Enzo Cannizzo. “Fare poesia è fare memoria. Costruire argini dalle macerie”.

Enzo Cannizzo. “Fare poesia è fare memoria. Costruire argini dalle macerie”.

in copertina, Enzo Cannizzo nella ph di Barbara Costabile

 

L’inchiostro divampa sulla carta come “nello scalpitare di zoccoli/ e corse clandestine/ avanza l’aurora”. Il “buio s’incendia” come il tempo sul palmo mobile della memoria. Il verbo, “alfabeto di crepe”, è custode di “cieli profondi” come di dolori taciuti, “del fiato”, dei “fragili altari di pioggia”, della resa, dell’attesa. È custode dell’altrove, spazio da cui balugina, si schianta “dolcissimo”, in “un altro mattino”, l’infinito. Parliamo del libro “Il cielo pende dai lampioni” di Enzo Cannizzo, edito da “Algra”, collana “Plumelia” a cura di Alfio Grasso, distinto, come scrive Maria Attanasio nella prefazione, da “ardite metafore” e da “ironico e sorprendente gioco di ritmo e senso”, offrendo, osserva Giovanni Miraglia nella postfazione, una poesia in continua esplorazione dell’“altro luogo” del significato, a colmare “una carenza fra la parola e la cosa, a disputare col niente che è tutto attorno a noi”.

Qual è il ricordo (o un aneddoto) legato alla tua prima poesia?

Quarto o quinto ginnasio. Lei era bella e io no. Volevo impressionarla. Non funzionò.

Quale (e per quali ragioni) poeta e relativi i versi che non dovremmo mai dimenticare?

Borges ci ricorda che nulla dimentichiamo di quanto ci è accaduto di leggere. Ogni verso, ogni incontro. La lama di luce che attraversò le persiane semichiuse il 20 Luglio del 1993, alle 16,45. Di tutto questo, spesso, smarriamo la data e l’istante. Non di rado ogni forma di memoria a noi nota, cosciente. Ma essa permane in forma di labirinto, di possibilità. Agirà in noi finché avremo fiato. Forse anche dopo. Ci imporrà per sempre la bellezza e la responsabilità di essere, nel nostro temporaneo corpo, palinsesto, stratificata permanente scrittura: l’estate scorsa ho riletto più volte l’intera opera di Vincenzo Consolo – cosa comunque buona e giusta e chiedo scusa se oso parlare dei miei piccoli versi in un discorso che contenga tanto nome – certo che la chiosa di uno dei frammenti, arse creature della calura, oggi contenuto ne Il Cielo Pende Dai Lampioni, fosse involontario furto, quindi atto di memoria e gratitudine, verso il grande siciliano, al suo guardare e dire un territorio devastato dai petrolchimici: non era fondato il mio timore ma, di fatto, lo era: Giovanni Miraglia, amico coltissimo e intellettuale generoso, che ancora ringrazio per la postfazione puntuale e appassionata che ha voluto regalarmi, letti quei versi, avvertiva un’atmosfera che lo riportava alle pagine nelle quali Consolo racconta di una salita al monte Alveria, nei pressi di Noto antica.
Credo, a questo punto, di averti risposto: Consolo è poeta tra i poeti che mai dovremmo dimenticare. Per la sua prosa che è poesia. Aspra o elegiaca, ma sempre memoria musicale. Rigorosa profezia sul passato, per parafrasare Keats.

Qual è la tua ‘attuale’ definizione di poesia? Quindi, qual è (ammesso ne abbia uno) l’incarico della poesia? Cosa può la poesia “nel nostro oscuro ciondolare”? Può sottrarci “al destino fossile del cuore”?

Fare memoria. Costruire argini dalle macerie. La scrittura è un atto fragile e privato come una clessidra di vetro. Il paradosso di una polvere che, nel suo consumarsi, si ricompone. In questo senso, non credo sia in grado di sottrarci al destino fossile del cuore: lo rende semmai più tollerabile. Se non a tutti, certamente a chi scrive. A chi conosce lo stato di grazia che è l’atto di ritrarsi: ricomporre per via provvisoria il proprio viaggio sottraendolo, il più possibile, alla sciagurata e fatale trappola del primo pronome personale. In questo senso, lettura e scrittura hanno forse il medesimo incarico di rendere meglio tollerabili i gravami del sé.

Qual è stato, ad oggi, il suo (della poesia) più inaspettato dono?

