“Convito delle stagioni” di Antonio Prete. “La poesia è lingua che si disloca verso il non ancora, verso il sogno o l’impossibile”.

Versi indiamantati da una grazia indicibile innalzata da parole che «camminano con noi», dentro tremiti di «sconfinata attesa», verso la «letizia della meta». Leggendo sentiamo «la trasparenza dell’aria tutt’intorno». Attraversiamo un tempo di raccoglimento che conduce alla «rivelazione dell’essenza». Leggendo «s’infiora l’aiuola del ricordo», e, nella corsa del mondo verso «la sua sera», comprendiamo che «Niente muore davvero». Parliamo del volume “Convito delle stagioni” di Antonio Prete (nella foto di Raffaele Puce), pubblicato da Einaudi. Prete, con la piacevolezza del cielo che «si riversa nel mare», ci dona un volume irradiante, concepito in sette sezioni (“Convito delle stagioni”, “Tempo rubato”, “Per un bestiario”, “Lezione di tenebre”, “Quaderno blu marino”, “Fiori d’aria” e, in chiusura, inclusa la traduzione, “La lengua, lu ientu”, il dialetto è quello di Copertino, nel Salento) che approfondiscono i temi (notoriamente) più cari: la natura e il tempo.

“Le lettere di tutti gli alfabeti/ cercano un suono che un poco somigli/ al soffio che fa essere le cose”, con i suoi versi per chiedere: le parole bastano alla poesia?

La parola nella poesia non è tutto, anzi è vuoto suono o puro esercizio di designazione se non nasce dal silenzio e non è abitata dal silenzio. Inoltre la parola poetica sta su una soglia per dir così di povertà, di apertura verso un senso ulteriore, di attesa di un compimento che è sempre sospinto altrove. Da una parte vive nel nodo che la definisce, cioè l’unità di suono e senso, dall’altra parte si dischiude in un ventaglio di possibili sensi e annunci e suggerimenti, insomma è circondata da un alone nel quale si colloca l’ascolto e l’interrogazione del lettore.

Qual è (o quale dovrebbe essere) la lingua ideale della poesia?

Non penso ci sia una lingua ideale, semmai ci può essere un ideale di lingua, cioè un’idea –inarrivabile, luminosa – di lingua, ma nella consapevolezza di stare sempre al di qua di essa, e tuttavia da quel modello irraggiungibile prendere qualcosa, come un’ombra, un annuncio, un lampo. Si scrive in assenza della “lingua perfetta”, nella pluralità e disseminazione delle lingue, e tuttavia nella ricchezza di una propria lingua che ha una sua storia di presenze, di esempi, di modi: un “tesoro” cui attingere e oltre il quale cercare di sospingersi. E tuttavia questa lingua che il poeta cerca e fa propria è bene che sia non chiusa – è un mio parere – nel puro giuoco, nell’esercizio fine a stesso, ma che sia aperta verso il lettore, muova verso il lettore, lo interroghi e lo accompagni…nella terra della poesia.

La forma quanto incide sulla “verità” della parola poetica?

Moltissimo. La forma non è abito ma respiro, modo di essere. La forma per la poesia, come per ogni linguaggio che diciamo artistico, è quel che dà ritmo, colore, energia, presenza al dire. Per forma intendo quel che è proprio di ogni poeta, il suo stile – nel senso che dava Roland Barthes alla parola stile, “encharné” nel corpo stesso di chi prende la parola – ovvero la sua identità timbrica, tonale, e interiore. E tuttavia la forma è importante che sia viva, cioè che nasca insieme alle domande proprie del poeta, della sua ricerca, della sua immaginazione.

Ad oggi, dove è stato condotto dalla poesia? Qual è stato l’insegnamento?

Direi che i poeti, in particolare i classici della poesia, mi hanno condotto verso una conoscenza di me non separata da una conoscenza del mondo, una conoscenza consapevole di sostare sul piano dell’interrogazione, della costante, insoddisfatta ricerca. Insomma la condizione di apertura, di domanda, di curiosità, di esplorazione e di stupore è quella verso cui conduce lo studio dei poeti. E il campo verso cui si dirige questa meravigliata ricerca è allo stesso tempo il proprio mondo interiore e il mondo esterno a sé, con le sue presenze viventi, e con il tragico che lo attraversa, con il dolore. Dai poeti si apprende a tenere insieme il piacere della forma e lo sguardo sul tragico del proprio tempo, l’indagine interiore e la critica al proprio tempo che è tempo di guerre e di violenze.

La poesia è (anche) la lingua dell’invalicabile?

Se per invalicabile s’intende l’oltre, la poesia è lingua che si disloca verso quell’oltre, verso l’orizzonte, verso il non ancora, verso il sogno o l’impossibile.

“Il cuore è una foglia lucente/ nella sera che viene”, ancora i suoi versi per chiedere: la poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta? Può colmare l’inascoltato?

