Alessandra Corbetta racconta “Distanze obliterate”, un’antologia “sincrona” che indaga l’impatto della rivoluzione digitale sulla scrittura poetica.

«La soglia vertebrale del possibile/ si coniuga con l’immateriale,/ sono voci in compresenza che dicono/ un mondo di distanze obliterate,/ Babele in cortocircuito temporale». Versi di Giovanna Rosadini che hanno dato il titolo all’originale raccolta antologica, “Distanze obliterate”, edita da “Alma Poesia”. L’indagine parte da un interrogativo, “Fare/pensare/scrivere poesie è ancora possibile nell’era digitale?”, e questo libro, come scrive Lelio Demichelis nella prefazione, ne è la prova. «L’idea è quella di raggruppare i versi di poeti di generazioni differenti per provare a tracciare un filo conduttore sul modo e sul linguaggio usato per parlare, in poesia, dell’argomento e, allo stesso tempo, per monitorare come la rivoluzione digitale abbia o meno impattato sulla scrittura poetica», dichiara Alessandra Corbetta (fondatrice e direttrice di “Alma Poesia”) che abbiamo intervistato.

Perché “Distanze Obliterate”? Obliterate dalla poesia?

Il titolo Distanze obliterate è parte di un verso di uno dei testi di Giovanna Rosadini, autrice inclusa nel volume nella sezione degli omaggi. L’idea iniziale era quella di comporre noi il sottotitolo, Generazioni di poesie sulla Rete, e di rinvenire tra le poesie che sarebbero arrivate il titolo del progetto, e così abbiamo fatto. Le parole di Rosadini, in questo accostamento sostantivo/aggettivo, uniscono un concetto, quale quello di distanza, correlato alla Rete fin da suoi esordi, a un vocabolo, obliterate, che efficacemente ne declina l’accezione con la quale l’idea è stata rielaborata dalle autrici e dagli autori presenti nel volume, con sorprendente trasversalità generazionale. La Rete aveva promesso, dapprima, un abbattimento delle distanze spaziali: anche se lontani, saremmo stati vicini; centinaia di chilometri ridotti a un clic. Contestualmente, la promessa di riduzione distale aveva investito anche la sfera temporale: la possibilità di facile recupero di amicizie e rapporti ascrivibili a un tempo altro della nostra vita rispetto a quello presente, comunicazioni rapidissime, tempi di passaggio tra penso di fare/faccio pressoché ridotti a zero. Eppure, a stretto giro, la Rete ha presentato il conto altissimo dell’eliminazione apparente di queste distanze, generando una modificazione del rapporto pubblico/privato non ancora metabolizzata pienamente e una separazione nella vicinanza, una disgregazione di quello stesso villaggio globale che essa stessa aveva contribuito a costruire. Insieme ma soli, espressione con la quale è stata tradotta nella nostra lingua la titolazione dell’opera Alone together di Sherry Turkle, ben sintetizza questo fenomeno che rappresenta, in relazione al volume, la spinta più forte che ha smosso le penne/tastiere dei nostri autori. La nuova distanza, che potremmo definire come distacco e quindi come allontanamento forzato da qualcosa in precedenza unito, e dalla quale deriva la perdita di valore dei simboli preesistenti (σύμβολον è ciò che è stato messo insieme) e la ricerca spasmodica di nuovi, si è declinata con esiti ovviamente differenti, anche in relazione alla sfera anagrafica di appartenenza; inoltre, l’obliterazione, rimanda etimologicamente ha ciò che non c’è più perché cancellato, reso illeggibile con un evidente richiamo alla parola che in questo lavoro è, insieme alla Rete, grande protagonista.

Come nasce “Distanze Obliterate”? Qual è stata la scintilla?

