Dami Ajayi, “quando il fuoco si fa minaccioso, saltaci sopra”.

Dami Ajayi (nella foto in copertina), psichiatra, poeta, critico musicale, ha pubblicato ‘A woman’s body is a country’ con l’Ouida Books, casa editrice diretta da Lola Shoneyin, una delle voci più importanti della letteratura africana contemporanea e organizzatrice del più grande festival letterario africano, a Lagos. Nato e cresciuto in Nigeria, Dami Ajayi è stato menzionato dall’Associazione dei poeti nigeriani, è apparso su numerose riviste, locali e non, tra cui il Guardian UK, e si è trasferito a Londra nel 2019, perché, dice, accennando ai mancati investimenti in sanità, istruzione, ‘la Nigeria mi stava facendo impazzire. Da allora non sono più tornato’.

 

Poesia scritta a un giovane me stesso

Buttati a terra
lievita e lecca il soffitto
afferra un asciugamano umido
meglio esalare che inalare
scansiona la stanza come Robocop
trova l’anello debole del parco giochi
affoga la tentazione di gridare aiuto
solo i bambini piccoli piangono
la tua famiglia è dall’altro lato
& la ragazza con il sorriso sdentato
sei ad anni luce dal tuo primo bacio
ma le lezioni di bacio spengono un tipo di incendio diverso
non dimenticare che i vigili del fuoco
sono una frase esotica in Nigeria
non implorare o far sanguinare il sangue di Gesù
è coagulato 2000 anni fa
quando il fuoco si fa minaccioso, saltaci sopra
tu devi patire per diventare me
tu devi partire per diventare me.

 

A poem written to a younger self

Lie on the ground
levitate and lick the ceiling
grab a wet towel
better to exhale than to inhale
scan the room like Robocop
find the weakest link in the playground
perish thoughts of shouting for help
only little boys cry
your family is on the other side
& the girl with the gap-toothed smile
you are light years before your first kiss
but kissing lessons quench a different kind of fire
never mind that the Fire Service
is an exotic phrase in Nigeria
don’t plead or bleed the blood of Jesus
it coagulated about 2000 years ago
when a fire threatens, step on it
you must live to become me
you must leave to become me.

E.A. È stato complicato tradurre & (ampersand in inglese). Inizialmente avevo pensato a una semplice congiunzione ‘e’, ma non è abbastanza. È vero che il lettore italiano lo tradurrà con un suono inglese spezzando il ritmo, nonostante l’origine latina del simbolo [deriva dalla legatura grafica della e con la t], ma è più di una congiunzione. È una congiunzione seguita da uno stacco e alla fine ho optato per mantenerla, come si fa ad esempio con William Wall, che ne fa un uso frequente.

D.A. Ne sono felice, usare le ampersand per me è qualcosa che va oltre la congiunzione in sé. È applicare uno stile sovversivo e hai ragione, ha la propria pulsazione. Una sorta di dichiarazione testuale. Un poeta più anziano una volta mi aveva consigliato di eliminarle dicendo che con quelle non avrei vinto un premio in cui era giudice. Mi ha convinto a mantenerle. Questa è la mia terza raccolta e le ampersands sono ancora vive e vegete.

So cosa fa Lagos ai sogni

Lagos li spoglia lentamente come una vergine
senza peccato.

Lagos li scala come un granchio
con passi tentennanti.

Lagos se li scrolla di dosso-
entropia in movimento.

Questa città è audacia senza rimorso.
Ti lascerà esausto, rauco
di terrificanti ricordi.

Lagos di cose clamorose.
Lagos elegante.
Un palinsesto riscritto in velocità.

Una festa punteggiata di occasioni uniche,
ostaggio dell’assenno dei tamburi
e sincopati ritmi pentecostali.

Questa veglia non separerà il mar Rosso o la laguna,
questo coro di Alleluia non arriverà
oltre le grondaie.