Il privilegio di incontri che hanno assunto forma di mai interrotta relazione. Di talvolta muta, ma permanente conversazione. Maria Attanasio, poetessa e scrittrice che trattiene paesaggio, storia e sogno nello spazio tra due palpebre. Maria che ha voluto regalarmi una prefazione talmente appassionata da rendere quasi belle le mie barzellette. Miguel Angel Cuevas, poeta raffinatissimo, cercatore di pietre e di spine, traduttore di Consolo e Pasolini, tra gli altri, ma soprattutto, per quanto mi riguarda, amico insostituibile che ha visto, insieme a Giovanni Miraglia e Dario Stazzone, nascere e crescere questo mio libretto. Che ne ha volti in Castigliano alcuni frammenti e mai mi ha negato il conforto di un abbraccio. Jano Burgaretta, portatore di carisma e lingua di radici. Angelo Scandurra e Peppe Di Maio intorno ai quali taccio per giusto pudore. Cateno Tempio e Stefano Vespo, nel fitto fare anima uniti da un bicchiere o nel corso di una camminata lungo una via Etnea notturna e brulicante o svuotata dalla paura e dai decreti. Mimmo Trischitta, fratello d’inchiostro, scrittore vero in un tempo “popolato da gattigrù delle lettere” (Ripellino) insieme al quale conversare di vita, musica e scrittura sono unico atto di libertà e sentimento. La poesia, in fondo, è anche ritrovato respiro dopo ogni lunga o breve apnea che il vivere a tutti impone.

Quando una poesia può dirsi compiuta? Qual è (dal tuo punto di vista) la lingua ideale della poesia?

Quando le parole quagliano e non vi siano, dal punto di vista di chi scrive, ma anche di chi legge, un segno o un suono di troppo. La poesia, ma forse ogni forma di scrittura, anche quella burocratica o del commercio, mette insieme scrittore e lettore nel suo giungere ad entrambi essenzialmente come incastro di fonemi, scontro o incontro di suoni e pause i quali, insieme, costituiscono – ma qui parlo della poesia che amo – talvolta un’orchestrina, talaltra un solitario accordo, non di rado rumore, dispersione. La scrittura, in questo senso, è un atto violento al pari degli altri che, in natura, rivelano l’armonia profonda delle cose mai concluse. In questo senso, per quanto mi riguarda, non credo esista una lingua ideale della poesia che non sia quella che il poeta pratica e ottiene affinando e piegando alla propria esigenza e, perché no? Al proprio capriccio tutto quel materiale lessicale, sonoro, di immagini attraverso il quale l’uno e il molteplice gli giungono nel corso di una passeggiata, di una notte insonne, dallo schermo di un tablet, in una discussione al bar, nell’attesa di un bus, dalla lettura dei poeti, dai luoghi comuni, dai testi sacri, dalla cacofonia confortante degli autocarri della nettezza urbana.

Riporteresti una poesia o uno stralcio di testo (di altri autori) nel quale all’occorrenza ami rifugiarti?

Darling, lo so, il mio continuo lamento ti attedia
questa eterna altalena tra ebbrezza e malore.
Il mio rammarico è forse volontà di commedia.
Grande è la buffoneria del dolore.

Versi di Angelo Maria Ripellino, poeta riluttante – diceva di sé – e, insieme a Caproni, per me rifugio e nume tutelare. Tutti lo ricordiamo per il suo mestiere di traduttore dei grandi delle lingue slave al quale assolse in maniera mirabile: Pasternak, in una lettera pubblicata da Walter Pedullà – i due si scrivevano in francese – lo ringrazierà per le sue traduzioni “superiori agli originali” che egli aveva tratte dai fogli redatti in forma di samizdat, ricevuti dalle mani dello scrittore russo, in una veramente accaduta spy story, durante i giorni dell’isolamento. Pochi, purtroppo, ne ricordano la levatura di poeta perennemente abitato da musiche di verticalità e consunzione, clown metafisici, suburre, memorie klezmer, luce di limoni, di candele, chimere e cotognate dell’infanzia trascorsa in Sicilia.

 

Per concludere, dopo averci spiegato perché questo titolo, “Il cielo pende dai lampioni”, ti invito, per salutare i nostri lettori, a riportare una tua poesia dal libro edito da Algra e, nel contempo, ti invito a portarci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere.

Ho trascorso quasi i due terzi della mia vita a Catania ma rimango, orgogliosamente, paesano inurbato. Amo questa città al punto da avere scelto di viverci. Credo non saprei fare a meno della sua lingua jazz, sincopata, insonne. Ne esploro costantemente gli anfratti e le memorie di carta, di carne, di mare, di pietra. Ma il cielo che mi abita resta quello mutevole, mai uguale al cospetto del paesaggio quasi monocromo, che godo dalle alture di Occhiolà o guidando lungo la Piana, in primavera, quando fioriscono gli aranci e l’odore che stordisce delle zagare si scontra con quello salino in viaggio dentro lo scirocco attraversato dalle poiane. Ne parlo spesso con Stefania Licciardello, poetessa e amica incontrata prima dei reciproci versi. Nel 2019 Ottobre fu avaro di piogge e lei costretta a ritardare la semina dei grani:

arrancano i cumuli alti
sulle radici d’ombra
e semina tardiva

se il gelo creperà le arance
avremo labbra
propizie alla sete e doni
buoni per dèmetra

 

(la versione ridotta di questa intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del24.01.2021, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

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