Per festeggiare il primo compleanno di Alma e per mantenere sempre attiva la connessione online/offline, abbiamo deciso di realizzare questo volume dedicato a Poesia & Rete, uno dei temi della mia ricerca accademica e di uno dei due editoriali che Alma porta avanti. Per Rete intendiamo gli effetti del mediashock sul linguaggio, sul modo di intendere le relazioni, sul senso dell’identità, il peso del frapporsi dello schermo tra noi e gli altri, il mutamento della percezione del tempo e dello spazio, i pericoli e le opportunità offerti dall’online e tutto ciò che, in senso lato, inerisce al Web. L’idea guida è quella di raggruppare i versi di poeti di generazioni differenti per provare a tracciare un filo conduttore sul modo e sul linguaggio usato per parlare, in poesia, dell’argomento e, allo stesso tempo, per monitorare come la rivoluzione digitale abbia o meno impattato sulla scrittura poetica. Per iniziare a indirizzare il percorso, abbiamo voluto aprire il volume con la prefazione del Prof. Demichelis, docente di sociologia economica e poi accompagnare i testi con dei commenti critici; nella postfazione, invece, abbiamo provato a definire alcuni possibili percorsi di senso, derivati dall’analisi delle poesie inclusi in questo lavoro. Con la collaborazione della pittrice Stefania Onidi, infine, abbiamo voluto dare una rappresentazione visiva di un concetto, quale quello di poesia e Rete, apparentemente astratto e intangibile.

In che modo avete selezionato le autrici e gli autori “degli omaggi” e “delle call”?

Attraverso una call è partito l’invito, per chiunque avesse compiuto il diciottesimo anno di età, a mandarci degli inediti inerenti al tema; i testi arrivati in redazione sono stati valutati da tutti i membri di Alma e quelli scelti sono confluiti in questo volume; abbiamo svolto un accurato lavoro di selezione poiché partire da componimenti di buon livello ci è sembrata una condizione imprescindibile per poter avviare un dibattito così importante. Ciascuno dei dieci membri di Alma Poesia ha valutato singolarmente tutto il materiale arrivato assegnandoli, dopo diverse letture e riletture, un punteggio. Attraverso una griglia abbiamo stabilito, sommando i voti di ciascuno, chi fosse dentro e chi fosse fuori e per i casi al limite della soglia ci siamo ulteriormente confrontati. Accanto ai “testi della call” abbiamo voluto impreziosire il lavoro con i cosiddetti “testi degli omaggi”, componimenti di poetesse e poeti affermati scelti direttamente da noi sulla base di dialoghi già avviati in precedenza.

La poesia cosa ha “guadagnato” e cosa ha “perso” nella rete?

Apprezzo molto questo tuo modo di porre la questione poiché sono convinta che quando si analizza un fenomeno complesso come quello di poesia e Rete si debba essere consapevoli che qualcosa si perde e qualcosa si guadagna, come tutte le volte che un cambiamento si concretizza e gli strumenti tecnologici si evolvono. Opporsi al procedere delle cose o rimanere ancorati, in modo anacronistico, a un passato irrecuperabile è atteggiamento sterile, mentre produttivo può essere studiare criticamente questi media, conoscerli e dominarli, anche in relazione alla poesia. Come sappiamo, il termine “poesia” deriva dal greco ποιέω che significa produrre, fare, ma nel senso designato dalla radice sanscrita pu, ovvero creare; la poesia rimanda perciò, fin dalla sua etimologia, a qualcosa che viene prima del concreto, a una generazione innanzitutto prolifera nell’universo dell’idea. Questo per dire che la poesia non ha bisogno della Rete né per essere realizzata, né per esistere una volta fattasi parola scritta. Ciò di cui la poesia oggi può difficilmente fare a meno è, invece, la comunicazione della poesia stessa, e tale comunicazione, volenti o nolenti, passa prima di tutto dalla Rete. Dal sapere dove si terrà un evento poetico, alla notizia dell’uscita di una nuova raccolta, fino ai numerosi incontri online che la realtà pandemica ha accelerato in termini di realizzazione e di frequenza; stare fuori da questi meccanismi significa privarsi e privare la poesia di un importante medium che, come tutti gli altri, è senz’altro ricco di insidie e di problematiche, ma è anche foriero di occasioni e opportunità. Dal canto suo la poesia può insegnare alla Rete l’importanza del recupero di un tempo lento e dello sguardo profondo sulle cose, oltre che lo scardinamento della norma e del riduzionismo forzato dell’elemento qualitativo a mero dato quantitativo; per questo sono convinta che un’azione sinergica tra questi due mondi porterà a risultati sorprendenti e assai germinativi.