Quest’offerta di miseria,
questo cesto di sangue & sudore & lacrime,
sovrautilizzato & esentasse.

& paradiso è risiedere in una Lagos dai quartieri alti –
Lekki, bisillabica, seduta sulla bocca dell’Oceano,
ardita, suicida.

 

I know what Lagos does to dreams

Lagos undresses them slowly like a nubile
without blemish.

Lagos clambers by like a crab
with stuttering footsteps.

Lagos wriggles past-
entropy in motion.

This city is audacious without remorse.
It will leave you spent, hoarse
from frightening memories.

Lagos of lurid things.
Lagos of finery.
A palimpsest hurriedly rewritten.

Owambe punctuated by one-chances,
a shakedown from a hustle drum
of syncopated Pentecostal rhythms.

This vigil won’t part red seas or the lagoon,
this chorus of hallelujahs won’t saunter
beyond eaves.

This offering of pittance,
this basket of blood & sweat & tears,
threadbare & tax-free.

& heaven is an uptown Lagos residence-
Lekki, disyllabic, sitting in the ocean’s mouth,
daring, suicidal.

 

E.A. Sei uno psichiatra e qualcosa forse di quest’esperienza traspare dai tuoi versi, quando menzioni le trasfusioni di sangue e l’anemia, ma non così tanto, mentre per chi lo vive da malato o da parente di un malato l’ospedale è una sorta di lavatrice che può riversarsi interamente nella scrittura, com’è stato per me almeno.
D.A. È interessante che tuo abbia usato questa parola, lavatrice [washing machine], per descrivere l’ospedale. ‘They put me through a washing machine last night’, ‘Questa notte mi hanno buttato in una lavatrice’ sono le ultime parole di Frantz Fanon prima di morire di leucemia, quando aveva all’incirca la mia età. Qualche volta mi chiedo come sarebbe andata se fosse vissuto più a lungo, che tipo di impatto le sue ideologie avrebbero avuto sull’Africa, soprattutto il tema dell’esclusione e dell’assoggettamento misurati sulla psiche africana.

L’aria malsana macchia la pelle baciata dalle zanzare.
L’anemia è l’antitesi degli slogan capitalisti.

La pornografia del povero non esige la maggiore età.
Il tic-tac dell’orologio parla della tua di morte.

 

Bad air blotches mosquito-kissed skin.
Anaemia is the antithesis of capital ads.

Poverty porn exerts no age restrictions.
The ticking clock talks of you dying.

E.A. La sensazione è che in Nigeria la poesia versi in condizioni migliori che in Italia – quel che sta facendo Lola Shoneyin con il festival e l’Ouida Books è dirompente -, mentre noi come nelle altre arti tendiamo a crogiolarci sul passato senza guardare al presente, ci sono certo ottimi autori, riviste e case editrici indipendenti, ma richiedono notevoli sforzi, in libreria la poesia è quasi inesistente, salvo qualche grande nome e i deceduti, ovvio.
D.A. Per quanto la poesia sia ancora un’arte controversa, non siamo ancora arrivati ad avere penuria di poeti. La poesia abbonda, credo, perché la poesia è davvero una conseguenza del linguaggio e dell’umanità. Non importa se il sostegno istituzionale stia diminuendo, queste forme d’arte, la poesia e la musica che è l’altra mia ossessione, non hanno bisogno di un supporto di tipo convenzionale. L’importante è che si continuino a fare ed è quello che succede.

Guardia notturna

Prima che il casino dei generatori rubasse la notte,
regnavano grilli, Alleluia corali,
& l’occasionale cane bastardo.

Erano tempi di forti contrasti:
su google un presidente vestiva di nero
per ricevere la più limpida delle divinità vaticane.

La settimana prima, il nostro vicino artista & i suoi figli
erano stati picchiati dai teppisti
che avevano divorato il pasto di famiglia.

