: un verso perfetto, premonitore di un’epoca in cui la verità è scesa dal piedistallo e si sfaccetta, obliqua come la luce che attraversa un prisma. Questo verso mi fa pensare anche a un fenomeno dell’astrofisica, quello della luce scura. Dopo l’esplosione del Big Bang, l’energia luminosa si è espansa in tutto l’universo e perciò è diventata impercettibile ai nostri occhi, ma pervasiva. La luce c’è, anche se non la vediamo. La verità ci attraversa anche se ne siamo inconsapevoli.

Pensando alla tua attività di traduttrice domando: la poesia è realmente traducibile? E se lo, è più corretto parlare di traduzione o di reinvenzione, di riscrittura?
Durante una lezione per il corso di Jacob Blakesley, alla Sapienza, ho provato a spiegare che cosa vuol dire tradurre poesia scomponendo la parola tradurre: “tra-durre”, etimologicamente “tra-ducĕre”, cioè “condurre attraverso”, “trasportare”. Il prefisso “tra”, posto davanti al verbo “ducĕre”, potrebbe suggerire un’imposizione, come se stessimo compiendo una violenza alla lingua, riconfigurando e snaturando un testo. Ma se spostiamo il prefisso e lo facciamo diventare suffisso, cioè “ducĕre-tra”, giungiamo forse a un esito diverso: c’è un movimento incessante, un’azione fluida che passa “attraverso” le lingue e gli individui, un movimento che trasporta le lingue e riscrive noi stessi mentre traduciamo. Provo a fare la stessa cosa con “tradire”, che diventa “dire-tra”. Per dire “attraverso”, penso che occorra saper riscrivere se stessi.

E, ancora, la poesia (dal tuo punto di vista) è più ispirazione o più costruzione?
È attenzione e forma.

Qual è stato, ad oggi, e per quali ragioni, un “insegnamento” ricevuto in dono dalla poesia della Dickinson, se preferisci, “semplicemente” da un suo verso?
Per Dickinson, trascendere vuol dire interrogare: è un atto percettivo e speculativo costante, che attraversa la vita quotidiana in modo pervasivo. L’attitudine a interrogare riguarda molti aspetti: la propria coscienza, la comunità in cui si vive, lo spazio geografico che si abita con i suoi oggetti e la sua natura, ma anche la fede e le idee. Trascendere significa cercare di guardare oltre i limiti di quello che è interiore e esteriore, materiale e immateriale, concreto e astratto. Perciò, la poesia di Dickinson ha sempre uno scopo ermeneutico: ha il coraggio di riconoscere che la fede e le idee, così come il sentire individuale, possono essere autentici non perché possiedono qualità assolute, ma perché acquistano davvero significato se si riesce a considerarli in una complessità di rapporti reali, spesso molto difficili da decifrare. Trascendere non assomiglia a un gesto mistico, ma a un ostinato mettersi faccia a faccia con l’enigma. Il riddle è in fatti una delle forme preferite con cui Dickinson costruisce le poesie (“E, alla fine, attraverso un Enigma –/ Sagacia, devi passare” leggiamo in This World is not Conclusion…).

Qual è la chiave per comprendere al meglio la Dickinson e il suo “Abisso”?

Non temere alcun enigma. Noi stessi siamo molto simili a degli enigmi in carne e in voce. Quindi, accogliere e accogliersi, cioè trascendere e trascendersi, sapere entusiasmarsi come bambini e, l’attimo dopo, maturare: non negare l’incanto, ma viverlo dentro la sua forma reale.

Sceglieresti (riportandola), per salutare i nostri lettori, una poesia dal libro Cinquantacinque poesie di Emily Dickinson (spiegandoci il perché di questa scelta/preferenza)?

Io sono Nessuno! Chi sei Tu?
Sei – Nessuno – anche tu? Allora siamo in due!
Non dirlo! Sai, ci caccerebbero via!

Quanta fatica – essere – Qualcuno!
Quanto volgare – come una Rana –
Sbraitare il tuo nome – tutto il santo giugno –
Ad un pantano adorante!

Una lezione di umiltà e di coraggio, di ironia e di tenerezza lirica, per trovare – si spera – il proprio posto nel mondo.

(la versione ridotta di questa recensione-intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 15.06.2025, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

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