Un lavoro pregevole, attualissimo, a cura di “Alma Poesia”, progetto editoriale florido, flessibile e dedito alla diffusione della poesia. Lo vorresti raccontare per quanti ancora non lo conoscono?

Alma Poesia nasce il 4 aprile 2020. Alma potrebbe definirsi sinteticamente come blog, uno spazio online dedicato alla poesia; nei fatti, però, è un progetto editoriale articolato che si avvale di una redazione composta da persone con percorsi di studio e ruoli professionali differenti, in modo da potere contare su uno scambio ampio e poliedrico, e dell’integrazione con gli strumenti comunicativi offerti dalla Rete, nella convinzione che, se utilizzati cum grano salis, possano contribuire efficacemente alla diffusione della poesia. A oggi Alma Poesia, da me fondata e diretta, si compone della Crew costituita da Valentina Demuro, Francesco Destro, Luca Gamberini, Emanuele Andrea Spano e dei Contributors Alessia Bronico, Giuseppe Cavaleri, Sara Serenelli, Martina Toppi e Sara Vergari. Diversi sono gli spazi che caratterizzano il blog: I Versi di Alma dedicati a poesie di grandi autori contemporanei e del passato che continuano senza sosta a parlarci in profondità, commentati e riletti dai membri del nostro team; Le Chicche di Alma per indagare le tendenze e le evoluzioni della poesia contemporanea, attraverso figure ed eventi che la riguardano; Le Interviste di Alma per instaurare un dialogo diretto con poeti contemporanei dei quali si vogliono mettere sempre più a fuoco il pensiero, le idee e il sentire poetico; Le Voci di Alma a partire dalle quali, attraverso note di lettura, commenti e recensioni a opere edite o inedite, provare a tracciare nuove traiettorie all’interno della poesia contemporanea esordiente o già affermata; Gli editoriali di Alma per esplorare questioni di fondamentale importanza legate, ovviamente, alla poesia e al suo esistere all’interno di un contesto socio-culturale, in una prospettiva di scambio aperto e corale, che si avvalga anche di contributi esterni e che faccia della condivisione del sapere competente lo strumento principe del sapere stesso; Le rubriche di Alma dedicate all’approfondimento monotematico di autori che hanno fatto la storia della poesia; Le antichità di Alma per ritornare nel passato classico della poesia e continuare a trarne insegnamento; Le case di Alma dove, attraverso interviste a editori contemporanei di poesia, provare a riflettere sugli scenari odierni con cui le case editrici devono confrontarsi, anche alla luce dei cambiamenti avvenuti a seguito della rivoluzione digitale. Dalla prossima stagione, ti anticipo, Alma si arricchirà di nuovi collaboratori, nuove rubriche e nuovi progetti.

Qual è o quale dovrebbe essere la lingua ideale della poesia? La forma quanto incide sull’essenzialità della parola poetica?

Spero non si arrivi mai a stabilire una lingua ideale della poesia poiché, tra le altre cose, considero quest’arte lo spazio aperto per un confronto continuo sui meccanismi linguistici e sull’evoluzione della nostra lingua, strumento vivo e in perenne cambiamento. Certamente non tutte le forme di espressione della parola possono essere considerate poesia, ma stabilire parametri che permettano di dire cosa lo è e cosa no è sempre più difficile, anche per la complessità e la velocità dei mutamenti indotti dalla Rete. La forma, comunque, è parte integrante di ciò che continuiamo a chiamare poesia e sebbene non debba rappresentarne l’unico elemento definitorio, la sua rilevanza è fuori discussione. Alessia Bronico, che ha firmato con me la postfazione al volume, si è concentrata proprio sull’analisi dell’apparato formale dei testi che costituiscono Distanze obliterate e uno degli aspetti che ha messo in luce è proprio la necessità, avvertita dalle autrici e dagli autori del volume, di plasmare le parole così da rendere anche nel significante e nel suo posizionamento all’interno del testo il senso di spaesamento percepito.

