Chiedimi ancora: Dibiase e De Lisi

Chiedimi ancora: Dibiase e De Lisi

Poesia performativa e unica vena fra i mondi: Serena Dibiase e Noemi De Lisi

In questa puntata di Chiedimi ancora ad essere messe a confronto sono due poetesse della stessa generazione, nate alla fine degli anni Ottanta del Novecento. In comune hanno anche l’amore per Mark Strand.
Serena Dibiase performa la sua parola attingendo al serbatoio della memoria sensoriale, conscia che «l’oscurità, il dolore è presa di coscienza, l’entropia di ognuno di noi».
Noemi De Lisi usa la parola mettendola al servizio della comunicazione fra i mondi; per lei l’oscurità è sempre uno «spettacolo privato», intimo e conoscitivo.
Due donne, due poetesse: la ricerca di una misura.
Buona lettura!

Rossella Pretto e Marco Sonzogni

 

L’ultima opera edita di Noemi De Lisi è La stanza vuota (Ladolfi Editore, 2017), quella di Serena Dibiase La bambina lo sa (Edizioni La Gru, 2019).

 

 

CINQUE DOMANDE AI POETI: SERENA DIBIASE (1986)

1.
In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Se parliamo di chi s’innerva nella mia scrittura, potrei parlare di alcuni autori cardine della mia vita.
Come Amelia Rosselli, la prima che ho scoperto, estrema, giocosa e al tempo stesso pervasa da un dolore acuto e verticale che si dipana vorticosamente nella sua scrittura. Patrizia Vicinelli così viscerale, ironica, una performer potentissima. Maria Marchesi che esprime la violenza e la tenerezza della carne, sensuale e maledetta, «tra le viscere e l’empireo» da quel non luogo che è l’ospedale psichiatrico. Della sua vita si sa poco o quasi niente e il mistero in genere è un quid magnetico per me. Poi uscendo dall’Italia, Anne Sexton, Sylvia Plath, una più libera, morbida, seduttiva, l’altra maggiormente letteraria ma abissale nel suo esplorarsi ed esplorare le contraddizioni dell’essere donna, artista, madre. Artaud, la sua lingua della crudeltà, il dire l’«osceno» connesso alla sua condizione di internato, apre molti varchi riguardo la condanna della censura e del poetese come lingua inautentica. Ci sarebbero altri autori di cui sono innamorata e che rileggo spesso ma per ora mi fermo qui.
Se parliamo di cosa innerva quel che scrivo è un discorso prismatico. La memoria sensoriale, visiva, i dialoghi che ne fanno parte, la vita onirica, il suono che tutto questo mi restituisce, i miei io interiori, l’infanzia e il presente che cercano un armistizio. Poi la sessualità, l’esplorazione del corpo, della sua completa espressività e della sua caducità. Leggo a voce quando scrivo, mi ascolto, imparo a memoria, inglobo il più possibile il testo in modo da restringere la distanza tra parola scritta e detta, di farne corpo / voce e questo espande la mia ricerca al campo teatrale e musicale.

2.
In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

L’oscurità è una sfumatura di cui mi occupo continuamente nella mia scrittura. Sto molto attenta a non banalizzarla ma a fonderla col resto delle ombre e delle luci. Credo mi attraversi come una linfa, un sangue lavico che non può più restare dentro, restare zitto. Nel tempo mi sono accorta di elaborare questo “oscuro” nella forma del flusso verbale, ma cercando di controllarne lo straripamento. Non credo sia facile, se non andando avanti, gestire certi exploit senza risultare inutilmente drammatici. L’ironia mi aiuta a dire tutto ciò che di doloroso ho necessità di dire. Dalla verticalità mi piace anche risalire, avere nuova prospettiva, anche se mi si dice spesso che la mia scrittura è estremamente verticale e dolorosa. Per esempio se scrivo qualcosa e mi capita di farlo di getto la sera sul letto, non sono il tipo che prende e pubblica sui social o lo fa leggere in giro. Lascio decantare, limo, cerco il suono, permetto al testo di essere altro da me, creo una distanza per poi bruciarla nuovamente. L’oscurità, il dolore è presa di coscienza, l’entropia di ognuno di noi.