Quei teppisti li visitarono altre volte ancora
per rubare i pigri ritratti di giovani ragazze
che il nostro vicino artista dipingeva.

A volte vorrei che l’artista avesse invece dipinto
l’uomo che aveva affrontato la notte
con una pala di metallo, la faccia piena di borotalco
& una striscia di stoffa per il perizoma –
mio padre.

 

Night guard

Before the din of generators stole the night,
crickets, choral hallelujahs,
& the occasional mongrel reigned.

It was a time of sharp contrasts:
a googled president dressed his darkest
to receive the fairest of Vatican gods.

The week before, our artist neighbour & his sons
were beaten by hoodlums
who devoured a family’s supper.

Those hoodlums visited many times more
to steal the lazy portraits of young girls
that our artist neighbour painted.

Sometimes I wish the artist had painted instead
the man who confronted the night
with a metal pole, a face full of talcum powder
& a strip of loin clothing-
my father.

EA Aiutami a capire Chibok , la poesia sull’assalto del liceo femminile e il rapimento delle 276 studentesse per mano di Boko Haram. Nell’ultima parte accenni a Sambisa e a dei cartelloni piantati sotto il ponte di Falomo: ‘Who sits as sentry at the fish-mouth of Sambisa? Who waters the placards planted under Falomo bridge?’.
D.A. La foresta di Sambisa è il luogo dove sono state portate le ragazze rapite. I media dell’epoca dicevano che era un posto in cui i militari potevano andare e trovarle facilmente. Il ponte di Falomo è alla fine della lunga strada di Ikoyi, Awolowo Road, il ponte ha una rotonda dove è posto il memoriale del rapimento delle ragazze. C’erano i loro nomi e un punto interrogativo su dei cartelli attorno alla rotonda. Era un’installazione fissa, ma passato un po’ di tempo è stata rimossa per cose più urgenti da chi probabilmente aveva bisogno di legna per fuoco e cose del genere. Perciò per me la domanda retorica è ‘chi continuerà a chiedere della sorte di queste ragazze [a oggi più di 100 ragazze sono ancora ostaggio di Boko Haram], chi insisterà perché tornino a casa? Chi chiederà ad esempio di Leah Sharibu, che non ha voluto convertirsi e per questo rimane in ostaggio di Boko Haram?’ Sconvolgente.

Su Chibok

Shekau sta cantando
I’ve got girls, girls, girls, girls
alla CNN con fucili puntati
& fedeli aiutanti.

Lui uccide in nome
di un anonimo Dio, privo di colpe.

La nazione è fuori controllo,
la nazione è stata sabotata.
Prima si sventola una bandiera di indifferenza,
poi una bandiera di negazione,
poi una bandiera di amnistia,
poi una bandiera di deliberazione
alla faccia del massacro.

I suicidi con la tracolla esplosiva muoiono per diffusione
& sperando di fottere vergini nelle suites del paradiso.
Gridano che Dio è grande
ma questo noi già lo sappiamo.

Da Buni Yadi a Izghe a Gamburu,
tutte scomparse una dopo l’altra nei confini
del casino eterno del generale Lugard.

Poi c’è stata Chibok.

Chibok è stata inevitabile, come la morte stessa.
Chibok di polvere gialla, bucolica & sonnambula
come il pomeriggio di un ottuagenario.

Chibok è successa dopo Chibok
& il nome della città è diventato la sua tragedia.

Chi dice che gli hashtags non facilitano le rivoluzioni?
Hai preso un abbaglio, amico mio.

Ma chi tiene ancora viva la fiamma dei lumini?
Chi fa ancora tamburellare i sogni?
Chi sta di vedetta di fronte al muto silenzio
della foresta di Sambisa?

Chi disseta i cartelli piantati
sotto il ponte di Falomo?

Chi?

