Ballata delle dame di un tempo che fu

Ballata delle dame di un tempo che fu

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 Minor White, Road with Poplar Trees, in the vicinity of Naples and Danseville, New York, 1955

 

 
Ballata delle dame di un tempo che fu
Ditemi dove, in quale terra
è il più bel fiore di Roma, Flora?
Dove Archipiada,
dove, beltà gemella, Taide?
Dove colei che mormora, 
sovrumana apparenza,
Eco, quando una voce trascorre
sopra un rivo o su un lago?
E dove sono le nevi d’un tempo?
 
Dov’è la saggia, previdente Eloisa?
Per lei si ritirò a Saint-Denis;
perse la sua virilità Pietro Abelardo.
Per amore, sì, quale atroce destino…
e dov’è ora Sua Maestà la Regina,
che ordinò di gettare Buridano
avvinto nei gorghi della Senna?
E dove sono più le nevi d’un tempo?
 
La Regina bianca
come un giglio,
dal canto di sirena,
Beatrice, Alice, Berta
piede grande, Eremburgis 
che regnò sul Maine;
Giovanna, fiore di Lorena,
arsa sul rogo inglese a Rouen,
dov’è più? Dove sono tutte loro,
Sovrana Vergine? Dove?
Dove sono più le nevi d’un tempo?
 
Mio Signore, per tutti i giorni che saranno
non chiedete inutilmente dove.
Non avreste altro in cambio
che l’abuso di questo ritornello.
Ma dove sono più le nevi d’un tempo?
 
 
*
 
 
Ballade des Dames du temps jadis
 Dites-moi où, n’en quel pays,
Est Flora la belle Romaine,
Archipiades, ne Thaïs,
Qui fut sa cousine germaine,
Echo, parlant quant bruit on mène
Dessus rivière ou sur étang,
Qui beauté eut trop plus qu’humaine?
Mais où sont les neiges d’antan?
 
Où est la très sage Héloïs,
Pour qui fut châtré et puis moine
Pierre Esbaillart à Saint-Denis?
Pour son amour eut cette essoine.
Semblablement, où est la roine
Qui commanda que Buridan
Fût jeté en un sac en Seine?
Mais où sont les neiges d’antan?
 
La roine Blanche comme un lis
Qui chantait à voix de sirène,
Berthe au grand pied, Bietrix, Aliz,
Haramburgis qui tint le Maine,
Et Jeanne, la bonne Lorraine
Qu’Anglais brûlèrent à Rouen;
Où sont-ils, où, Vierge souvraine?
Mais où sont les neiges d’antan?
 
 
Prince, n’enquerrez de semaine
Où elles sont, ni de cet an,
Que ce refrain ne vous remaine:
Mais où sont les neiges d’antan?
 
 
(François Villon)

 

 

 

 

