Európē. Prima della Brexit

Európē. Prima della Brexit

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Tiziano, Ratto di Europa

 

Europa. Mai questa parola è stata così tanto “in voga” negli ultimi anni; tale importanza inizia con il 1957, con i Trattati di Roma che sancirono la nascita del “Primo Pilastro” dell’Unione Europea. Tornando ancora più indietro nel tempo troviamo “Europa” ai tempi di Omero ed Esiodo, intorno all’VIII secolo a.C., anche se con valenza mitologica. Il mito di Europa e del toro-Zeus è più o meno conosciuto: la principessa fenicia Europa incontra sulla spiaggia un bel toro bianco e decide di cavalcare l’animale che la trasporterà lontano, fino all’isola di Creta, dove, dopo aver assunto la sua forma originaria di Zeus, genera con lei tre figli, tra i quali il futuro re cretese, Minosse. Analizzando genericamente il mito è possibile interpretarlo come la migrazione di popoli orientali verso Occidente, e, come proposto da Erodoto, il mito si riferiva al rapimento col fine di un matrimonio coatto. Ma come è stato rappresentato il mito durante i secoli? L’iconografia è semplice: una fanciulla con un toro. La particolarità va ricercata invece nella simbologia e nel significato agganciati al periodo socio-culturale. Nell’antichità si hanno almeno duecento rappresentazioni del mito di Europa e, una delle più antiche, è stata rinvenuta nell’antica città di Selinunte, dal Tempio Y, detto anche “delle piccole Metope”. Il toro è “accompagnato” da dei pesci ad evidenziare il viaggio per via mare, un viaggio che deve essere stato particolarmente movimentato: le zampe anteriori del toro sono infatti piegate e distese così da simulare la velocità. Europa guarda in avanti mentre il toro dirige lo sguardo verso l’osservatore. Europa non sembra affatto preoccupata o terrorizzata dal rapimento, anzi, appare serena e si affida così al toro. Questo atteggiamento della principessa fenicia sembra stridere con quanto scritto in precedenza, cioè che l’atto del rapimento fosse destinato ad “un matrimonio forzato”; in merito a ciò è possibile fare un paio di considerazioni: l’arte greca arcaica non era poi così “espressiva”, mirava ad una rappresentazione ideale; inoltre, il fatto stesso che il mito ci presenti un’azione coatta descrive ciò che avveniva nella realtà, i miti, infatti, mostrano, anche edulcorando, quello che era ormai consuetudine. Insomma: Europa, almeno nella metopa di Selinunte, immaginava ciò che le aspettava.

Significato più forte e marcato del mito di Europa è dato dal ceramografo Asteas, in uno dei crateri più splendidamente dipinti del mondo magnogreco. L’artista, attivo nell’area pestana, ci mostra una scena romantica: i protagonisti, inseriti in una insolita cornice pentagonale, sono accompagnati da Eros o Pothos, e, come nella piccola metopa, la principessa guarda avanti a sé mentre lo sguardo del toro è rivolto a noi. La scena non si limita però a questi pochi personaggi, è infatti ricca di “spettatori” facilmente riconoscibili dalle iscrizioni inserite da Asteas stesso. Sotto le zampe del toro e circondati da creature marine troviamo Scilla e Tritone, figure insolite che difatti nel mito originario non vengono mai menzionate. In alto, sopra Europa e ai lati di Pothos, sono inserite, in due cornici triangolari, le figure di Zeus, la personificazione di Creta, di Hermes, di Pothos, di Adone e di Afrodite; personaggi non casuali, anzi con essi il pittore cerca di spiegarci la scena: infatti, la presenza di Zeus-uomo e di Creta-donna è interpretabile come la fine del ratto di Europa, quindi del suo viaggio e quindi della protezione assicurata da Hermes; le ultime tre figure sono invece legate all’amore e al desiderio e sembrano quindi collegare il mito e concluderlo. Durante i secoli il mito della principessa fenicia è stato interpretato nei modi più disparati, relazionandosi all’attualità sia sociale che culturale. Se nel Medioevo al mito è stata data l’interpretazione cristiano-allegorica della salvezza dell’anima (Europa) da parte di Cristo (il toro), nel Cinquecento le rappresentazioni pittoriche ci mostrano la drammaticità dell’evento, come nel Ratto di Europa di Tiziano, conservato nell’ISGM di Boston. Nella concitazione della scena Europa guarda i due amorini che sorvolano il toro bianco mentre la fanciulla, tenendosi ad un corno con una mano, cerca di riprendere la mantellina che le è appena volata via; anche qui Zeus-toro guarda lo spettatore ma con sguardo affaticato, forse per il lungo viaggio. La drammaticità non è però legata tanto all’evento del rapimento quanto all’impeto della traversata; i putti, pronti a scoccare i dardi d’amore, sembrano quasi interrotti dei due protagonisti e accorrono così Europa per aiutarla. Tale ricostruzione di Tiziano appare quindi come una ripetizione delle opere arcaiche tranne che per l’uso dei colori ed una maggiore teatralità. In epoca contemporanea il mito si presta a dualità di esaltazione e denuncia dei fascismi come nell’opera del tedesco Beckmann, in cui Europa, terrorizzata, urla distesa sul ventre, mentre un toro nero ‒ ricordiamoci che nel mito greco il toro ha il manto bianco ‒ guarda fiero verso l’alto; a questa opera si contrappone quella di Peiner (1937) intitolata Europa e il toro, in cui la principessa è distesa su un prato mentre in lontananza vediamo un toro di un bianco cangiante. Sia Europa che il toro sono appunto bianchi, di “razza ariana”, così come imposto dall’arte di regime a cui Peiner presto aderì dopo una parentesi espressionista.

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Asteas, Cratere del ratto di Europa

 

 

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