[I’ve got girls è una canzone di Jay-Z, Buni Yadi, Izghe a Gamburu sono luoghi in cui sono stati effettuati altri attentati e rapimenti e che hanno però attirato meno attenzione internazionale, il generale Lugard era un militare e governatore della Nigeria, personaggio controverso, L’hashtag #BringBackOurGirls , usato tre milioni e mezzo di volte, ha di fatto favorito i negoziati, permettendo la liberazione di parte delle ragazze, cosa non avvenuta per altri rapimenti. La prima trattativa venne interrotta solo perché il governo nigeriano a un certo punto si rifiutò di trattare]

On Chibok

Shekau is singing
I’ve got girls, girls, girls, girls
on CNN with pointed rifles
& trusty aides.

He kills in the name
of an anonymous, blameless God

The nation runs amok,
the nation has been sabotaged.
They wave a flag of indifference,
then a flag of denial,
then a flag of amnesty,
then a flag of deliberation
in the face of carnage.

Strapped suicide bombers die by diffusion
& hope to fuck virgins in heavenly suites.
They shout God is great
but we already know.

Buni Yadi to Izghe to Gamburu,
coalescing within the confines
of Lugard’s eternal mistake.

Then there was Chibok.

Chibok was inevitable, like death itself.
Chibok of yellowy dust, bucolic & sleepy
like an octogenarian’s afternoon.

Chibok happened upon Chibok
& the town’s name became its tragedy.

Who says hashtags can’t fan revolution?
Catch a fire, my friend.

But who keeps the vigil lamp burning?
Who keeps the dreams drumming?
Who sits as sentry at the fish-mouth
of Sambisa?

Who waters the placards planted
under Falomo bridge?

Who?

Nella raccolta di Dami Ajayi ricorrono le strade di Lagos, l’alcol, l’infanzia, la nostalgia, l’Altro, il sesso occasionale, lo scorrere del tempo, ma anche una certa tenerezza e devozione per l’amore ed è proprio una poesia d’amore a dare il titolo al libro.

Il corpo di una donna è un Paese

Stanotte, ricordo il tuo iPod,
seduto nella sua base,
sul bordo della scrivania
che mi hai regalato.

Un relitto del nostro tempo
siamo vecchie anime intrappolate
in giovani corpi.

Scegli la tua canzone preferita
perché l’amore è assimilazione.

Ti chiedo cosa significhi Chan Chan.
Dici che non lo sai
ma deve essere qualcosa sul patriottismo,
sull’amore per un paese,
mani che scuotono la bandiera cubana
e cuori gonfi di orgoglio nazionale.

Ma non è quel che dice Wikipedia.
È una canzone d’amore su Chan Chan e Juanica,
su un uomo e una donna
che costruiscono una casa.

In spiaggia
Chan Chan raccoglie la sabbia
e la mette in un setaccio;
Juanica scuote il setaccio
e scuote se stessa.
& quando scuote se stessa,
Chan Chan si eccita.

Ma anche questo è patriottismo,
il devoto rigonfiamento del corpo maschile.
Perché il corpo di una donna è un paese.

 

A woman’s body is a country

Tonight, I remember your iPod,
sitting in its dock,
at the edge of the reading table
you bought me.

A relic of our time
as old souls trapped
in young bodies.

You play me your favourite song
because love is assimilation.

I ask what Chan Chan means.
You say you don’t know
but it must be about patriotism,
of love four country,
hands shaking the Cuban flag
hearts swollen with national pride.

But this is not what Wikipedia says.
It’s a love song about Chan Chan and Juanica,
a man and his woman
building a house.

On a beach
Chan Chan collects sand
and puts in on the jibe;
Juanica shakes the jibe
and shakes herself.
& when she shakes herself,
Chan Chan is aroused.

But this too is patriotism,
the loyal swelling of a man’s body.
Because a woman’s body is a country.

 

Grazie a Dami Ajayi per avermi concesso di tradurre alcune delle sue poesie, grazie alla sua umanità e a ogni parola scambiata.

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