3.
Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Senza citare di nuovo gli autori della prima domanda, e pensando a chi ho letto di recente ed è anche abbastanza lontano dalla mia scrittura (perché mi è difficile sceglierne uno) provo a indicare autore e poesia che mi lega a questa sensazione di permanenza e brivido. Ingeborg Bachmann con “Giorni in bianco”, lei come una forza naturale di fronte all’orizzonte: «amo fino all’incandescenza io amo». Ed è veggente in questo se si pensa a come è morta.
Carver e la sua “Notte fonda con cavalli e nebbia”, lui cinematografico e disteso molto generoso nel fornire dettagli della sua esistenza, ti parla direttamente: «scorrevano lacrime quando un cavallo sbucò dalla nebbia. Poi un altro e un altro ancora». Questa è una visione che non mi ha più abbandonata perché in quel testo tutto si mescola, perdita, amore, epoche, ironia, sensualità, teatro, cinema.
Mark Strand, di cui è complesso in realtà estrarre un testo, qui ne riporto un verso solo: «dì a te stesso ciò che sai, che non è niente altro che la canzone suonata dalle tue ossa» («tell yourself what you know which is nothing but the tune of your bones»). E poi Emanuel Carnevali, Marina Cvetaeva, Fernanda Romagnoli, Yves Bonnefoy…

4.
Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Su me hanno forte impatto i poeti che nel tempo si sono sperimentati anche come performer portando a un livello corporeo e vocale la propria ricerca linguistica. Allora c’è per esempio la Vicinelli che riguardandola oggi, ancora mi sciocca per la sua energia, per i suoi vocalizzi e le intonazioni inimitabili, una grande presenza piena di contenuti, una maledetta, consumata ma vitalissima e ribelle. Nella sua poesia c’è vibrazione costante e la tensione interna resa vocalmente, su carta ha un andamento grafico preciso, uno spartito quasi. Vederla mi ricorda ogni volta che un performer per prima cosa deve sviluppare magnetismo, creare un contatto.
Poi a proposito di performer e sperimentazione a tutto tondo penso a nomi come Demetrio Stratos, Carmelo Bene, Cathy Berberian, che hanno aperto letteralmente dei varchi sia nella scrittura che nella recitazione che nell’utilizzo della vocalità in tutte le sue potenzialità fisiche ed emotive. Poi ammetto che ho una passione folle per Laurie Anderson, trovo sia un’artista piena di verità, coraggiosa, giocosa nell’interpretare il maschile nel femminile e viceversa, magnetica anche lei nell’uso coreografico del corpo e del canto.

5.
Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

Questa domanda è un labirinto mentale per me. Mi viene da dire che la forma che più mi dà spazio nella scrittura è il flusso libero, sono i testi più lunghi a rappresentarmi, quelli più labirintici forse. Il poemetto “Respiro” in Amnesia dei vivi (Italic & Pequod Editore, 2015) ne è un esempio. Oltre ad essere un rimando continuo al corpo, alla carnalità, con la ricerca di tensione alternata a distensione proprio come avviene con l’atto del respirare, vi sono una serie di immagini centrifughe che tornano in quel che scrivo: frammenti di dialogo, periodi spezzati, una dimensione intima che si fa via via estroversa e convulsa per poi tornare al corpo centrale. E tutto questo vortice ritmico di parole mi serve a creare anche la dimensione vocale, perché quando passo alla voce lascio che il testo con le sue pause e riprese mi abiti completamente. Quello che faccio quando scrivo è di ricordarmi l’energia che ho investito in quel testo, per partire da lì e cercare di andare oltre.

Respiro

Riempio svuoto svuoto riempio svuoto raccolgo riempio rilascio
non so dove stare se piegata raggomitolata in piedi
riempire svuotare la bocca secca la saliva è finita quasi
sbrigati il tempo non basta il tempo è apnea rattoppata in respiri
alzati c’è lui lo sai che ti vuole sotterrare
vai via lontano o se non riesci nasconditi forte sotto il letto non ti vedrà
ficcagli le dita in faccia cavagli gli occhi fallo cieco o no
non lo so non ti vedo rilascio
ti svegli piano piano ed è già lì arriva sempre
ti svegli piano ed è lì
ti vedo svegliati presto
ti prego svegliati arrampicati
ti prego corri lavati via il sonno non piangere più
ti lavo io con me sei al sicuro ti amo
non ti ucciderò ti pettino i capelli in treccia e ti stringo nella mano