Sì, la poesia può essere parola non che consola ma che accompagna, che mostra un segnavia, un sentiero possibile, e soprattutto offre varchi per l’esperienza interiore, occasioni per l’esercizio dell’immaginazione, per l’apertura verso una conoscenza sensibile e una cura di ogni cosa come vivente. Quanto alla solitudine del poeta, direi che essa è una condizione necessaria, se per solitudine intendiamo la condizione di distanza dal rumore e dall’affanno di quello che diciamo mondo, la condizione di interrogazione interiore, di rapporto profondo con il silenzio, che è il terreno su cui può fiorire sia l’immaginazione sia il rammemorare – la leopardiana ricordanza – sia ancora il rapporto con quel che è oltre il confine del visibile, del dicibile.

Per concludere salutando i nostri lettori, la invito a scegliere una sua poesia dal suo libro – (chiedo gentilmente di riportala) – e, nel contempo, la invito a portarci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere.

Ho un po’ di difficoltà a scegliere: ogni testo poetico ha una sua storia particolare, un suo cammino verso la forma definita, e anzi questo cammino in verità potrebbe riprendere, perché non è mai concluso il movimento della parola poetica. Scelgo, dunque, tra tanti testi possibili, Nominazione, che nel titolo appare seguito da una parentesi contenente il riferimento ai versetti biblici della Genesi. Nei primi anni in cui ho tenuto la cattedra di Letteratura Comparata all’Università di Siena, ho coordinato un seminario su Walter Benjamin, insieme a studenti laureandi e a studiosi esterni che avevano lavorato su Benjamin. Il tema della “nominazione creaturale”, che Benjamin aveva trattato in alcuni scritti memorabili, era in qual seminario un momento forte di discussione e di riflessione e di analisi. Cosa voleva dire dare all’uomo da parte di Dio la facoltà di nominare gli animali e gli elementi della natura, e quale era il rapporto tra il nome e l’essenza della cosa? Il nome dato agli animali era già il primo gesto di una signoria e di un dominio? Dove e quando accadeva che il nominare era invece segno di prossimità, se non di fraternità? Sarà il creaturale, ad esempio, di Francesco d’Assisi la vera sottrazione alla signoria e l’affermazione della partecipazione di tutti i viventi alla stessa comunità? Queste domande erano forse il retroterra che presiedeva a quel titolo e all’avvio descrittivo, quasi da citazione, della poesia. Che si sviluppa poi lungo il tema della differenza tra la pretesa signoria dell’uomo sugli animali e l’autonomia dell’animale, la sua libertà dal nome, dal vincolo di designazione. A questo punto i versi accoglievano un tema contiguo, quello degli animali che sono designati non con un proprio nome ma con il nome della specie cui appartengono. Ecco la poesia:

 

Nominazione (Genesi, 2, 20-21)

Dare il nome agli animali è finzione
di domestica prossimità, rito
che sigilla un’appartenenza.
                                             Lingua
imposta a chi della lingua fa a meno
perché è libero corpo in armonia.
Del resto, per il gatto il proprio nome
non è più attraente del gomitolo
che si srotola sopra il pavimento.
Per un cane il suo nome è meno forte
del grido che la marmotta rinvia
dalla roccia.
                    Popolata è la terra
d’animali che non hanno altro nome
che quello della propria specie. Cura
solerte, questa, di naturalisti.
Una rondine vola senza un nome,
la formica, la lucertola, l’ape
nascondono la loro anonimia
sotto il mantello della specie.
                                               Eppure
dopo tante stagioni basta il nome
perché sorga la fulva bizzarria
del gatto Rouge, o la sapienza vigile
di Luna, lupa che mi fu compagna
di silenziose intese e di cammini.

La variatio finale ha una funzione oppositiva nei confronti del discorso precedente, è come se ne vanificasse il carattere. Quel nome, che pure è arbitrario e che è traccia di un dominio dell’uomo, si mostra, nel ricordo, con una sua necessità e bellezza, perché evoca di colpo i corpi e le forme di animali che sono stati assai prossimi a chi scrive e un poco astrattamente discetta di nominazione. La prossimità affettiva qui è rivelata e portata sulla scena proprio dal nome. In particolare da due nomi. Sono i nomi di due animali, un gatto e un cane, che tra i diversi che mi sono stati prossimi, balzano per primi alla mente sia per l’affezione particolare che nei loro confronti avevo sia per la loro fisionomia e la loro bellezza corporea. Rouge era un gatto rosso che ha abitato con me negli anni Settanta a Milano, in via Bronzetti, Luna è la lupa (“lupo italiano”) che dal 1988 al 1999 ha avuto una forte presenza nelle mie giornate sia nella fase di abitazione a Milano sia nella fase sopravvenuta del trasferimento a Siena. Nel libro di prose L’imperfezione della luna, uscito da Feltrinelli nel 2000 e mai più ristampato, le due presenze animali erano già entrate nella narrazione. Questi versi li hanno evocati alla fine di una riflessione sul nome.

 

 

(la versione ridotta di questa recensione-intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 29.06.2025, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

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