Annotazioni (semiserie) di un traduttore

Prima di tutto, il superfluo: mettendomi a tradurre cosa ho voluto dimostrare? Al lettore, lo giuro, quasi nulla (almeno spero). A me stesso molto più di quanto avessi sperato da principio. La traduzione doveva farmi “impadronire” di Villon, consegnarmi parte dei suoi segreti. Com’è andata? L’ho fatto parlare (il mio Villon) in modo diverso da come avrebbe voluto lui. Di più: ho tradotto, tenendo a mente un solo principio: riscrivere la Ballade come se fosse di mio pugno. Un esercizio di stile, dunque? Un gioco di compiaciuto intellettualismo? Poniamo che sia così. Questo articolo vuole essere una trascrizione, fedele per quanto possibile, di un esercizio di stile. L’esercizio, bisogna ammetterlo, non è cominciato nel migliore dei modi. Detto tra noi, mi sono imbattuto in non poche perplessità già dalla prima stanza. Per esempio, l’Archipiade cui si fa riferimento al v. 3 non fu più dama di quanto potrebbe esserlo Conchita Wurst. Si dice anzi che il nostro fosse stato costretto a lasciare gli Spartani, suoi alleati, per aver insediato la moglie di un loro re. Il suo vero nome fu Alcibiade, famoso nipote di Pericle. In questo caso, ho conservato la forma nominale usata da Villon (“Archipiada”) per preservare il più possibile l’identità di genere del personaggio (qui spacciato per donna – del resto, lo stesso Villon non doveva possedere fonti attendibili a riguardo. Tengo per fermo che, se le avesse avute, non avrebbe inserito un uomo in un catalogo di dame). Altra precisazione: contrariamente a quanto accade in Villon, tra Archipiade e Taide (Thaïs / qui fut sa cousine germaine) non corre alcun grado di parentela. Villon intendeva accomunare le due figure in una sorta di comune appartenenza alla bellezza. Tornando alla mia traduzione, la faccenda suonava in modo maledettamente prosastico. E poi vallo a spiegare in mezzo verso che quel “germana” si ricollega a GERMEN (“dello stesso principio”). Ho sondato diverse opzioni, per me tutte insoddisfacenti: “pari in bellezza”, “sorella di sogno” (per dirne alcune – riporto le meno indecenti, per eccesso di pudore). Alla fine sono rimasto molto soddisfatto di “beltà gemella” che trasmette l’informazione in modo fedele e, soprattutto, essenziale. Un ultimo appunto su questa strofe. Con “sovrumana apparenza” ho sintetizzato quel Qui beauté eut trop plus qu’humaine da riferirsi alla ninfa Eco. Si tratta di un uso desueto di “apparenza” che qui varrà nell’accezione di “sembiante” (non me lo sono inventato – dovreste riuscire a trovarlo in qualsiasi vocabolario). Della seconda stanza si dirà almeno questo: la difficoltà maggiore è stata riassumere un episodio di cronaca (l’amore di Abelardo per Eloisa) poeticamente, mantenendo una scorrevolezza e una musicalità di fondo. Non avrei rinunciato a sfruttare l’accento tronco di “Sainct Denys”. In un certo senso mi sarebbe piaciuto utilizzarlo come puntello per la collocazione dei successivi accenti. Dopo numerosi tentativi, mi ero rassegnato alla seguente soluzione: “Per lei si fece frate a Saint-Denis: / fu evirato così Pietro Abelardo. / Per amor suo quanto asperso sangue…”. Si trattava, però, di un’opzione che non mi convinceva. Sembrava quasi che Abelardo si fosse evirato, in senso metaforico, rinchiudendosi di propria iniziativa in un monastero. La furbata, se mi è concessa, è stata introdurre “destino” (v.11), affiancandogli l’aggettivo “atroce” (in assonanza con amore). Infine ho aggiunto un “sì” assertivo che, mi son detto, male non suonava. Il risultato mi è piaciuto (e voglio ribadirlo perché non mi si accusi di falsa modestia). Dunque: “Per lei si ritirò a Saint-DEnÌs: / perse la sua virilitÀ Pietro AbelÀrdo. / Per AmOrE, sÌ, quale AtrOcE dEstÌno…”. Rimarrebbero altre considerazioni. Alcune (forse) più significative di altre. Eviterò le seconde per decenza, le prime per non annoiare ulteriormente il lettore. Mi limito invece a toccare un ultimo punto. In Villon ritorna in ogni strofa il medesimo ritornello: “Mais où sont les neiges d’antan?” (che suonerà più o meno come “Madove sono le nevi dell’anno passato?”). L’iterazione cade in posizione forte, marcando una nettissima cesura tra una strofe e l’altra. Che significa? Villon vuole perlomeno armarci di una certezza: una verità tutta negativa. Ho riproposto nella traduzione la medesima verità, variandola, però, di volta in volta. Solo in posizione di congedo, ho riproposto la sua interrogazione nel modo più fedele. Se qualcuno, mentre fossi intento a sorseggiare un caffè, mi domandasse perché proprio alla fine e non altrove, forse non gli risponderei. Per una questione di opportunità, suppongo. Così, mi pare di capire che io abbia voluto variare un simile ritornello e riproporlo soltanto alla fine per una questione di tempismo. Ma forse anche per altre ragioni: a mio avviso, la variatio veicola un senso di precarietà che non investe soltanto l’esistenza umana, ma anche le parole. Il logoramento, la consunzione dell’esistenza e persino del linguaggio hanno in sé qualcosa di affascinante e di terribile, non trovate? L’avversativa con cui si chiude la ballade serve a rimarcare l’involontaria riproposizione di un dilemma che l’ignoranza può coscientemente posporre (Prince, n’enquerrez de sepmaine / Où elles sont, ne de cest an, / Qu’à ce refrain ne vous remaine), non soddisfare. E che l’uomo ami porsi più spesso domande sconvenienti di quante gli siano lecite non lo scopro di certo io.

 

 

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