manca l’aria di una mancanza sfondata
veglio sul trasloco iniziato a metà
di baracche fiumi memorie
martelli antenne cipressi cavi telefonici post-it radiografie
potpourri in polvere buchi nel muro planimetrie
il tempo è il tuo dio se tu sei il suo cane

e lascerai il vuoto calarsi nei polmoni attendi
ora riempi ora svuota e ririempi rilascia

conto nella mente gli elementi come si fa con le pecore
uno: la terra che fa il peso come
due: i ghiacci
e tre: il mare che fa il pianto
e lo sentiamo dalle cose vuote
bicchieri termosifoni lavandini
e quattro: la pietra dei miei vasi o fermaporta
e cinque: l’aria dentro le vite terrene
e sei: il fuoco che contiene il peso il pianto il cemento in un respiro adesso
scoprire fuori dai tg dal frigo dal parchetto confezionato
i castagni in fila
i cani potati da allevamento
la ricreazione cronometrata
la merenda se uno se la merita o no
preghiere di nylon
pettinature striate e deumidificate
auricolari timpano
dolci forni cari a sangue
schermi parlanti sguscianti da taschini
bambini sedati dall’elettricità

chi troverà la parola avrà il dolore che gli spaccherà la testa
e chi troverà dove stare dovrà per forza bruciare la vecchia casa
denti da latte
coda di cavallo
piedi blu e rattrappiti
scarpe da ricomprare
osso al naso
mani allargate
controllo del peso
complessi di millenni di millenni d’infezione e correzione
voglio trovare la formula per trasformare le risposte in domande
e la vista in innocenza
e ora che ci sono le parole in oro e aria e vita

e con il lasso di tempo che preferiamo
e con le grandi questioni e le madri vuote e le case famiglia e la fame indotta
e gli alfabeti senza nascita né universo e i terremoti e i soliloqui
non so bene che storie escludere promesse bugie allucinazioni
o sonni interrotti da inquilini esaltati
e piccoli sogni dove un gatto caga sotto la mia finestra
io lo caccio via ma mi aggredisce e mi morde e riappare
nel palazzo litigano ancora
mi sveglio e il gatto non è mai esistito

della notte approfitto programmo guerra agli spasmi intestinali
alle crisi di fede agli stupidi annunci di lavoro:
centralisti modelle film hard hostess preferibilmente fumatrici
uomini calvi per fiera addetto front-office con immagine tassativamente eloquente
gioia nel vendere abilità d’ispirazione
ragazze immagine con volontà di apprendere e voglia di progredire
con attitudine al rapporto interpersonale opportunità eptupla
ex seminarista a cui affidare parrocchia e impianti tecnologici quali:
automatismo campane orologi da torre allontanamento volatili

da ora dimenticarsi fare aria parlare disarticolare
dimenticare perché dentro queste parole il tempo non serve
ci sono i pensieri dodicimilavolte ripetuti a cui non ti abitui mai
ma le tue mani sono ancora qui fra le cose da dire
non ne vedo una infissa sulla bocca
come se la mancanza servisse come il bambino che cerca la madre
e la grondaia l’acqua e l’animale il calore
vorrei raccontare la verità con la voce che si merita
e per ora ripiego e stropiccio gli occhi
una specie di narcolessia un’altra vita invertita nel sole
vorrei portarti all’albero mai visto senza nome lontano
a battere un tempo più vero di queste parole
vorrei far scadere l’ora del treno e delle faccende fragili fragili del mio inventario

vorrei mesi di viaggio e d’afa
vorrei corrispondere a te in ascolto
vorrei tenere in mano l’intuizione della fine
vorrei scambiarla con la tua
vorrei prendere all’osso la paura
vorrei scrivere dentro la tua vita la mia
vorrei decimare i quintali di terrore
vorrei fare segreto questo incontro
vorrei una lingua pari al cielo e alla cimice
vorrei nutrire aiutare proteggere coccolare consolare sostenere curare guarire
per essere nutrita aiutata protetta coccolata consolata sostenuta curata o guarita
per essere perdonata per essere amata per essere libera