Alessandra Corbetta

Qual è la tua attuale definizione/spiegazione di poesia?

Mi concedo di rispondere in maniera poco accademica e molto personale, dicendoti che la poesia è per me sguardo profondo e attento sul mondo esistente fuori e dentro di noi, che attraverso lo strumento della parola ci torna indietro potenziato e in grado di restituirci un’altra volta il già vissuto; allo stesso tempo la poesia è un colpo di coda dell’occhio, capace di mostrarci, anche solo per qualche istante, la verità delle cose.  E poi è anche il luogo del tempo, l’unico spazio possibile in cui la durata sospende la sua corsa forsennata verso una fine: nella poesia possiamo sempre avere vent’anni, i nostri cari vivono in eterno e ogni istante può rimanere lì, esattamente dove l’avevamo lasciato un attimo prima. Inoltre credo che il linguaggio poetico, nel suo rimanere simultaneamente dentro e fuori la norma, molto possa insegnarci sullo stare, in senso lato, nel mondo. Sono questi i motivi principali per cui la amo così tanto e che mi portano, ogni giorno, a impegnarmi nella sua divulgazione.

Assodato che non basta “andare a capo” per scrivere una poesia, immaginando di doverlo spiegare, quali sono (dal tuo punto di vista) gli “elementi” indispensabili per riconoscerla? 

Potrei enumerare una serie di parametri metrici, fonici, ritmici o linguistici per provare a dire cosa ci permette di distinguere un testo poetico e definirlo come tale. Eppure credo che anche l’elenco più esaustivo non risulti mai soddisfacente, perché la poesia è qualcosa di più grande della somma degli elementi che la compongono e, soprattutto, è indomabile, difficilmente racchiudibile in categorie preconfezionate. Questo non significa però che non ci si debba adoperare – e critici, studiosi e appassionati di poesia mi pare continuino a farlo – per provare a operare delle distinzioni, importanti soprattutto oggi, nel tempo della Rete, che ha rimescolato le carte in tavola. Penso, per esempio, al fenomeno dell’Instapoetry e al suo avere riportato con prepotenza il focus sulla definizione di “poesia”; il vocabolario Treccani afferma che gli “instapoets” sono «Chi pubblica i propri componimenti poetici, di solito brevi e accompagnati da immagini, nei siti di relazione sociale in Rete, in particolare Instagram»; ora: bisognerebbe capire cosa dobbiamo intendere con “componimenti poetici” e se la brevità e l’associazione a immagini siano elementi definitori del testo poetico. In secondo luogo sarebbe utile discernere poesie precedentemente scritte (o parti di esse) e sulle quali la definizione di “poesia” è riconosciuta da gruppi ampi di soggetti, dalla critica e sulla base di uno spazio cronologico esteso, da un testo che strutturalmente potrebbe rievocare la forma poetica, ma sul quale il termine “poesia” non gode della stessa condivisione di cui sopra e che nasce come caption, ovvero con l’intento di colpire, attirare, emozionare e cioè con presupposti differenti da quelli che guidano chi scrive poesia. Bisognerebbe cioè capire oggi quanto sia estensibile l’iperonimo “poesia” e se non possa, invece, essere utile avvalersi di iponimi che possano, in maniera più precisa, chiamare fenomeni che presentano caratteristiche peculiari e solo in parte sovrapponibili al concetto di poesia che, in altra opzione, potrebbe essere ridefinito. Credo che gli instapoets abbiano ripreso alcune delle caratteristiche riconducibili alla poesia, intesa in senso lato, per creare qualcosa di altro, per il quale mi piacerebbe si trovasse un nome diverso da quello di “poesia”, in modo da rendere più agevole la distinzione dei due fenomeni, qualora si voglia monitorare anche il discorso legato al pubblico o ai pubblici. L’Instapoetry non può e non deve essere letta come “la poesia al tempo della Rete” e i suoi lettori devono essere analizzati, per capirne comportamenti e connessioni, non come nuovi fruitori di poesia bensì come fruitori di un prodotto nuovo. 

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