collage poesie giulia tamburini su l'estroverso

 

 

Stridono delle ossa
le caviglie
di un pianto che arriva
di lontano;
cedono – poi –
le ginocchia sbucciate
a colpi di parole.

Spietata
si stacca la testa
da un collo senza spine.

Stordita
da un dolore senza tempo
(r)esisto;
nell’attesa di qualcosa
che muore.

 

*

Mi chiama
un dolore sordo;
con un crudo colpo
spacca la parola
in riflessi di poesia.

Ora la mia morte
– da sempre orfana
di madre –
trova fiato
in carne ed ossa.

Ed io muta,
con passi di farfalla,
mi allontano
da chi non può danzare,
al ritmo stanco
della mia solitudine.

 

*

Ossa.
Doloranti.
Fratture scomposte.
Il collo e bacino trafitti.
Caviglie che cigolano, polsi morti, ginocchia stridenti al passo.

Il corpo colpito ancora
nel trauma di struttura.

Travolto da quella parola
che trancia.

Oggi,
ancora,
tra-passato.

 

*

Mi hai strappato le parole di dosso;
e mi lasci sola,
con quel corpo
che ora pulsa di passione
e desiderio.

Mi hai strappato
i miei (di)segni di dosso;
ora mi costringi
ad incidere la pelle
di dolore.

Mi hai strappato
l’unico racconto di vita di dosso;
come fai a spaventarti
se la mia voce
ora puzza di morte?

Mi hai strappato
l’amore di dosso,
che placava
la bruciante ferita di nascita.
Allora è vero;
anche tu mi ami a pezzetti.

 

*

Restituiscimi
se puoi,
quella voce a me perduta
che ieri
ha cullato con dolcezza,
quel desiderio di labbra sulle mie;
ancora brucianti di sole
e mancanti di parola.

 

*

Ti chiamo
con me
nel luogo dell’abbraccio;
dove i silenzi che siamo,
possano almeno alternarsi
intorno allo stesso respiro.

 

*

Domani

Dolce addormentarsi
– affetti da un affetto
che non affetta –

Che il ricordo
delle mie labbra
sia per te

come musica che gocciola;

e ricalchi ancora
sul tuo corpo
i percorsi
del mio desiderio

 

*

Mai prima ho pronunciato
la parola morte;
avreste creduto
volessi farvi ostaggi.
Altri,
la voglia di uno sguardo,
la vendetta di mancare.
Ma
– ormai dissolto –
dell’altro non v’è
né corpo né ombra.

La morte
– resta –
Unica scrittura possibile
della solitudine che sono.

 

*

Me voilà

Attraversata nel corpo,
sfregiata nel nome
dallo sguardo di orrore
che mi hai impresso come benvenuto
in un mondo già detto;
da lì sempre distante
ferita,
canto
la mia domanda d’amore.

 

*

Hai affondato la parola
nel mio molle ventre;
hai preso in mano le mie viscere
strappandomele via
tra sangue ed urla.

Finalmente vuota
posso solo
lasciarmi ac-cadere.

 

*

Grazie

Perché su di lei
– foglio bianco a me –
ho (ri)scritto
stralci di vita non vissuta.

Perché ora
– a tratti –
posso guardare
quel niente che ero,
(anche)
con infinita tenerezza.

 

*

Appesa dal collo
al tuo collo
hai portato con te
un pesante accollo,
madre.
Ho provato a farmi ossa
perché tu smettessi
di camminare piegata.

Ristagnavo comunque
in quel nodo male-detto.

Oggi, invece, sorridi:
-snodata nel corpo-
posso tendere a te
le braccia al collo,
senza ucciderti
troppo.

 

*

6 Gennaio

E cosi,
stretta la mano,
sarò di nuovo lì.

Lo sa bene:
mi consumo
a trovare parole
per dire quel niente
che fa corpo e disperazione.

E poi ogni suo silenzio
sarà freddo e gelo,
ogni sua parola aspra e pungente.
I suoi sospiri
parranno ridere di me
e del mio dolore.

Infine
la guarderò
con gli occhi straziati del mio essere
umana;
grata che lei si faccia luogo
– per me –
in cui poter ritornare.
Ancora.

 

*

Non ho più il cuore
di sopportare
l’altro che non esiste;
né di piangere
– come si vomita –
questo dolore
come pazza preghiera.

Vorrei salvarti
bambino mio,
dal battito penoso della parola;
che
– nera come una prigione –
ti strozzerà lentamente
con una insulsa condanna
a vita.

 

*

Ci vediamo lunedì
sotto il suo sguardo,
a (ric)amare
quell’orlo di gonna
cucito dai miei occhi
e suoi silenzi.

Serve un bordo di gomma
per affacciarsi
senza cadere,
in abissi di donna.

 

*

Trafitta nella carne
da schegge di pianto,
cerco nel corpo
strade di ossa.

Impicco
– disperata –
la parola al soffitto.
Che sappia
almeno lei,
morire cadendo.

Vi prego
non voglio più sfregiare il mio volto,
della Sua assenza
d’amore.

 

*

Ricami

Inesorabilmente nuda,
invoco le parole
che impediscano
alla necrosi
di salire alla bocca;
al debole alito che resta,
di soffocare nel vomito.
All’impossibile del Vorrei
di sventrarmi,
rivelandomi
nient’altro che carne,
un orrido pasto
e nulla più.

 

*

Je voudrais 

Vorrei scivolare
con la mia mano
lungo la geografia
del mio corpo,
che tu prima hai baciato
con le parole.

 

*

Umanità

Quando riconoscerai
che qui si tratta
di vivere
e/o esistere;
che non sempre
una vita
prende corpo
– mutando nome –
allora
compariranno Omero
e i suoi eroi.

Sorriderai
al Pelide Achille
che esiste solo
morendo “di bella morte”.

 

*

Stilleben

C’è una fessura
tra le parole
che recita un ritornello
di morti;
acida infiltrazione nel
corpo
che sputa lacrime nere
come promesse.

Persino la tua domanda
(d’amore)
altro non fu
che moderna partitura
dell’antico motivo.
Ti spaventavi
sapendomi là
incuneata tra parole;
desiderando di lasciare
la vita in silenzio.

Sola,
nel luogo segreto
della mia malinconia.

 

*

È la sua presenza
che (mi) tiene.
Il suo sguardo spoglia;
ogni suo gesto
– maledizione –
trapassa e trafigge.

Che ogni lacrima
si faccia ricamo
in cui avvolgermi:
la sua stretta divenga
-allora-
solo dolce carezza.

 

*

Sentivo
-da sempre-
che ogni uomo
è un’isola.

Pregate che possa dormire
lo stesso
– stanotte –
sapendo che non esiste
arcipelago.

Voglio sognare
due isole
-d al mare divise –
l’una accanto all’altra.

 

*

Ti porgo la mia mano;
torcerai ancora il mio polso
gettandomi a terra
rantolante pietà?

Regalami una presa diversa
in cui sciogliere capelli
e vestito:
(ri)velando infine quel corpo
– cucito di desiderio –
che si contorce nel saperti lontano,
senza sfilacciarsi.

 

 

*

A che serve sforzarsi
a vomitare parole?

Sventrami piuttosto,
toglimi quel bimbo
(morto in grembo)
a cui l’Amore
– primis –
tagliò la testa.

Quei pezzi di corpo
mutilato,
che mi impediscono
– da sempre –
di prendere corpo.

 

*

Ieri

Qualcosa si scrive
quando la domanda
si rompe nei sussulti del pianto,
la voce si (in)china
alla vergogna della supplica;
le parole vestono
l’umanità
della preghiera.

 

 

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