il treno per Venezia santa Lucia è in partenza dal binario nove
il treno per Salerno è in arrivo al binario uno
e riderai per un cenno che si mugola in distanza
per le parole rotte
per la sveglia soppressa
per un viaggio che si credeva in tempo
ma la coincidenza è riuscita arrivi lontana ti corro addosso quasi piove
nella sepoltura di neve che è mignolo e deserto e sgoccicchia finché si fa tiepida
recupero in un boccone i buchi d’aria dalla fronte in giù

e i racconti sono solo racconti dove le confessioni muoiono e il resto
s’accoda ad una certa vita dalla mia alla tua un gancio
tra il tarlo e la finestra c’è quel mezzo cielo che ci serve poi il minuto smette diventiamo bestioline con le orecchie appuntite sul gelo
sul viaggio la praticata bugia del calendario
se seguirò un treno sarà per una mia reinventata geografia imbucata nel palmo
tra le vette callose le lunette interrate le ferite fresche

Serena Dibiase (foto Michele Malea)

CINQUE DOMANDE AI POETI: NOEMI DE LISI (1988)

1.
In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Considerando che la scrittura non è una materia autogenerata da un fantastico Nulla (come, invece, paradossalmente lo è l’Universo – ricordiamo che la teoria del Big Bang spiega solo come si è espanso, non come si è generato ), deve necessariamente innervarsi in qualcosa o in qualcuno per essere. La scrittura deve avere un referente al di là di se stessa (in questo caso, ad esempio, una poetica basata esclusivamente sulla relazione fra le parole – sul gioco con la sintassi, montata spesso anche su quelle particelle prive di un referente nel mondo extratestuale mi sembra una poetica priva di autenticità, o comunque senza un reale messaggio). In questo scenario, la parola è un mezzo (fondamentale, necessario, certo), ma per arrivare dove? Per collegare cosa? (E qui mi avvalgo della possibilità di non divagare ulteriormente e non avventurarmi, in questa sede, nel discorso sulla parola poetica che determina il mondo o il contrario).
In questo modo, arriviamo al quesito su “cosa o chi” arriva a scorrere nella mia scrittura. La scrittura è il mezzo che collega il mondo interiore con il mondo esteriore. La mia parte interiore conta molti luoghi e personaggi che la abitano. Sono sempre luoghi del passato o del presente, luoghi reali oppure onirici (da qui l’oggetto del mio libro: la stanza vuota). In questo senso, registro di avere un limite laddove ammetto che il mio innesco, il mio segno montaliano, è composto da tutti gli elementi che ho già vissuto o che sto vivendo. Non riesco a immaginare, ad oggi, un referente futuro, uno scenario che mi sia ancora sconosciuto, che sia davanti a me e non dietro di me o al mio fianco.
Le stanze vuote; le parti di Palermo diroccate, abbandonate; i morti; le visioni oniriche. Tutto ciò s’innerva continuamente in quello che scrivo, come fosse un meccanismo inconscio. La parola è l’unico mezzo a disposizione di questi luoghi, di questi defunti e sogni, per affrontare il percorso dal mondo interno al mondo esterno, dal privato al pubblico, senza distruggersi.

2.
In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

L’oscurità può avere diverse gradazioni che dipendono esclusivamente dalla sensibilità percettiva dell’individuo. Una persona può vedere una gradazione di oscurità che invece risulta invisibile a un’altra persona. Questa esclusività fa in modo che ogni oscurità sia uno spettacolo privato. La funzione della lettura è anche e soprattutto questa: al di là del sentimento di comunione empatica di fondo, si leggono i testi altrui per un spirito primitivo di curiosità e conoscenza. Vogliamo scoprire le diverse gradazioni dell’oscurità (più si conosce, meno si ha paura – la lettura è un meccanismo di difesa istintivo).
Data la premessa, l’oscurità che vedo è assolutamente privata perché solo a me è concessa di percepirla. Può spegnere tutte le luci e manifestarsi nascendo da diverse situazioni comuni: assistere a una veglia funebre nella propria casa, accorgesi dell’invecchiamento dei propri cari, le ristrettezze economiche, l’imposizione dei ruoli sociali, l’odio, la rabbia, l’ingiustizia. Nessuno può vedere questa oscurità così come la vedo io: le luci possono spegnersi per lo stesso motivo ma il buio che generano è assolutamente sconosciuto agli altri, il dolore è un fatto individuale. Non “I see the darkness” ma: “I see a darkness”… una delle tante possibili.

3.
Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Più di uno, in realtà. Cito in modo istintivo, per primo, Mark Strand; la lettura di The man in the mirror oppure di The untelling (tanto per annotarne due) mi hanno sconvolta. A distanza di anni non ho potuto più dimenticarne la sensazione di strappo interiore e allo stesso tempo di congiungimento totale. A proposito di strappo, “Se mi stacco da te mi strappo tutto”, di Sanguineti, oppure: “Annina,/è nel rivo di fango il bastone diritto che ricorda la tua casa” di Benedetti, o ancora Gradazioni di Dal Bianco, o ancora…

4.
Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Rosa Balistreri: una cantautrice, una menestrella siciliana morta a Palermo nel 1990. Nella sua vita ha avuto il coraggio di mettere in musica i suoi versi anticonformisti (sia per l’epoca che per i nostri tempi data la regressione socioculturale che sta attraversando il nostro Paese). Le sue canzoni mettono in crisi gli stereotipi fra donna e uomo, riflettono sulla condizione sociale della “fimmina”; parlano di corruzione, mafia, Stato e potere, di amore e di morte:

(…)
Quann’era picciridda m’allisciava li capiddi
a matri mia, e mi parlava di li cosi tinti,
ca ponnu capitari, a li ‘nuccenti.

Ah matri mia
lu sacciu chi vuliatu diri
lu sacciu mi vulivatu guardari
lu sacciu mi vulivatu guardari
ma a vita è chista e non si pò scappari.

Di ferru su li cordi da chitarra ca m’aiutanu
a cantari, e mi fannu cantari cosi torti,
contru tutti i prepotenti.
(…)

Quand’ero bambina mi lisciava i capelli / la madre mia e mi parlava delle cose brutte / che possono capitare agli innocenti. / Ah madre mia/lo so che cosa volevate dire/lo so mi volevate mettere in guardia / lo so mi volevate mettere in guardia/ma la vita è questa e non si può scappare. / Di ferro sono le corde della chitarra che m’aiutano / a cantare, e mi fanno cantare cose storte, / contro tutti i prepotenti.

5.
Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

XXIII
Avrei voluto un morto in casa per poterti scrivere.
Per dirti: “È morta mia madre. Sono morto io. Corri!”.
Mia madre mi porta le lettere col tuo nome scritto dietro.
Taglio la busta, sfilo i fogli con le frasi fitte, li strappo,
li accartoccio, li infilo in bocca, comincio a masticarli.
Poi prendo la penna e faccio quella cosa, ti scrivo come se non fossi tu:

Cara Anna,
oggi è arrivata l’ennesima lettera di Anna, l’ho distrutta.
Lei per prima mi ha fatto questa violenza. Non la rivedrò più.
Vive e non posso neanche immaginarla perché è partita.
Ha cambiato tutto di sé, non sta più appresso alle mie pazzie.
Quando mi sono svegliato, stamattina, avevo i capelli lunghi;
mi sono accorto che sfioravano le spalle ma non mi davano fastidio.
Da dietro potevo sembrare lei: magari qualcuno mi avrebbe chiamato
col suo nome, ma non mi sarei voltato, per non rovinare tutto.
A maggio sarà un anno che è andata via, e non le ho scritto mai un rigo.
Non ho nulla di importante da dire, nessuna notizia bella o brutta.
Non posso scrivere cose che non accadono, non posso scriverle:
“Anna, non sopportavo di vederti fuori da me. Anna, era per amore”.
Se solo avessi ancora morti in casa per poterglielo scrivere;
se solo stamattina mi fossi svegliato col rumore di un pianto.
Ma in casa non ci sono più urla, è il vento a sbattere tutte le porte,
nessun lume rimane acceso nel buio, noi ancora non siamo morti.

Ho scelto questo testo (da La stanza vuota, Ladolfi, 2017) perché ci sono le immaginazioni, la ricerca d’identità nell’Altro; ci sono i luoghi, i morti e la scrittura come unica vena fra i mondi.

Noemi De Lisi (foto Noemi De Lisi)

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